Simone Weil, Attesa di Dio, Adelphi, Milano 2008, pp. 350.

di Emanuela Catalano

 Presentiamo oggi una raccolta di scritti pubblicati postumi di incommensurabile e inestimabile valore all’interno di quella che potremmo definire la “teologia mistica” di Simone Weil. In tale costellazione di scritti, appunti, frammenti, minute, la Weil ci lascia in eredità una summa del suo pensiero che – per dirla con le parole di Cristina Campo, la quale parla di un “immenso libro” – “ha convertito molti non cattolici, ha deconvertito molti cattolici”.

Di grande rilievo e interesse appaiono le sei lettere indirizzate a padre Joseph-Marie Perrin, suo amico, confidente, confessore ‘spirituale’, con il quale la Weil intrattenne una fitta e travagliata corrispondenza negli ultimi due anni della sua vita. Benché consapevole del dolore che gli avrebbe procurato a causa del suo mancato battesimo e, di conseguenza, del suo rifiuto a entrare all’interno della Chiesa, la Weil ci offre l’immagine di una spiritualità volta a rinnovare la religione accompagnata da una profonda, autentica trasformazione dell’anima. Emerge una critica di fondo al cristianesimo, giudicato incapace di assolvere il suo compito di guida spirituale in un’epoca buia e al contempo una sua personalissima esperienza della trascendenza.

Nelle lettere, affiora il suo imprescindibile “bisogno di verità” (“avrei preferito morire, anziché vivere senza di essa”), la necessità di scandagliare gli abissi dell’animo umano, di immergersi in questo baratro, di sviscerare le questioni che le stanno più a cuore, nella convinzione che ormai non le resterà molto tempo da vivere. Simone rimase così “in attesa di Dio”, al crocevia, al punto di intersezione tra ciò che è cristianesimo e tutto ciò che non lo è.

Questa raccolta, pubblicata sotto forma inedita per la prima volta, arricchita di preziosi scritti e testimonianze, ha subìto varie aggiunte nel corso del tempo, provocando sempre e comunque uno sconvolgimento degli spiriti, scombinando per così dire un’intera generazione di lettori. Nel caso di Simone, parlare di ‘conversione’ sic et simpliciter non avrebbe senso: non siamo di fronte all’abbacinante e improvvisa folgorazione di cui riferisce san Paolo sulla via di Damasco. La Weil tenta piuttosto un’accorata disamina del proprio afflato religioso e della sua vocazione spirituale. Più volte, quando parlerà del battesimo, affermerà di reputarsi “indegna dei sacramenti”, con una umiltà che sconcerta e di cui talvolta oggi si avverte la mancanza. Si guarda con nostalgia a una persona che afferma di dover parlare delle proprie miserie, di sentirsi un “rifiuto”, un “pezzo difettoso”, un “oggetto di scarto”, o ancora un “oggetto così malriuscito”: un severo giudizio su sé stessa, dettato forse dal dovere di fedeltà assoluta alla “probità intellettuale” di cui rivendica più volte l’importanza.

weil

Chi legge questo libro non può rimanere indifferente, “non si esce illesi dalla lettura di pagine ove fluisce un’energia ignea”, leggiamo infatti nella prefazione di Maria Concetta Sala. Simone (foto) era convinta di dover prendere le distanze dall’istituzione ecclesiastica, dalla salvaguardia del dogma a tutti i costi e dei sacramenti intesi in modo rigido e inflessibile, dalla Chiesa come “cosa sociale”; lo abbiamo ripetuto più volte e, al tempo stesso, sapeva dell’urgenza e della difficoltà del compito che l’attendeva: quello di parlare dell’impensabile e di pensarvi. Avvertiva il bisogno di mitigare l’asprezza di talune sue posizioni, di rifuggire dall’“istinto gregario”, ricercando le parole adatte a esprimere un destino spirituale alquanto anomalo e del tutto singolare. Sa che si imbatterà in un limite invalicabile, un confine insuperabile, ma l’anima ha il dovere ineludibile di rimanere in attesa, dal momento che soltanto “l’attesa porterà frutti”. In attesa dell’altro dunque, che non è solo il grande Altro, colui di cui non sappiamo quando arriverà, poiché “arriverà come un ladro nella notte” e di cui leggiamo nelle Scritture che “non sappiamo né quando né dove verrà”. Da queste parole, Simone dovette trarne il senso di attesa e di urgenza che connota e caratterizza lo spirito messianico. Ma è soprattutto nel prossimo che bisogna amare l’altro, anche se fosse l’ultimo degli sventurati, a cui la sventura ha impresso il suo marchio indelebile e inimitabile.

Matthias Grünewald, Crocefissione

La sventura si esplica secondo una triplice accezione: la ritroviamo come dolore fisico, come smarrimento dell’anima e come degradazione sociale. La verità della vita consiste proprio nella sventura, eppure la vita va amata in tutti i suoi aspetti e complesse sfaccettature, occorre amare quel che la vita, il destino, o Dio ha in serbo per noi. La sventura non la si può conoscere, senza averla attraversato tutta per intero e tuttavia essa è ciò che si impone all’uomo, suo malgrado. È definita come “una polverizzazione dell’anima dovuta alla brutalità meccanica delle circostanze”. Potremmo chiederci perché? Perché è così? in un contesto escatologico, poiché l’ordine di queste risposte non appartiene al regno della causalità bensì della finalità e nella sofferenza scopriamo con sgomento che non è contemplato alcun fine, alcuno scopo. Allora Dio non va pensato come ‘essere’ ma come ‘amore’ ci spiega la Weil, immenso amore che lo unisce al figlio, fino a rendere conto del perché di quell’Elohim, lammà sabactani? gridato sulla croce. Perché solo se egli rimane fedele e non dubita, “in fondo alle proprie grida troverà la perla del silenzio di Dio”.

