Michela Marzano, L’estensione del dominio della manipolazione. Dall’azienda alla vita privata, Ed. Mondadori, 2009, 202 p., rilegato.

di Emanuela Catalano

Quello che ho appena terminato di leggere e che vi consiglio è un piccolo libro della Marzano, con la quale – nel mio piccolo –  condivido la visione della riflessione filosofica come evento, o meglio come conseguenza di tutto ciò che ci accade, non pensiero sterile, vuoto, astratto, avulso dalla realtà dunque bensì pensiero vivo, incarnato, sofferto.

L’estensione del dominio della manipolazione. Dall’azienda alla vita privata – titolo alquanto significativo e problematico di questi tempi – ha suscitato in me una serie di impressioni di cui cercherò brevemente di fare il punto. Il problema di fondo è sempre quello che sottende il pensiero della filosofa (anzi, pardon: della professoressa perché, come scherzosamente rammenta lei stessa, in Italia non esiste – a differenza della Francia – la professione di filosofo), vale a dire il problema del controllo (e qui Foucault docet) e della mancanza di riconoscimento da parte degli altri.

Da qui si dipana il nucleo centrale del discorso, quello secondo il quale gli individui oggi vivono per lavorare e non lavorano per vivere. Come se attraverso la creazione di oggetti sempre nuovi, di beni sempre più corrispondenti alle logiche del mercato, più belli, tecnologici, ecc, si potesse colmare quel vuoto che ciascuno di noi esperisce dentro di sé con una consapevolezza che varia da individuo a individuo. Ma gli uomini non sono oggetti di cui poter disporre a proprio uso e piacimento, e il vuoto non si potrà mai colmare; gli esseri umani non sono ‘cose’ da usare e poi sostituire, gettar via non appena la pubblicità ci proponga il modello nuovo, quello più accattivante, l’oggetto all’ultima moda da poter sfoggiare con vanità. Da sempre gli individui hanno lavorato per rivendicare la loro dignità, il loro valore, fino alla degenerazione dell’uso del lavoro e all’aberrante uso che del termine ‘lavoro’ è stato fatto dai nazisti, là dove il lavoro ha completamente perso ogni senso ed è stato svuotato di contenuto di fronte all’insegna che sovrastava i cancelli di Auschwitz con il suo macabro monito compendiato nella scritta divenuta tristemente famosa Arbeit macht frei. La Marzano cita poi gli operai abbruttiti e alienati della Renault i quali mai, come ricorda Simone Weil, avrebbero pensato che la propria autorealizzazione risiedesse nel lavoro. Eppure nel lavoro, la Weil ammetteva di aver trovato la possibilità di essere bastevole a se stessa e la capacità di sopravvivere nonostante le sofferenze.

Pian piano l’analisi si sposta sul versante di più scottante attualità, che ci tocca da vicino (su questo “ci tocca” Heidegger aveva tenuto un intero corso!) in quanto ognuno di noi viene coinvolto nel discorso della Marzano.

In realtà, quello che sta accadendo oggi – la consacrazione a ogni costo del lavoro e soprattutto della forza-lavoro – altro non è che un tranello di cui i manager, gli imprenditori e i coach si avvalgono al fine di poter controllare i loro dipendenti fin nell’intimità delle loro famiglie, nei loro stessi letti, domandando loro di essere reperibili ventiquattrore su ventiquattro tramite cellulari, internet, email ecc. e chiedendo loro, anzi esigendo da loro, sempre maggiore flessibilità e capacità di adeguamento ai nuovi standard e esigenze del mercato. Si punta alla realizzazione dell’individuo, con il conseguimento di ambiziosi risultati lavorativi e ogni fallimento è decretato segno tangibile dell’incapacità dell’individuo di essere all’altezza del compito che gli era stata affidato. Viene fomentato il clima di competitività e oggi sono in molti a rimpiangere la rappresentazione che dell’ambiente lavorativo veniva fatta nella simpatica trasmissione televisiva di qualche anno fa “Camera caffè”. Tutto viene ormai vissuto all’insegna del senso di colpa e della frustrazione, in un orizzonte nel quale ciascuno di noi diventa l’imprenditore di se stesso, come se la propria vita coincidesse con una piccola personalissima azienda costantemente in bilico tra il successo e il rischio del fallimento. La massima imperante ricalca il famoso ‘volere è potere’ di lessoniana memoria. Da qui, il proliferare di corsi, di opuscoli di sopravvivenza, dispense con istruzioni su come gestire lo stress, l’emotività, come potenziare l’autostima, manuali da seguire pedissequamente, alla lettera, per raggiungere l’agognata felicità.

