L’affetto chimico: la neolingua di Big Pharma e le scelte della psicoanalisi.

di Maurizio Montanari

“E’ molto diffusa la  sindrome  da dipendenza da internet”? “Si guarisce dal disturbo da dolore prolungato”? “ Come affrontare la nuova emergenza del bambino iperattivo”?

E’ ormai usuale venire interpellati, da diversi “pazienti”, attraverso il filtro di una diagnosi preconfezionata riguardante le questioni sopra elencate. Siamo in poco tempo  passati dalla posizione della domanda generica: “mi sta succedendo questo, di cosa soffro”?, al più attuale: “ soffro di questa patologia, mi può dare qualche consiglio per uscirne”?

Sono molteplici i canali pseudo-informativi dai quali poter trarre queste etichette,  pari soltanto ai rimedi farmacologici proposti per la loro cura.

Quali sono le conseguenze di questa proliferazione di oggetti diagnostici alla portata di tutti? Gli operatori che lavorano nel campo della salute mentale seguendo le linee del Campo Freudiano, devono saper correre il rischio di rottura che, in questa circostanza possiamo tradurre con: non essere alla moda.

 Se da un lato è necessario confrontarsi con questo processo di diagnostica totale, bisogna saperne lambire i confini senza farsi intrappolare. Chi si occupa di psicoanalisi deve essere  demodè: deve perseguire una pratica della singolarità  e rinunciare a  categorie onnicomprensive che nascondono il soggetto e schiacciano l’inconscio e le sue produzioni, non facendo proprie le strade tracciate dal DSM.

Strade lastricate da  nuove patologie, neo nominate, che da questa nominazione traggono legittimità e dunque un conseguente percorso di cura.

Che posto dare ai  cosiddetti ‘nuovi sintomi? E, soprattutto: esistono?

 Si tratta di formazioni dell’inconscio trans-storiche attualizzate o, piuttosto, neo classificazioni con capacità attrattiva per soggetti disinseriti, figli cioè di un tempo iper rifocillante che promuove il disabbonamento dall’inconscio e favorisce quindi una ricerca di posizioni immaginarie? Non sono forse  zone di sosta con l’insegna luminosa ‘malattia’, poste sulla strada che va in direzione contraria al percorso di rettifica soggettiva? Non siamo forse al menu che diventa cena? 
 
IAD, DAP, ADHD
Queste ‘patologie’ in Italia sono oggetto di studio intensivo, anche da parte di diversi psicoanalisti. Prendiamo lo IAD ( Inernet addiction Disorder), una nuova malattia europea ( simile allo hikikikimori giapponese) che interesserebbe il mondo giovanile che si starebbe “ammalando” secondo proporzioni rilevanti.  Legittimare questo ‘nuovo sintomo’ (curarlo addirittura!) apre una lunga  e feconda  strada di produzione diagnostica.  Saranno ben  presto individuate nuove patologie, rinnovabili con i tempi che il mercato pretende.   Dalla ‘dipendenza da internet’ si passerà alla malattia da dipendenza da “tablet”, passando per la sindrome da I Phone, per arrivare a isolare e ‘patologizzare’ ogni forma di legame con i nuovi media. Quale si riterrà essere il tempo di connessione sufficientemente lungo  da giustificare  un ingresso nel campo dell’ ‘anormalità’?

