Vito Mancuso, Io e Dio. Una guida dei perplessi, Garzanti, Milano 2011, pp. 488.

di Emanuela Catalano

In quale luogo oscuro risiederebbe la nostra anima? Nella testa forse? Nel cuore? O più semplicemente nei piedi? (Questi ultimi rappresentano l’emblema par excellence della materializzazione della paura che si palesa a noi paralizzandoci, pietrificandoci letteralmente). Prendo spunto dall’incipit dell’interessante film di Sokurov, Faust, in proiezione in questi giorni nelle sale italiane per parlare di un tema caro al prof. Mancuso. Il filosofo – autore già noto per L’anima e il suo destino, Disputa su Dio con Corrado Augias e La vita autentica – si riaffaccia sul panorama culturale per presentare il suo nuovo lavoro, dall’impressionante titolo Io e Dio. Una guida per i perplessi, edito da Garzanti, settembre 2011. Alla base del lavoro di Mancuso, si staglia una domanda intima, personale cui nessuno può sottrarsi, e che però coinvolge al tempo stesso l’intera umanità, per cui non possiamo assolutamente esimerci dal rispondere, sforzandoci in quel tentativo di ripensare la relazione io-Dio alla luce di queste considerazioni e delle nostre esperienze pregresse. La dicotomia manichea tra bene e male, ricalcando le orme di Christopher Marlowe, Goethe e Thomas Mann sembra esser tornata in auge, anzi non è mai definitivamente tramontata a dire il vero. Qui non si tratta del destino dell’anima nella fattispecie quanto piuttosto del tentativo di delineare il fulcro del rapporto tra uomo e Dio, l’essenza di questa relazione così problematica alla luce di secoli di riflessione.

Una passo in particolare ha attirato la mia attenzione, in questi giorni in cui l’Italia ha ricordato i suoi defunti. Scrive Mancuso:

“Ognuno ha i suoi morti. Nonni, genitori, amici, fratelli. Vi sono esseri umani a cui è dato di vivere la morte di un figlio, e non esiste dolore più grande. E al cospetto dei morti, di fronte ai quali non si può mentire, pongo la questione della verità: è un bene o un male che essi ci siano stati, che siano vissuti, che siano apparsi in questo mondo? Se alla fine comunque si deve morire, è meglio nascere o non nascere, essere stati o non essere mai stati, essere o non essere? E poi mi chiedo che fine hanno fatto, loro proprio loro, ognuno diverso dall’altro, irripetibile, con la sua voce, il suo sorriso, la luce singolare degli occhi. Li potrei descrivere tutti, a uno a uno, i miei morti, come ognuno potrebbe descrivere i suoi, perché sono dentro di noi e niente mai ci separerà da loro. Ma che cos’è che è vero, alla fine, per me e per loro, di questa vita che se ne va, nessuno sa dove?”.

 In sostanza, Mancuso chiosa:

“Rispondere a questa domanda significa parlare di Dio”. Qual è il senso della vita dunque? È una domanda che tutti, almeno una volta nella vita, di fronte ad avvenimenti dolorosi o all’apparente non senso delle cose, ci siamo posti. Meglio sarebbe non essere nati – come recitava Silesio – oppure una volta nati, sarebbe preferibile per l’uomo morire presto? Ma è davvero così, chi ci assicura o ci garantisce la possibilità di una cosiddetta doppia chance nel misterioso al di là? Ecco il nocciolo, le interrogazioni,  attorno alle quali si dipana il discorso del teologo che – a detta del Corriere della Sera – vorrebbe ‘rifondare la fede’.