Dal taylorismo, al fordismo, al toyotismo, dalle rivendicazioni salariali di inizio secolo scorso di sentieri ne sono stati battuti e anche parecchi. Tuttavia rimangono delle contraddizioni insanabili e all’apparenza inconciliabili che necessitano di essere ancora sviscerate, dipanate, scandagliate. Esseri liberi, autonomi e al tempo stesso dipendenti delle aziende. Penso ancora a quell’esercito di lavoratori definiti oggi “risorse umane” con un’espressione alla moda e di grande effetto. Un tempo, l’industria culturale denunciata da Horkheimer e Adorno pretendeva di organizzare persino il tempo libero dell’individuo. Mi torna poi in mente la definizione di D’Alembert e Diderot, che ne L’Encyclopédie (foto) definivano il lavoro come fonte di piacere e rimedio dalla noia.

Ma è davvero così? Si può ridurre un individuo al suo lavoro, imponendogli di dedicarvisi anima e corpo? E come spiegare la disperazione di chi un lavoro non può averlo, non essendo nemmeno messo nelle condizioni di esercitare quello che in realtà sarebbe non una gentile concessione da parte del datore di lavoro bensì un diritto sacro santo della persona? Di qui, un pensiero amaro va anche alle logiche clientelari che attanagliano il sud Italia, dove per avere un lavoro occorre rivolgersi al benefattore di turno, altro che fine dei rapporti vassallatici… Che senso ha nell’era del precariato interrogarsi ancora sulla sacralizzazione del lavoro quando molti avvertono la mancanza di lavoro e la disoccupazione come un fallimento personale di cui si è i soli responsabili?

Al di là delle motivazioni psicologiche che stanno alla base del discorso, si è passati da una concezione alienante del lavoro, ad una nuova paradossale inversione dei ruoli per cui l’individuo sottomesso alle nuove logiche appare ancora più schiavo dell’operaio ai tempi di Marx o della cruda rappresentazione di Tempi moderni di Chaplin.

Come evitare l’impasse e non correre il rischio di cadere in una di queste due estremizzazioni? Come non banalizzare il tema delicato, la questione spinosa della mancanza di lavoro? Penso a una foto che circolava giorni fa sul web, un’edicola del Veneto aveva pubblicato la notizia di un operaio suicidatosi sul posto di lavoro perché licenziato, e sotto era stato apposto senza tanti scrupoli l’inserto recante l’annuncio di un’offerta di lavoro. Commentare questa immagine mi sembrerebbe di cattivo gusto perché ogni parola sarebbe superflua. Rimangono solo il silenzio. L’indignazione. La vergogna, per chi è ancora in grado di provare questo sentimento. E la costernazione di fronte alla propria impotenza. Un tempo, lo schiavo accettava di essere tale perché non aveva mai conosciuto altro, come ci spiega La Boétie e perciò non poteva neanche lontanamente immaginare di poter vivere diversamente. Ma oggi, la situazione è, dovrebbe, essere diversa.

Come sottrarci a questa nuova forma di violenza psicologica, per non permettere al lavoro di insinuarsi in quegli interstizi di libertà, in quel residuo di vita privata, di sfera intima che ciascuno di noi ha il dovere di difendere a tutti i costi perché sacra e inviolabile? Se come scriveva Hegel, ciascuno è figlio del suo tempo, tutti subiscono il fascino ammaliatore di chi promette l’elisir della felicità o del successo istantaneo, che soddisfi il nostro volere tutto e subito, desiderare tutto e il contrario di tutto. Bisognerebbe piuttosto prenderne consapevolezza, acquisire coscienza delle nostre vulnerabilità e del nostro esser contraddittori, sottrarsi alla ‘riprogrammazione dei cervelli’, accettare le debolezze, le défaillances. In fondo, credo ancora, forse illusoriamente, che le parole abbiano sempre un senso, una forza evocativa e che prima o poi i loro effetti torneranno a farsi sentire, anche là dove le menti sembrano ermeticamente chiuse e refrattarie a qualsiasi messa in discussione delle loro piccole pseudocertezze, quelle che tutti più o meno inconsciamente ci costruiamo per poter sopravvivere.

In definitiva, quello della Marzano è un pamphlet in cui l’autrice ci invita a esercitare ancora una volta lo spirito critico, in tempi bui di “cloroformizzazione” delle coscienze per usare un’espressione del prof. D’Orsi, ci esorta a toglierci le lenti deformanti con cui guardiamo il mondo circostante, tenendo a mente che noi NON siamo gli unici responsabili del nostro successo o della nostra felicità, che non possiamo esigere di controllare tutto, che dobbiamo rinunciare a questo assurdo tentativo. Poiché ci sarà sempre inevitabilmente un resto che sfuggirà a questa pretesa totalizzante, e non si tratta di “negare la possibilità di cambiare le cose quanto piuttosto di sapere che vi sono cose che si possono cambiare e cose che invece e molto più semplicemente non si possono cambiare. Saggezza consiste nel saperle distinguere”.

Michela Marzano, L’estensione del dominio della manipolazione. Dall’azienda alla vita privata, Ed. Mondadori, 2009, 202 p., rilegato, euro 18.

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