Ancora, quante persone sono scivolate dentro al disturbo da attacco di panico ( dap) dopo essere state ripetutamente ricoverate con procedura di urgenza in ospedale e aver ricevuto quale diagnosi: “è solo un attacco di panico”?  Non passa giorno che la parola angoscia non sia citata negli ambiti più  disparati del contemporaneo: da quello medico a quello sociologico, passando per l’agone politico. Un parlarne che non sempre corrisponde a farle un posto. L’angoscia è l’affetto che oggi più di ogni altro permea il legame sociale, alimentato dal senso di precarietà che affligge l’individuo contemporaneo e dal momento di crisi economica attuale. Parlo di quell’ affetto normale che diviene a volte fonte preziosa di ispirazione e, solo al termine di questo continuum, può evolvere in “quell’angoscia eccessivamente intensa (…) tale da paralizzare ogni azione’”  Freud. Introduzione alla psicoanalisi, in C. Musatti ( a cura di), Opere, vol.8, cit., p.547 ). Questo è il momento in cui la persona sofferente si rivolge al medico, al farmacista, all’ospedale, portando una richiesta spiazzante: ‘Aiutatemi, sono angosciato’. Il corpus medico risponde cristallizzando il momento d’angoscia insostenibile che il soggetto patisce etichettandola come “attacco di panico“, chiudendo fuori dalla porta la storia pregressa dell’ individuo, pretendendo di curare il qui ed ora con una strategia anti-panico fatta di farmaci e terapia cognitivo-comportamentale, creando una barriera farmacologia contro la quale va ad infrangersi qualsiasi barlume di interrogazione provenga dall’inconscio. Più che di una diffusione epidemiologica del dap possiamo quindi parlare della distribuzione sistematica di un significante che scoraggia la rettifica soggettiva, e lavora   per la segregazione introducendo ad una logica che favorisce il disabbonamento dall’inconscio. Diventare “specialisti dell’attacco di panico”, non significa forse accettare di “curare” una diapositiva immaginaria adagiata sul soggetto impedendo l’accesso alla fonte viva dell’angoscia, cioè l’interrogazione propria dello stesso, il “Cosa vuole l’Altro da me” del seminario X di J.Lacan? 

L’ultimo (ma ormai non recentissimo) arrivato tra le nuove forme di sofferenza è il bambino ammalato di adhd (Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder ). Siamo sulla nuova frontiera del controllo del comportamento del bambino  dove la fanno da padrone le TCC e l’industria del farmaco. E anche in questo caso, ci sono sciami di studiosi del mondo psy in fila per ‘curarlo’.

La psicoanalisi deve dunque accodarsi a questa moda? No, o almeno non dovrebbe.

DA BARCELLONA A BRUXELLES
Ethan Watters nel libro “Pazzi come noi’ (Bruno Mondadori, 2010) sostiene che la iper-proliferazione diagnostica  null’altro sia che  un tentativo di incasellare e normalizzare modalità di espressione che non sono assimilabili con il pensiero occidentale dominante. E che, quindi, passano dalla porta della ‘malattia’ incontrando, loro malgrado, la “cura”. 

 In un tempo in cui Big Pharma lavora per installare un Altro distributore di diagnosi e neo loghi, la psicoanalisi deve dunque ribadire la propria ignoranza e contribuire a  porre le condizioni per edificare un Altro  del non sapere, un luogo neutro entro il quale cercare di allargare le  maglie dell’inconscio.

Nel 2013 sarà pubblicata la nuova versione del DSM. Se le linee guida verranno rispettate, moltissimi comportamenti scivoleranno nella zona di ‘anormalità’: “Disordine da ipersessualità”, “sindrome da dolore complicato o prolungato”, solo per dirne alcuni. L’angoscia degli adolescenti e l’eccesso di cibo, saranno riclassificati come disturbi psichiatrici, e i giovani si ammaleranno di “ disturbo provocatorio oppositivo”. Si delineano “nuovi” parametri attraverso i quali milioni di ignari “clienti”diverranno dei ‘malati’ e saranno indotti a credere che  queste patologie esistano realmente.

Le ‘nuove malattie’ che il DSM sforna vanno ad alimentare quei non luoghi di appartenenza che appiattiscono il soggetto sulla sua sintomatologia fenomenologica, lo congelano nell’involucro delle nuove malattie, impedendo di fatto la circolazione di parola e la riabilitazione legata all’uso dell’inconscio.

