Reiner Schürmann, Maestro Eckhart o la gioia errante, Laterza, Pagine 250 – Anno 2008.

di Fabio Milazzo

«Eckhart proclama un messaggio semplice, la sua dottrina non ha nulla di esoterico o di straordinario.

Essa riguarda ciò che c’è di più ordinario in un’esistenza, e ciò che la maggior parte degli uomini vive.

Risponde alle domande elementari dell’apprendimento del mestiere di vivere: che cos’è la mia libertà originaria, e come posso riappropriarmene? In che modo posso tornare a me stesso? Dove posso trovare la gioia che non sfiorisce?»

Reiner Schürmann.

Il volume che presento ha avuto uno strano destino, proprio come il suo autore, Reiner Schurmann, e l’oggetto del libro, Meister Eckhart: tutti e tre sono stati dimenticati dalla vulgata filosofica pur essendo il loro valore teoretico indiscutibile.

L’opera ha per oggetto, come segnalavo tra le righe, Meister Eckhart, uno dei maggiori pensatori del medioevo cristiano, oggi sconosciuto anche a molti dipartimenti di filosofia medievale, in quanto relegato nel magma indefinito della realtà mistica del tardo medioevo.

Come afferma  la presentazione della Laterza, che pubblica questo volume, Maestro Eckhart (1260 circa – 1327 circa) è una figura di solido pensatore, cresciuto presso la scuola dei conventi dell’ordine di San Domenico, rinnovati dalle riflessioni di Alberto Magno. Il contesto storico-culturale fornisce ad Eckhart le sollecitazioni necessarie per un pensiero autonomo che tanta importanza ha nello sviluppo della teologia negativa, quella secondo la quale di Dio non si può parlare che per negazioni, affermando ciò che non è.

In questo lavoro, che appartiene alla preistoria della produzione di Schurmann, essendo del 1971, Eckhart viene interpretato come un metafisico eretico che pone, all’interno di un interrogazione sull’essere, il primato del “fare” sul “dire”. Gli studi sul Meister tedesco, iniziati presso la facoltà di teologia di Le Salchoir, accompagneranno Schurmann per tutta l’esistenza e saranno lo sfondo delle più tarde opere su Heidegger e le “egemonie infrante”.

Il primato del fare è uno degli argomenti centrali della riflessione eckhartiana: “il distacco” dell’anima dalla realtà mondana (l’abegescheidenheit). Secondo tale ermeneutica il logos può infatti nascere nel fondo dell’anima, luogo dell’incontro/presenza con il fondo di Dio, solo dopo aver raggiunto, attraverso un percorso di ascesi, il distacco dalla realtà terrena. Il tema chiarisce la vicinanza di certe intuizioni eckhartiane con tante riflessioni di pensatori buddhisti (pensiamo alle riletture   della scuola di Kyoto).

Il tema del distacco, e il percorso esistenziale che lo permette, fa da linea guida all’intera prima parte di la “gioia errante”. L’essere viene colto non in quanto presenza-spaziale ma come evento, sciolto così da ogni metafisica di tipo sostanziale.

Il volume è strutturato in un ampio e analitico commento che Schurmann fa di sette sermoni tratti dalla produzione in volgare di Eckhart. La scelta effettuata ha una precisa valenza filologico-ermeneutica, infatti, le opere in volgare, secondo diversi interpreti, rappresenterebbero la posizione più intima del pensatore, quella esposta durante le prediche pastorali, al di fuori delle rigidità istituzionali che invece innerverebbero i sermoni latini.

La domanda cui Schurmann, lungo tutto il testo, attraverso Eckhart, pone è: come può l’anima conoscere Dio? La risposta sta nel ricongiungimento teoretico/esperienziale tra la Divinità e il sé nel fondo dell’anima, quest’ultimo, per Schurmann-Eckhart, il luogo della compresenza di Dio e del logos spogliato dalle sovrastrutture fantasmatiche sedimentatesi durante l’esperienza intra-mondana.

La necessità di un percorso di ascesi è ben evidenziato nel primo sermone commentato da Schurmann, “Intravit Iesus”. Qui la figura della vergine chiaramente rimanda allo stato dell’anima libera da ogni attaccamento alle immagini empiriche sedimentatesi nella mente, pronta, quindi, ad accogliere Dio nel fondo di sé. Quest’anima sarebbe stata vergine nel suo pre-esistere e attraverso un processo di ascesi a quello stato, dovrebbe ri-tendere verso la condizione perduta al fine di incontrare Dio. Bisogna precisare che la natura di questo distacco non deve portare l’anima a rifiutare la realtà ma le dovrebbe introdurre verso nuove modalità esperenziali improntate al distacco.

