Il “nudo” e il “sacro”. La biopolitica di Giorgio Agamben

di Fabio Milazzo

La storia della ratio governamentale, 

la storia della ragione governamentale

e la storia delle contro condotte che le si sono opposte non possono essere dissociate l’una dall’ altra.”

Michel Foucault, “Sicurezza, territorio e popolazione. Corso al Collège de France (1977-1978), p.365.

 

Un concetto.

Nel 1979 Michel Foucault rese celebre il concetto di “biopolitica” dedicandogli un intero corso al Collège de France[1].

Durante il ciclo di lezioni Foucault cercò di dimostrare la correlazione tra il liberalismo, l’economia e il governo.  L’economia, con il liberalismo, diventa il paradigma orientante le pratiche di governo.

Mi sembra che l’analisi della biopolitica non si possa fare senza aver compreso il regime generale di questa ragione governamentale di cui vi sto parlando, regime generale che si può chiamare questione di verità, in primo luogo della verità all’interno della ragione governamentale, e di conseguenza se non si comprende bene di che cosa si tratta in questo regime che è il liberalismo, (…) e una volta che avremo saputo che cos’è questo regime governamentale chiamato liberalismo potremo sapere cos’è la biopolitica[2].

 Foucault lega indissolubilmente le pratiche di governo e il regime di verità. Analizzando la situazione del Dopoguerra in America egli dimostra che il “mercato” diventa il “luogo” entro il quale si produce l’ordine veritativo capace di denotare di senso la realtà.  Il governo degli uomini si struttura secondo logiche e direttive fantasmatiche di derivazione economica. Il calcolo “costi/benefici” diventa il criterio concatenante delle logiche di potere.

Foucault, analizzando la situazione tedesca e quella statunitense nel secondo Dopoguerra, deduce che l’ordine discorsivo economico e quello giuridico, secondo dinamiche a spirale, tendono a denotarsi di senso vicendevolmente. In Germania l’economico diventa il criterio di legittimità del politico e del giuridico. Negli Stati Uniti il diritto viene utilizzato per regolamentare il Mercato. Due diverse declinazioni di un medesimo fenomeno che produce il proprio “ordine veritativo” nell’interazione reciproca.

Il “serbatoio” del Mercato è costituito dai risparmiatori e, più in generale, dal soggetto politico, dalla società.  Il “governo degli uomini”, in questo ordine paradigmatico, non può non esercitarsi secondo geometrie che riconoscono il proprio criterio di legittimità nell’economico.  Il soggetto politico tende a coincidere con il “soggetto economico”, nel senso che l’individuo deve riconoscersi e identificarsi nell’ordine economico. Lo “specchio” celebrato da Lacan per il ruolo fondamentale in ordine al processo identitario, coincidente con lo sguardo della madre, diventa in questa prospettiva il “grande altro” che ci struttura in continuazione mantenendoci su un unico piano d’immanenza, quello dell’ordine simbolico economico.

Il “grande altro” plasma il dato biologico e il mentale[3]: siamo nella fase “biopolitica”, caratterizzata da un nuove ordine paradigmatico , da nuovi criteri veritativi e da un nuovo soggetto politico: la “popolazione”. Quest’ultima è il risultato di processi di costituzione che, organizzati secondo criteri economici, si inscrivono nella carne dei soggetti. Il biologico è la “scrittura” organizzata da una grammatica  selezionata in base a criteri economici.

La biopolitica, a differenza dell’ordine disciplinare, non sopprime né reprime ma regola, stabilisce, cioè, universi di senso. Il paradosso della libertà nell’ordine biopolitico liberale è che il soggetto deve prendere la libera iniziativa, deve accumulare capitale, deve circondarsi di merce, deve identificarsi con il prodotto, deve essere felice. Non può pensare ad un altro ordine di senso diverso da quello economico. Il soggetto è da sempre catturato in relazioni semantiche che strutturano il biologico e che da quest’ultimo vengono organizzate secondo processi ricorsivi mai del tutto identificabili.

Michel Foucault

Tanatopolitica e sacertà.

Foucault  nelle sue analisi mantenne sempre chiara la differenza tra il biopotere e la sovranità, tipica quest’ultima, dell’Ancien Régime.  Agamben, non riconoscendo questa differenza, afferma invece che il legame tra il biopotere e la ragione governamentale è “necessario”. In altre parole il potere del governo si esercita direttamente sulla vita, sul nudo  dato biologico. Il legame tra politica e vita è di tipo mortifero e il “campo di concentramento”, in tale ottica, assume tutta la sua rilevanza paradigmatica.

L’esercizio della ragione governamentale sulla vita declina la biopolitica in tanatopolitica.