Come dire no a tutto questo? La strada tracciata al congresso Pipol 4 ( Programma internazionale di Psicoanalisi applicata ad orientamento lacaniano, che riunisce a livello europeo gli operatori della salute mentale che si occupano di psicoanalisi applicata secondo l’insegnamento di J. Lacan.  http://ri2007.champfreudien.org ) –durante il quale questo documento è stato presentato non può prevedere eccezioni, deve potenziare le istanze di controllo nei confronti degli operatori che lavorano nel campo della salute mentale, la quale deve  deve restare un entità “contrattabile” e trattabile con il mondo medico e psichiatrico, non una categoria attraverso la quale la psicoanalisi crea le proprie sottodirectory.   Secondo Watters : “ Nei periodi di insicurezza o conflitti sociali le culture diventano particolarmente vulnerabili a nuove credenze sulla mente e la follia’ (…) Quali che siano i nuovi disturbi (..) è fuor di dubbio che la gente dimostrerà per essi un forte interesse. Gli esperti interverranno ai talk show e offriranno ai giornalisti commenti. (..) A quel punto tutti gli addetti ai lavori occidentali porteranno in giro lo show’.  Lasciamo a Big Pharma questo show: lo fa da tempo, lo fa meglio. E gli compete maggiormente” .

4 commenti su “L’affetto chimico: la neolingua di Big Pharma e le scelte della psicoanalisi.

  1. Maria Grazia ha detto:

    Sono interessata a “leggervi” …..Grazie

  2. Maurizio Montnari ha detto:

    Dopo questo articolo, ho avuto une decina di segnalazioni di casi di persone abbattute da cattive pratiche analitiche

  3. Maurizio ha detto:

    Aggiunta al brano, completata con la lezione dell’ottim R. Pirsig
    La conseguenza nefasta di questa modalità di intendere la psicoanalisi fuori-controllo, può determinare una sorta di psichiatrizzazione del campo psicoanalitico a causa della quale chi metterà in dubbio la conduzione della cura, potrò cadere nel limbo dei paranoici costruito ad arte. Paranoia, persecuzione e idea distorta della realtà sono le accuse che ongi mondo autoreferente , cioè regolato da leggi che sono sono sottoposte ad altro vaglio al di la di chi le emette. Il movimento psicoanalitico, che per sua natura nasce per dare al soggetto la possibilità di libera espressione e libera associazione, si può tramutare in un arcipelago di territori franchi, all’interno dei quali si batte una moneta non spendibile in quelli vinci.
    Il paziente può incappare nel pericolo letale del pensiero unico, privo di punti di riferimento ai quali aggrapparsi se , per uno dei tanti motivi succitati, la sua analisi termina in malo modo.

    Districarsi e uscire indenne da un rapporto analitico deragliato, può essere difficoltoso quanto uscire indenne dal manicomio se si è stati, a toro o a ragione, etichettai come ‘pazzi’.
    Robert Pirsig ha scritto : ‘ Quando un matto da una spiegazione dell’universo che è in totale contraddizione con la realtà scientifica corrente, non dobbiamo necessariamente pensare che si sia posto fuori dal mondo empirico. (…) Ovviamente a nessuna cultura sta bene che si violino i suoi schemi normativi, e quando ciò accade scatta un meccanismo immunitario, analogo al sistema immunitario biologico. La pericolosa fonte di modelli culturali devianti vene individuata, quindi isolata e infine distrutta nella sua entità culturale. Questa è una delle funzioni degli ospedali psichiatrici e dei processi agli eretici. Proteggere la cultura da idee estranee che, se si diffondessero, a distruggerebbero. Tale era stata l’esperienza di Fedro nel reparto psichiatrico: volevano riconvertirlo alla realtà ‘oggettiva’. ( ..) Ma non poteva farglielo notare perché ogni obiezione sarebbe stata presa come un sintomo paranoico, un fraintendimento delle loro buone intenzioni, una prova in più della gravità della sua malattia. (..) Fedro , dunque, aveva constatato che se vuoi uscire dal manicomio (..) devi convincere gli psichiatri che di esserti reso conto che ne sanno più loro e dichiararti disposto ad accettare la loro autorità intellettuale Era così che gli eretici evitavano il rogo. Con l’abiura’

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...