Io e Dio ruota pertanto intorno a questa domanda: una domanda intima, personale, che però coinvolge noi in quanto umanità, e dunque ciascuno di noi. In questo senso, consiglierei la lettura di questo testo, per ogni uomo che viene sulla terra, cristiano o no, poiché la partita della vita si gioca sempre tra io e Dio. Tuttavia tenere insieme un retto pensiero di Dio e un retto pensiero del mondo oggi è molto difficile: qualcuno sceglie Dio per disprezzo del mondo, qualcun altro sceglie il mondo per noia di Dio, mentre molti non scelgono né l’uno né l’altro, forse perché non avvertono più nemmeno quell’esigenza radicale dell’anima che qualcuno definiva «fame e sete di giustizia». Anche la non-scelta, per citare Kierkegaard (sopra), potrebbe essere già una scelta. Criticabile, opinabile. Non condivisibile ma pur sempre una scelta. In pagine ricche di dottrina e di passione per la verità, Vito Mancuso ci spiega e condivide le ragioni della sua fede in Dio. Al di là dell’inquietante presenza del male, potremmo ancora chiederci con Dostoevskij – alla luce dei drammatici avvenimenti del secolo passato – si Deus est, unde malum? Agostino, non potendo negarne la consistenza ontologica e l’evidenza fenomenologica, ne attribuiva la responsabilità morale all’uomo; Jonas invece, secoli dopo, dovrà definitivamente rinunciare alla prospettiva di un Dio onnipotente, per salvaguardarne almeno l’immensa bontà. Ognuno poi si senta libero di rispondere come meglio creda a questo interrogativo. Ciascuno agisca per così dire nel proprio ‘segreto’. Leggiamo ancora nel testo:
“È un percorso in cui non mancano punte di polemica, basato su un’ampia riflessione, che supera di slancio la strettoia tra due posizioni in apparenza contrapposte, che negano entrambe la nostra libertà individuale: da un lato l’autoritarismo delle gerarchie religiose, come se l’esser cattolici implicasse la mera sottomissione al papa, e dall’altro uno scientismo ateo e semplicistico”.

Ma una civiltà senza religione, o con una religione senza cultura, argomenta Vito Mancuso (foto), perde inevitabilmente la propria coesione interna, schiacciata su una sola dimensione, in balìa di un egoismo molto prossimo al cinismo o alla disperazione. Quel che più colpisce è che, per quanto la religione sia stata di volta in volta definita come “l’oppio dei popoli”, il “risentimento dei deboli”, una “proiezione idealizzante” o “un’illusione infantile”, nessuna popolazione esistita possa veramente dirsi atea: tutte sono intrise di religiosità, si un sentimento superiore, una percezione del divino. Chiedersi quale sia il senso della vita significa già riconoscere una qualche forma di religiosità, sperare in una qualche forma di vita ultraterrena, sopportare le sofferenze, rafforzare la propria vita interiore: sono tutte pratiche, per dirla con Mancuso, che indicano il nostro essere “immersi nel mistero”, che è cosa ben diversa da enigma come lui stesso chiarisce. Vico ce lo spiega mirabilmente nella sua Scienza Nuova, là dove ricorre alla presenza del mito per introdurre questo concetto, definendo il mito come ciò che ‘accade ogni giorno’ e non una sola volta, dal momento che “einmal ist keinmal”. Dall’autoritarismo della Chiesa, che esige cieca obbedienza e sottomissione, l’autore suggerisce che bisogna passare all’adesione libera e spontanea dell’intelligenza e del cuore, che è tutt’altra cosa dal mero asservimento a dogmi già preconfezionati e accettati passivamente. Lo stesso Wittgenstein, autore di un poderoso Tractatus sulla logica ebbe ad affermare che i nostri problemi vitali “non erano stati neppure sfiorati” e che il senso del mondo altro non era che Dio stesso.
Io e Dio apre la strada verso una fede basata sull’amore e sul dialogo, sulla libertà e sulla giustizia, alla dimensione dialogica io-tu per dirla con Buber, e alla responsabilità etica che mi inchioda davanti all’altro, per riprendere Lévinas.

Il Dio di Abramo, Isacco, Giacobbe – per citare Pascal – è altro dal Dio dei filosofi. A che sono valsi allora secoli di tentativi di giustificare razionalmente l’esistenza di Dio, vale a dire di desumere questa stessa esistenza come certa e indubitabile a partire dalla presenza delle cose reali?

