Oliver Sacks, L’occhio della mente, Adelphi, Milano 2011, pp. 271.

di Emanuela Catalano

“In quale misura noi siamo gli autori, i creatori, delle nostre esperienze? Fino a che punto esse sono predeterminate dal cervello o dai sensi che abbiamo in dotazione dalla nascita, e in quale misura, invece, siamo noi stessi a plasmare il nostro cervello attraverso l’esperienza?”. Ecco la frase, l’incipit dell’ultimo capitolo del libro di Oliver Sacks per l’esattezza, che subito dopo avermi colpita per il suo titolo affascinante ed enigmatico al tempo stesso, mi ha convinta dell’assoluta necessità di acquistare quel libro e precipitarmi a casa a divorarlo.

Potremmo definire L’occhio della mente come una raccolta di casi clinici in cui l’autore, il neurologo Oliver Sacks, delinea un percorso atto a trasformare esperienze concrete di vita vissuta in un vero e proprio caso letterario. Gli episodi ivi narrati, vissuti in prima persona da taluni suoi pazienti e – come vedremo da lui stesso, – trascinano con forza il lettore nel dramma personale esperito da tutti coloro che soffrono di amputazioni e menomazioni di stampo affettivo-cognitive. Se non credete che il cervello sia una macchina affascinante e meravigliosa, i cui meccanismi di funzionamento talora oscuri e che sovente sfuggono alla presa di coscienza, alla spiegazione razionale è perché probabilmente non avete ancora letto uno dei libri di Sacks (ricordiamo il più famoso L’uomo che scambiò sua moglie per una cappello).

Fino agli anni Settanta, erano in pochi a professare la propria indiscussa fede nella plasticità del nostro cervello e nella sua straordinaria facoltà di “adattabilità” grazie alla sua capacità di sopperire alle carenze di un senso, ad esempio si pensi alla vista quando viene meno, attraverso un grandioso tentativo di ‘sinestesia’. O per lo meno si riteneva che questa prerogativa fosse propria solo dei bambini, al di sotto dei due anni e che una cecità completa, subentrata in età ormai adulta, conducesse irrimediabilmente il paziente in una impasse, una condizione irreversibile dal punto di vista della capacità di adattamento alla nuova situazione facendo fronte alle situazioni più disparate e delicate senza soccombere alla disperazione e all’impotenza dinanzi le prime difficoltà.

 Il neurobiologo inglese (foto), che vive e lavora da decenni negli Stati Uniti, è senza dubbio il miglior divulgatore scientifico in materia, capace di sedurre e ammaliare con le parole anche chi nutre poche curiosità per la scienza o ha scarsa dimestichezza con le questioni prettamente e squisitamente mediche.

Il professore descrive meticolosamente ma in un linguaggio accessibile anche ai profani un avvincente percorso legato ai meccanismi che ci consentono di vedere. Come in tutti gli altri suoi libri, pubblicati da Adelphi, Sacks non ci propone un trattato scientifico ma parte dai casi concreti, dai pazienti che ha conosciuto e curato, raccontandoci la loro incredibile storia. Il libro è disseminato di riferimenti all’area di Broca e Wernike la cui scoperta ha per così dire consacrato l’emisfero sinistro del nostro cervello quale sede del linguaggio; altre dissertazioni riguardano poi la sindrome di Capgras, di Anton e si parla anche di dislessia: una miniera di informazioni insomma per gli appassionati di neuroscienze e non solo.

La prima storia è quella di Lillian Kallir, un’affermata pianista che da un giorno all’altro non riesce più a leggere: né gli spartiti musicali ­– che erano la sua stessa vita – né qualsiasi altro testo scritto. Curiosamente, invece, pur essendo colpita da agnosia, anomia e alessia musicale, riesce a scrivere e la sua memoria musicale prodigiosa le consente di continuare a suonare qualsiasi brano e insegnare al conservatorio. Allo stesso modo, lo scrittore Howard Engel, una mattina si alza e va alla porta di casa per ritirare il giornale. Lo sguardo cade sulle pagine, sui titoli: è come se avesse davanti un testo in cirillico o in arabo. Non è più in grado di riconoscere una parola. Il professore dimostra poi come in taluni casi le persone colpite da afasia riescano, attraverso l’esercizio interiore del pensiero, a fare a meno delle parole.