Genealogicamente, Agamben, rintraccia l’herkunft in una figura paradigmatica della giurisprudenza romana: l’ homo sacer.

Quest’ultimo è l’individuo insacrificabile che, esposto al bando, può venire ucciso da chiunque. Un paradosso che mostra la “normalizzazione” dell’eccezione.

Sacer è colui che è stato escluso dal mondo degli uomini e che, pur non potendo essere sacrificato, è lecito uccidere senza commettere omicidio[4].

L’homo sacer possiede soltanto la propria nuda vita, il proprio corredo biologico. E’ escluso dalla comunità , non vi fa parte e può essere ucciso da chiunque. E’ una singolarità qualunque.

Alla singolarità qualunque si fronteggia lo Stato, inteso nell’accezione di un insieme di identità contraddistinte da una propria connotazione: etnica, linguistica, religiosa, politica.

Che cosa denota le singolarità qualunque? Che cos’è l’essere qualunque? E’ l’essere tale qual è colto nel suo darsi singolare, nell’accadere che precede l’inscrizione nelle categorie di genere e di specie. Ecco che la questione politica diventa questione ontologica. Identificare la singolarità qualunque vuol dire produrre una semantica ontologica che ci dice “cosa è il soggetto”.  Ora, solo per inciso, questa semantica è oggetto della metafisica che, lungi dall’aver esaurito la propria funzione, riveste in realtà un ruolo fondamentale in ordine a questi discorsi[5].

La singolarità qualunque è tale in quanto si mostra a titolo d’esempio e così facendo determina la sua appartenenza ad un insieme individuale, quello della classe che istituisce nel suo darsi “tale qual è”.

La singolarità è contraddistinta dalla propria haecceitas che la individua e la specifica. L’individuazione si mostra e così facendo si differenzia.

Agamben, con questo discorso, mostra di riconoscersi pienamente nelle analisi di Enzo Melandri sull’analogia[6]. La singolarità accade e accadendo istituisce l’insieme-classe di cui fa parte. Così facendo la singolarità mostra la duplice e contraddittoria appartenenza e non appartenenza a una classe. La singolarità, nello stesso tempo, è dentro e fuori.

L’essere esemplare è l’essere puramente linguistico. Esemplare è ciò che non è definito da alcuna proprietà, tranne l’esser detto”. L’esempio, nel suo darsi, riesce a far coincidere essere e linguaggio nell’Evento. Il limite è il luogo dell’incontro tra una dimensione e l’altra.

L’essere è, quindi, una singolarità che deve il “suo” esser-ci al mostrarsi diveniente.

Come, si chiede Agamben, lo Stato, insieme contraddistinto da proprietà, riesce ad esercitare il proprio potere su queste “singolarità”? Qual è la logica della ratio  governamentale?

Agamben la deduce dall’analisi paradigmatica dell’homo sacer che, come detto, possiede, soltanto, la propria nuda vita, il proprio essere qualunque. Su quest’ultima esercita la propria azione il “potere”.

La sovranità viene esercitata dal potere attraverso la “presa in carico” dell’esempio, cioè dell’eccezione. L’homo sacer è un’eccezione che permette alla ratio governamentale di far valere la propria logica sul mostrarsi della singolarità, cioè: sull’esempio.

La sovranità si fa carico dell’eccezione, facendo valere la “propria ragione”, a titolo d’esempio.

La ratio governamentale stabilisce l’eccezione e, al contempo, la disattiva facendosi carico di essa per mostrare il proprio potere. L’homo sacer è al contempo: escluso dalla comunità e fatto oggetto del potere che organizza le logiche della comunità stessa.

La sovranità si mostra escludendo l’eccezione e, al contempo, facendola destinataria della propria azione includente mirante alla re-inscrizione all’interno dell’insieme identitario (lo Stato).

 

Il campo d’eccezione.

Il potere, secondo Agamben, si esercita sulla nuda vita, la singolarità qualunque paradigmaticamente rappresentata attraverso la figura dell’homo sacer. Il soggetto fatto destinatario del “bando” smette di appartenere alla comunità- alla dimensione del “dentro”- contraddistinta da un insieme di caratteri e di proprietà capaci di contrassegnarla, e viene relegato al non-luogo per eccellenza -il “fuori”: lo spazio qualunque contraddistinto dall’assenza di caratteri distintivi. Il soggetto perde la propria identità per rimanere “nudo”, privo d’ essenza, “ricco” solo della propria Zoé (ζωή), la “nuda vita” comune a tutti gli esseri viventi, secondo la “classica” definizione aristotelica.