L’ultima fatica di Mancuso è dunque un ambizioso, denso, appassionato tentativo di proporre nientemeno che una nuova «teologia fondamentale» e di rispondere a tutti questi quesiti dirimenti. L’ossatura del lavoro è data da una parte dal rifiuto netto della dottrina dogmatica tradizionale, la cui forza starebbe esclusivamente nell’autoritarismo della Chiesa, e dall’altra dalla proposta di una teologia fondata invece sulla libertà. «Questo libro difende la libertà contro la duplice minaccia dell’autoritarismo religioso e dello scientismo negatore del libero arbitrio». “Penso che l’ateismo sia impossibile” afferma ad un certo punto: perché non esiste nessuno che non viva per qualcosa, che non creda in un qualche ideale. La vera differenza, per dirla con Bobbio, è tra chi pensa e chi non pensa, chi cerca una risposta tutta sua, senza limitarsi ad accettare ciò che ci raccontavano da bambini. Certamente il luogo in cui si nasce ha una sua importanza: fossi nata in Burkina Faso o Guadalupe, la mia forma mentis sarebbe stata differente, io stessa sarei stata diversa. Non sarei forse stata cristiana spiega il professore ma sarei comunque stata immersa in quel mistero che avvolge l’esistenza. Le risposte sarebbero state diverse. Gödel, Heisenberg, Planck ci indicano a loro volta lo iato che si viene a scavare nelle coscienze quando di tenta di dare una risposta meramente scientifica ai grandi quesiti dell’universo, dal momento che quelle stesse risposte non ci soddisfano più e che da sole indicherebbero solo un ‘pensare a metà’ mentre le grandi questioni sollevate oggi dall’etica comportano un richiamarsi a quella scissione, a quel dolore di cui parlava Hegel a proposito dell’origine del pensiero. « Le coeur a ses raisons que la raison ne connait pas » potremmo in definitiva sostenere con Pascal.

Il libro si presenta dunque con una «pars destruens» e una «pars construens»: la parte critica contro l’autoritarismo religioso è articolata in modo fermo, efficace e competente. La parte positiva cerca di essere una continua rassicurazione della centralità e della insostituibilità della religione («unico pensiero forte», «energia intellettuale che oltre a riempire la mente, tocca la vita, scalda il cuore, alimenta la passione, muove i popoli»). Mancuso sottolinea la necessità di liberare la mente dai pregiudizi, dalle pre-comprensioni, e raccomanda di procedere sine ira et studio, con assoluta imparzialità, senza avversioni né simpatie.