Dalle analisi di Schurmann si deduce la superficiale banalizzazione che ha spinto la frettolosa etichettatura di questa modalità dell’incontro tra l’anima e Dio entro il magma indefinito della mistica. Eckhart, a ben vedere appare, grazie a Schurmann, un pensatore solido in possesso di “forti”e ben strutturate posizioni teoretiche. Questo tipo di mistica, che Vannini ha definito in maniera pertinente “speculativa”, è ben distante da quella di Teresa d’Avila che riconosce maggiore importanza all’aspetto estatico. Nella lettura eckhartiana avviene un percorso convergente tra l’anima che “si fa vergine” e Dio che genera il Figlio entro il “soggetto spogliato”; proprio nel rispettivo generare, il Figlio e l’anima vergine, avviene l’incontro.

Il distacco, come accennato, pone l’anima in un diverso rapporto con gli enti; un rapporto non finalistico, privo di alcun telos. Paradossalmente il fine è non avere fini nel cercare Dio, dismettere l’abito problematizzante di ogni “perché”.

Le implicazioni per il pensiero teologico sono evidenti: Dio non deve essere cercato, diremmo con Bonhoeffer, quale tappabuchi per le necessità esistenziali dell’individuo ma in quanto Dio, appunto, fine a se stesso. Il tema verrà ripreso nelle successive opere di Schurmann, quando, trattando Heidegger, egli rimarcherà la necessità di imparare a vivere “senza perché”, abbandonando ogni ricerca di inutili fondamenti.

Eckhart  non considera l’Incarnazione quale evento ontologicamente unico all’interno della storia della salvezza, infatti, tale “momento” si realizzerebbe in ogni anima al termine del percorso che conduce al distacco. Le riflessioni non possono non portare alla mente quelle di Karl Rahner secondo cui Gesù è l’Uomo realizzato, quello che meglio rappresenta la “pienezza” antropologica che permette l’incontro con Dio.

In questo discorso la gioia errante è quella che contraddistingue il singolo che, spogliato di ogni insano legame con le cose del mondo, compie la sua peregrinazione verso Dio. E’ proprio questo evento ad essere continuamente posto al centro delle riflessioni dell’Eckhart “heideggeriano” di Schurmann, nel tentativo di mostrare il sentiero verso un pensiero libero dai legacci dei fondamenti tutto proteso verso un libero e gioioso divenire.

Reiner Schürmann, Maestro Eckhart o la gioia errante, Laterza, Roma-Bari 2008, Pagg. 250. 

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3 commenti su “Reiner Schürmann, Maestro Eckhart o la gioia errante, Laterza, Pagine 250 – Anno 2008.

  1. Giulio ha detto:

    L’articolo rende giustizia al meraviglioso testo di Schürmann. Forse – si licet – avrei insistito sull’importanza che queste riflessioni hanno per la successiva lettura che Schürmann fa dell’opera heideggeriana focalizzando l’attenzione sul “lasciar-essere”. E’ forse proprio il concetto heideggeriano di Gelassenheit (e un giovanile interesse di Heidegger per Eckhart, tra l’altro) a portare Schürmann su questa strada.

    Ma, con beneficio del dubbio, non era Hegel ad aver definito Eckhart un “mistico speculativo”? (Senza nulla togliere a Vannini, a cui dobbiamo nobili traduzioni)

    • sentierierranti ha detto:

      Grazie. Spiace che Schurmann sia un autore pressoché sconosciuto in Italia; attendo sempre con speranza la traduzione delle sue “egemonie infrante”. Hai perfettamente ragione sul fatto che Hegel definì “speculativa” la mistica di Heidegger, credo che Vannini (che Hegel lo ama) si riallacci a lui.

    • Gennaro Pezzella ha detto:

      La mistica medievale che ritorna in tutta la sua suggestivita’ proprio nel vuoto ontologico della postmodernita’.L’esistenzialismo positivo di Abbagnano si rivela e si disvela essere stato profetico.L’intellighenzia accademica dovrebbe adeguatamente rilanciarlo.

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