Il libro ha un’ulteriore particolarità rispetto ai precedenti volumi di Sacks. Il neurologo che ha ispirato il film Risvegli (foto sotto) con Robin Williams (nella parte del dottor Sacks e Robert De Niro di un suo paziente) in L’occhio della mente diventa lui stesso un caso. Due capitoli del volume sono infatti dedicati a patologie da lui vissute in prima persona. Oliver Sacks è affetto da prosopagnosia congenita, cioè l’incapacità di memorizzare i volti delle persone, anche dei propri cari, degli affetti, di colleghi e studenti e riconosce gli altri soltanto grazie all’ausilio di altri particolari, quali la voce, l’andatura, ecc. Seppure in forma lieve, questa malattia del cervello gli rende complicata la vita sociale, che diventa un lungo repertorio di mortificazioni e una sequela di gaffe. Nel 2005, gli fu inoltre diagnosticato un melanoma oculare all’occhio destro. Il neurologo racconta del modo in cui si è salvato e del come si sia riadattato a vedere sempre di meno.

Già, perché anche quando si è colpito da una patologia, quella macchina meravigliosa che è il nostro cervello escogita sorprendenti strategie di difesa e reazione per rendere gli effetti della malattia meno invalidanti. Oliver Sacks ci spiega da medico, ma con estrema semplicità e con passione, come il cervello sia cablato in maniera molto meno rigida e fissa di quanto si pensasse un tempo.

La speranza che si riesce a intravedere dietro queste tragiche storie è data dalla capacità umana di adoperare delle strategie di adattamento, una forza che nasce dalla necessità e che consente la ridefinizione dell’Io e del Sé. La testimonianza più sorprendente è data comunque dall’esperienza personale dell’autore. Analizzando se stesso da un punto di vista clinico, con il distacco oggettivo che potrebbe avere un osservatore esterno, senza tuttavia avere il timore di rivelare le proprie emozioni e stati d’animo, egli racconta sia della patologia che lo affligge, la prosopagnosia che lo rende incapace di distinguere i volti per l’appunto, ma anche del ben più terribile incubo e della battaglia contro un melanoma maligno all’occhio sinistro. L’occhio della mente vuole essere una riflessione sulla fragilità dell’uomo, ma anche una meditazione sulla sua forza interiore, rappresentata dalla testimonianza in prima persona di Oliver Sacks, che grazie alla sua preparazione e competenza in ambito medico-scientifico ci fornisce un libro davvero prezioso che fa riflettere su tematiche quali l’importanza della facoltà immaginativa, la capacità di evocare immagini, e così via. Concludo con una citazione tratta dal libro:

“Smisi di interessarmi al fatto che la gente avesse i capelli scuri o biondi, gli occhi azzurri o verdi. Pensavo che i vedenti passassero troppo tempo a badare a queste cose vuote… io ormai non ci pensavo più”.

Quasi a voler sottolineare l’importanza del fatto che anche noi, vedenti ‘normali’, dovremmo soffermarci a pensare alla quantità di tempo talvolta inutile che passiamo arrestandoci sui dettagli inutili, là dove abbiamo invece perso l’essenziale, la visione globale e centrale delle cose, mentre altre volte invece sorvoliamo i particolari più belli: dovremmo forse riadattare i nostri occhi a guardare al mondo come se fosse la prima volta, con sguardo diverso, disincantato e meravigliato, proprio come i bambini… abituandoci, perché no, attraverso quel meraviglioso dono che è il linguaggio, e sforzandoci di descrivere il mondo per com’è, come se dovessimo sempre raccontalo ad una persona cieca per esempio, per poterlo vedere finalmente con ‘gli occhi di un altro’, in tutta la sua ricchezza e bellezza.

Oliver Sacks, L’occhio della mente, Adelphi, Milano 2011, pp. 271, € 19,00.

Un commento su “Oliver Sacks, L’occhio della mente, Adelphi, Milano 2011, pp. 271.

  1. Giorgio Armato ha detto:

    Estremamente interessante. Sulla frase citata all’inizio mi sorge un dubbio ricorrente, che poi è una contestazione che pongo regolarmente al problema dell’autodeterminazione: qual è il senso della distinzione fra “io” e “il mio cervello” ? Quano diciamo che un pianista ha suonato bene, non ci dilunghiamo certo a descrivere la mirabile agilità del suo mignolo sinistro (ovvia ‘parte’ di lui) e sul problema: “ma ha suonato bene lui o questo e quest’altro suo dito?”. Perchè nel costruire teorie dell’azione troviamo normale separare un “noi” da un “nostro cervello” quando un’esistenza separata delle due componenti è un assurdo organico? Ho sempre ritenuto che i fiumi di inchiostro scritti sul neuro-determinismo si fondino su questa arbitraria e cattiva impostazione. Un iper-riduzionista potrebbe senz’altro provare a ridurre le dinamiche economiche alla fisica subatomica, ma difficilmente potrebbe convincere qualcuno dell’utilità di tale operazione.

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