rev. John P. Meier

Il saggio, che come recita il sottotitolo, si rivolge ai perplessi, a coloro che dubitano, non assicura risposte a senso unico, formule magiche, certezze matematiche incontrovertibili, e nemmeno panacee consolatorie. Ciononostante assesta colpi polemici tanto ai ciechi emissari di una religione (così come della politica) sempre più scissa dal contesto socio-culturale, quanto ai dogmatici dell’ateismo per partito preso. Vito Mancuso appartiene alla categoria dei credenti (il suo Dio coincide con il Bene, l’amore, l’afflato sociale), ma si chiama fuori dal gioco razzista e pernicioso delle fazioni, degli opposti estremismi, assumendo nei confronti dei dubbiosi (o degli atei senza prosopopea) un atteggiamento, anzi, di sereno confronto. Leggere Io e Dio è come predisporsi all’ascolto di una persona che ne sa più di noi sugli affari del Cielo e, come dice Bobbio, “ho imparato più dai miei maestri, dai miei affetti, dai miei amici”. Il libro è infatti una miniera di citazioni, disseminato di riferimenti biblici, filosofici, letterari (l’argomento ontologico di Anselmo, le cinque vie di Tommaso, le critiche di Gaunilone, di Kant; il tentativo di dimostrare Dio a partire dalla solo ragione. Seguono le dispute attorno alla figura del Gesù storico con i pareri di Meier (foto). L’istituzione dell’Inquisizione, la soppressione degli eretici di contro alla libertà di parola e di pensiero) e ha voglia di partecipartene, senza presuntuosa accondiscendenza, senza senso di superiorità, con una serenità, un post-umanesimo, un rispetto antico che rasenta l’empatia. La bellezza salverà il mondo si legge a un certo punto riprendendo la celebre affermazione di Ippolit, si ma quale bellezza si tratta? La stessa risposta potrebbe darsi a tutti i Pilati, dinanzi al disarmante quid est veritas? Bellezza e verità sono i principi ai quali occorre tornare. Per concludere, dovremmo forse accettare che alcune cose sfuggiranno sempre alla nostra pretesa di comprensione e affermare, con il Piccolo Principe che “l’essentiel est invisible aux yeux. On ne voit bien qu’avec le cœur” e richiamare in vita i principi per i quali fu indetto il Concilio Vaticano II. Papa Roncalli, il papa buono, insistette sulla necessità di tornare ai fondamenti della fede cattolica, in quanto la Chiesa avrebbe dovuto riprendere a parlare con il mondo, anziché arroccarsi su posizioni difensive o invischiarsi nel saeculum, affinché possa apprendere nuovamente a esaltare quella fraternité tanto vituperata fra i principi della Rivoluzione francese, guardando con il cuore e gli occhi scevri da pregiudizi alla grande triade lasciataci in eredità da san Paolo, l’apostolo delle ‘genti’: fede, speranza e carità e praticando ogni giorno quell’esercizio spirituale, così come ben insegna Pierre Hadot. Credere, credere sempre e nonostante tutto. Come ci insegnano le parole di una Etty Hillesum o le lettere di un Bonhoeffer dal carcere nazista. Proprio nei momenti in cui tutto sembra più terribile è necessario non disperare ma riaffermare con forza la propria fede e le proprie idee.

Credo che la distanza storica aiuti a guardare agli eventi del passato con sguardo più distaccato ma penso anche alla forza di chi non si fece mai distogliere dalla propria fede, non dubitò mai, nonostante le avversità. Abramo è l’esempio al quale bisognerebbe guardare, Kierkegaard lo aveva già messo in luce due secoli fa. Ma come può il divino – la verità – incarnarsi nel particolare? Solo se torneremo a meravigliarci, a guardare il mondo con gli occhi dei bambini: perché – come ha scritto Einstein – “Chi non è più in grado di provare né stupore né sorpresa è per così dire morto; i suoi occhi sono spenti”, potremmo incamminarci nella giusta direzione. Il libro fornisce, come vediamo, tanti spunti interessanti di riflessione, suscita tanti interrogativi e anche se non fornisce risposte esaustive e preconfezionate né formule magiche o soluzioni come dicevamo, quel che conta è la ricerca, la molla che fa scattare in ognuno di noi quel meccanismo che ci spinge a metterci in cammino. La partita in gioco rimane quella tra Io e Dio, all’insegna della verità, della libertà, del libero esercizio del pensiero, della pura adesione del cuore. Non sappiamo dove approderemo alla fine di questo percorso. Probabilmente non sapremo mai con esattezza neanche cosa ci muova, eppure credo – con Hegel – che l’importanza del processo consista nel suo esser in movimento, nell’istante stesso in cui lo stiamo compiendo, al di là del percorso da seguire, dai possibili punti di arrivo, ciò che conta è il qui e ora. L’hic et nunc. Che dà senso al nostro affannarci. Alla nostra gioia. Alla nostra vita. A noi stessi. In tutto quel groviglio di contraddizioni, paure, desideri, speranze che noi stessi siamo.

 Vito Mancuso, Io e Dio. Una guida dei perplessi, Garzanti, Milano 2011, pp. 488, € 18,60.

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