 Simone fu la prima ad accettare la sua debolezza creaturale, ad esperire su sé stessa l’infimo grado di abiezione, negando il suo io fino all’annientamento nel desiderio di volere seguire l’esempio di decreazione di Dio, il quale, attraverso questa sua rinuncia creatrice e abdicazione dal potere, avrebbe mostrato in tutta la sua forza ed evidenza l’amore per le sue creature. Da un lato, ravvisiamo e comprendiamo la necessità meccanica connessa alla materia, dall’altro l’esigenza è quella di preservare l’autonomia e la libertà essenziali alle persone pensanti. La ritroviamo così a fianco dei lavoratori alla Renault, nel duro lavoro dei campi assieme ai contadini. “Mentre ero in fabbrica ho ricevuto per sempre il marchio della schiavitù, come quello che i Romani imprimevano con il ferro rovente sulla fronte dei loro schiavi più disprezzati”. Gli antichi sostenevano che un uomo perdeva metà della sua anima il giorno in cui diventava schiavo. Emerge così, in tutta la sua nitidezza e chiarezza esemplificativa, quella che è una ferita, un vulnus connesso e intrinseco all’essere umano, una lacerazione non solo del corpo ma anche dell’anima. Sa bene che la sua volontà e Dio si oppongono al suo ingresso nella chiesa e ciononostante non dimostra un attimo di esitazione nello svestire i suoi panni per indossare quelli dei più sventurati, degli ultimi della terra.

Nella sua perorazione di volere essere messa alla prova da Dio, ella si dice pronta a guardare alla Croce come sublime modello di amore supremo, fino all’estremo, assurgendo a esempio della sottomissione più assoluta e totale. Obbedienza che si esplica anche paradossalmente nel suo rifiuto di entrare a far parte della chiesa. Potremmo definire il temperamento della Weil quello di un’anima che persevera nell’amore pur giacendo nell’orrore. Sono di una bellezza indicibile le pagine in cui descrive la preghiera del Pater, dell’attenzione con cui l’anima deve rivolgersi a Dio, dedicandogli ogni singolo versetto, il colloquio intimo dell’anima con Dio. La creatura esiste solo nella misura in cui Dio, per puro amore, acconsente a pensare che essa esiste: è lo sguardo in poche parole che dà la vita.

È in particolare nei Cahiers che Dio e l’umanità sono descritti in maniera sublime come due amanti che hanno sbagliato il luogo dell’appuntamento: “Ciascuno è lì prima dell’ora, ma sono in due posti diversi, e aspettano, aspettano, aspettano. Lui è in piedi, immobile, inchiodato per la perennità dei tempi. Lei è distratta e impaziente. Sventurata se ne ha abbastanza e se ne va!”. Bisogna esercitare l’arte della pazienza fino all’estremo, fino a morirne.

Jacques Maritain

In Simone Weil, l’amor fati nell’accezione stoica del termine si coniuga all’estinzione del desiderio e al distacco predicato dal buddhismo. L’accettazione della vita, del presente si unisce all’accettazione della morte se è quello cui Dio ci ha destinati. Nella “filatrice d’inesprimibile” troviamo da ultimo un appello che deve far riflettere e che ci tocca da vicino: non sono i grandi sommovimenti, le rivolte eclatanti, bensì i piccoli rivolgimenti del cuore che permetteranno l’accesso alla fede autentica: noi siamo quei piccoli semi, da cui germoglierà il grano che porterà il cambiamento, la cui crescita in noi è dolorosa. Occorre estirpare le erbacce, recidere le gramigne. E non per richiamare in vita vecchie forme di santità, come avrebbe auspicato Maritain, bensì per preconizzare l’urgenza di un cambiamento in profondità della chiesa affinché questa possa adempiere alle sue nuovi mansioni, svolgere al meglio la sua istanza universalistica e generare un nuovo grado di santità, più fedele alla terra, adeguandosi ai tempi.

L’assenza di Dio da questo mondo non è dunque estraneità quanto piuttosto segno della distanza incolmabile che Egli ha posto tra necessità e bene, e il male esistente a questo mondo non è altro che segno tangibile che ce ne svela la sua verità: l’origine del male è il cattivo uso che noi facciamo della libertà che Egli ci ha concesso, volendo esistere come altro da lui. Siamo sempre esposti alla fragilità della nostra carne, alla vulnerabilità della nostra anima per cui la possibilità della sventura incombe sempre su di noi. Ma è proprio la sventura la luce, il faro che orienta l’anima a Dio: ciò che farà la differenza per intenderci è quel “chicco di senape, la perla nel campo, il lievito nella pasta, il sale nel cibo” – quell’infinitamente piccolo di cui parla Giancarlo Gaeta, e cioè Dio stesso che opera in noi e nei nostri cuori. Le parole della Weil, che sottolineano ancora una volta il bisogno di aprirsi all’ascolto di questo appello, proprio perché ancora attuali e profetiche ci riguardano, parlano a ognuno di noi e sono destinate a nostro avviso a far discutere ancora a lungo.

Simone Weil, Attesa di Dio, Adelphi, Milano 2008, pp. 350, € 25,00.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...