Simone Pétrement, La vita di Simone Weil, Adelphi 2010, pp. 684.

di Emanuela Catalano

L’autrice conobbe Simone Weil (Parigi, 1909 – Londra, 1943) sui banchi di scuola, quando entrambe seguivano i corsi di filosofia di Alain. Per una ragione che le parve sempre misteriosa, Simone scelse lei come amica, aveva un “bisogno vitale di amicizia”, leggiamo ad un certo punto, dal momento che “avere un amico è l’unico modo di amare l’Umanità” – proprio in virtù di quelle che Goethe definiva le “affinità elettive”, tra l’altro sempre più così rare tra le persone – rendendola destinataria di un tesoro prezioso da custodire negli anni: la Pétrement ci offre infatti una chiara, bellissima biografia di Simone, arricchita di ricordi di esperienza personali, testimonianze di persone che la conobbero, trascrizione inedita di taluni suoi scritti, delle lettere che aveva custodite personalmente o che le sono state affidate da Madame Weil, dopo la morte della figlia.

Un ritratto vero, sentito, appassionato. Affinché queste preziose testimonianze non andassero perdute, la Pétrement ci fa dono di un ritratto nitido e fedele di Simone, dei suoi affettuosi rapporti con i familiari, del tenero legame con il fratello André, dei suoi studi, delle sue letture, dell’esperienza lavorativa presso la Renault, la militanza politica (si pensi, in particolare, all’incontro con Ttockij e l’amicizia con Boris Souvarine, o ancora i rapporti non sempre facili con Georges Bataille che, parlando di lei, disse un giorno che aveva “la cera di un cadavere”), la guerra civile in Spagna per approdare infine – nella maturità del suo pensiero – al suo sguardo sul divino e al conseguente avvicinamento al Cattolicesimo definita “la religione degli schiavi” per eccellenza, cui “gli schiavi non possono non aderirvi, e io con loro”.

Simone, in nome della integrità della propria libertà di pensiero e per fedeltà assoluta nei confronti di se stessa, non aderì mai a nessuna chiesa, così come non prese mai la tessera di alcun partito. Il suo era piuttosto un bisogno esistenziale, una necessità congenita potremmo dire, che ben si accordava con quella sua propensione a volere tutto comprendere, investigare, conoscere. Quello che ci piace di Simone è la sua forte tensione a voler sempre e comunque coniugare pensiero e azione, riflessione e vita pratica, come se esperienza e pensiero non potessero mai prescindere l’uno dall’altro e si influenzassero reciprocamente. È esattamente il modo in cui condusse la sua esperienza di insegnamento, ed è all’insegna di questa tensione che visse la sua intera, brevissima, esistenza. Simone visse fino alla fine con la convinzione che l’attenzione dovesse esser posta non alla persona o alla vita, bensì ai pensieri e alla loro veridicità. Ogni suo pensiero e, di conseguenza, ogni azione era finalizzata alla rivolta contro l’ordine sociale, lo sdegno, la severità verso i poteri costituiti, la scelta dei poveri come compagni di vita, il disprezzo delle abitudini borghesi, il gusto per lo scandalo. Dell’amore, affermava di aver deciso di non pensarvi finché non avesse saputo cosa chiedeva alla vita in generale: quasi fosse un problema di ‘vocazione’.

Definita di volta in volta come la “Marziana”, una strana mescolanza di “passione e freddezza”, un “cuore che non conosce che se stessa” (Cabaud), Simone esigeva la verità nelle piccole, come nelle grandi cose. La Pétrement  si confessa stupita per la cultura, l’intelligenza, la libertà di giudizio, la capacità di organizzazione che si respirava in casa Weil. Simone de Beauvoir (foto con Sartre), con cui i rapporti non furono dei migliori, ammise di esser gelosa di “un cuore capace di pulsare attraverso l’intero universo”. Bouglé, un suo professore, dopo i suoi esami, avrebbe sentenziato: “speriamo che la vergine rossa sia mandata il più lontano possibile in modo da non sentirne più parlare”. Su quest’ultimo punto, si sbagliava di grosso.