La sovranità, secondo Agamben (foto), si esercita attraverso l’azione su questa “nuda vita” perennemente bandita dalla comunità e perennemente fatta oggetto dell’esercizio della forza sovrana, cioè della decisione di vita o di morte. Il potere bandisce la singolarità rendendola impolitica  e la rende oggetto del proprio “potere”, della propria “forza”, decidendo della vita o condannando alla morte.

Il potere è, quindi, sempre un biopotere, visto che inscrive la propria azione sul dato biologico (la nuda vita) che, colto nel suo essere singolare, è l’esempio (il paradigma di “Signatura rerum. Sul metodo[7] ) attraverso il quale si dà l’essere tale qual è.

La singolarità biopolitica è l’esempio di un dentro-fuori paradossale.

Il laboratorio “modello” che ci permette di cogliere l’aspetto biopolitico del potere sovrano è il campo di concentramento del nazismo. Qui viene disattivata l’identità politica dei soggetti reclusi che, ridotti a mere esistenze biologiche, vengono fatti destinatari dell’azione sovrana del “potere” che decide e stabilisce il diritto alla vita e la condanna alla morte.

L’azione del “potere” seleziona i soggetti, li condanna all’esclusione e attraverso l’azione tanatopolitica sul nudo dato biologico, colto quale istanza individuante, haecceitas, capace di contraddistinguere il soggetto, decide del loro destino. L’essere del linguaggio, il soggetto dell’inconscio, viene annullato e ridotto al  suo darsi biologico. La radicale scissione della zoé e del bios rappresenta la norma dell’azione biopolitica. Il carattere linguistico, quindi propriamente umano, viene annullato a favore del dato biologico esaltato e fatto oggetto dell’azione regolatrice della ragione governamentale.

Il paradosso della norma (e quindi del “potere” che le stabilisce) è che si applica dis-applicandosi. Cos’altro è infatti l’azione dell’esclusione politica e la successiva reintegrazione attraverso l’esercizio del diritto di vita e di morte?

Il “potere” crea quell’eccezione di cui ha bisogno per mostrare la propria forza. Quest’ultima viene esercitata attraverso la disposizione sovrana, il diritto di vita e di morte; disposizione che può pienamente dispiegarsi, mostrarsi in tutta la propria energia, solo rivolgendo il proprio esercizio all’impolitico, la singolarità nuda priva di identità (politica innanzitutto).

La necessità per il “potere” di uno “spazio” impolitico entro il quale far valere la propria forza in maniera immediata (priva di mediazioni) apre scenari “impensati”.  Infatti quanti e quali sono questi “spazi altri”interni allo Stato ma, di fatto, esterni ad esso? La scuola, gli ospedali, le caserme, le cliniche psichiatriche, le banche, i centri di reclusione temporanea …

E la galassia senza luogo del precariato sociale? Non è anche questa una dimensione del bando, dell’esclusione, entro la quale la norma può essere disattivata (sospesa), permettendo l’esercizio immediato del potere di vita e di morte?


[1] M.Foucault, Nascita della biopolitica. Corso al Collège de France (1978-1979), Feltrinelli, Milano 2005.

[2] Ivi, p.23.

[3] Per le relazioni tra il mentale e il biologico in ordine ai processi neuronali legati alla “plasticità” diveniente del cervello vedi: Doidge Norman, Il cervello infinito. Alle frontiere della neuroscienza: storie di persone che hanno cambiato il proprio cervello, Ponte alle Grazie, Firenze 2007.

[4] Cfr. G.Agamben, La comunità che viene, Bollati Boringhieri, Torino 1990, p.59.

[5] Cfr. A.C.Varzi, Ontologia, Laterza, Rm-Ba 2008.

[6] Cfr. E.Melandri, La linea e il circolo. Studio logico-filosofico sull’analogia, Quodlibet, Macerata 2004.

[7] Cfr. G.Agamben, Signatura rerum. Sul metodo, Bollati Boringhieri, Torino 2008.

3 commenti su “Il “nudo” e il “sacro”. La biopolitica di Giorgio Agamben

  1. filosofiprecari ha detto:

    Sentieri stai percorrendo un “sentiero” pericoloso, cioè stai rendendo la filosofia comprensibile e divulgativa. Attento che se continui così, la filosofia potrebbe servire a qualcosa 🙂 Mi piacerebbe che di Agamben e Foucault si parlasse sempre con la chiarezza con la quale li hai affrontati qui, senza fronzoli e senza edificare nuove barriere linguistiche. Con stima, fp

    • sentierierranti ha detto:

      @Filosofi.
      Grazie mille!
      E’ particolarmente gradito questo commento, visto che la principale accusa mossa a questo “spazio” è di essere criptico ed ermetico. Ancora grazie e buon lavoro!

  2. sentierierranti ha detto:

    Sono assolutamente d’accordo con te Stefano.

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