Franchezza assoluta, purezza, oblio di sé e nobiltà d’animo sono i tratti distintivi e peculiari della personalità complessa di Simone. Un pensiero forte e rigoroso la contraddistinse da sempre, unito all’indignazione di fronte alle ingiustizie sociali. Viaggiò per la Germania – prima che Hitler prendesse il potere – per capire cosa fosse il fascismo, cosa fosse la rivoluzione. Combatté sempre contro i poteri dominanti, ricercando con passione la bellezza e la verità, ovunque esse si trovassero. Dell’esperienza in fabbrica – cui è dedicata la seconda parte del volume – dice di aver ricevuto in quell’occasione il marchio della schiavitù, l’inizio delle sue sventure. La sofferenza più grande che la colpì, in tale occasione, fu la necessità di dover lavorare meccanicamente, senza poter pensare; fu così che conobbe l’angoscia dinanzi la catena di montaggio, l’ultimo grado di abiezione, l’assenza totale di rapporti umani, giungendo quasi a perder il sentimento stesso di possedere dei diritti. Eppure, scriverà di aver guadagnato da questa esperienza la capacità di bastare moralmente a se stessa, pur vivendo in uno stato di umiliazione latente e perenne, sfiorando la sensazione di andare in frantumi. Seguono pagine entusiastiche sui suoi viaggi in Italia, i primi contatti con una presenza superiore che, per la prima volta, la “costrinse ad inginocchiarsi”, la convinzione che l’istruzione dovesse essere obbligatoria per il popolo, il quale doveva poter acceder alla cultura per emanciparsi e affrancarsi dalla tirannia della macchina o dalla subordinazione al pensiero di altri – il padrone in questo caso – la condanna della guerra, l’apprensione per il suo paese, la Francia, in seguito all’allontanamento forzato cui fu costretta. In una missiva al Signor Ministro della Pubblica Istruzione, chiede ragioni della mancata risposta alla sua domanda di esser trasferita in Algeria, affermando, in seguito alla presa visione dello Statuto degli Ebrei, di non essere assolutamente a conoscenza del significato del termine “ebreo” e tuttavia di sottomettersi a qualsiasi legge che consideri il termine “ebreo” come un epiteto da rivolgere alla sua persona. Il suo pessimismo sull’avvenire, la consapevolezza che lontana dall’Europa avrebbe perso ogni equilibri morale, il suo mettersi sempre e comunque dalla parte dei deboli, degli oppressi, la mortificazione di sé per condividere il destino dei suoi pari, sino al rifiuto di assumere cibi, indebolendosi sempre di più, unitamente alla ferrea volontà di non far trapelare nulla alla sua famiglia circa l’aggravarsi delle sue condizioni di salute, furono i tratti che la caratterizzarono fino all’ultimo.

Jean Tortel ci ha lasciato forse il ricordo più bello e struggente insieme di Simone: egli la descrive nei termini di “una presenza. Presente. Inconsueta, forse incomprensibile. Strana in mezzo a noi, un po’ temibile (un po’ temuta), estremamente brutta a prima vista: volto magro, molto marcato sotto il suo gran berretto di panno nero da cui uscivano i capelli dritti, il corpo assente – la mantellina lasciava vedere solo delle grosse scarpe nere – guardava (quando guardava) attraverso gli occhiali, con quegli occhi estremamente protesi, e non solo gli occhi ma anche la testa e il busto, verso l’oggetto guardato (la miopia la invadeva tutta…) con un’intensità e, anche, una sorta di avidità interrogatrice che non ho più incontrato”. In breve, questo libro sta a indicare la testimonianza di una vita, un tributo a  una delle pensatrici più originali del secolo scorso, che ci ha lasciato in eredità la consapevolezza che la filosofia non debba consistere in un’acquisizione sterile di conoscenze, un affastellarsi di nozioni, bensì in un mutamento di tutta l’anima, un cambiamento radicale del modo di pensare, di esperire la realtà e di riconsiderare tutto il proprio essere. Simone si spense a Londra con una preoccupazione più grande: che le sue parole non fossero ascoltate e che non lo sarebbero mai state: questo è il motivo per cui il suo appello non deve esser dimenticato. Vogliamo ascoltare perciò e ricordare il monito che ci lascia Simone, il suo ‘testamento’ spirituale. E quando ci interroghiamo sull’esistente, su tutto ciò che ci circonda, non dimentichiamoci mai di domandarci: “è vero ciò che dice, oppure no?”. 

Simone Pétrement, La vita di Simone Weil, Adelphi 2010, pp. 684, € 18,00.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...