David Abulafia, Federico II. Un imperatore medievale, Einaudi, Torino 1990, pagg. 401.

di Fabio Milazzo

Un’Isola ricca di datteri, cotone, pelli, zucchero, seta e frumento duro. E poi terrazze, giardini, fontane, fiori e frutti. Da qui bisogna partire per cercare di capire l’enorme attrattiva della Sicilia medievale. Una terra contesa e desiderata.

David Abulafia, storico inglese autore di fondamentali studi sul Regno di Sicilia intorno al XII secolo, partendo da queste condizioni cerca di spiegare l’enorme e viscerale legame tra un “uomo del nord dai capelli rossi” e un’isola bollente al centro del Mediterraneo: Federico II e la Sicilia.

Su entrambi gli attori abbiano una ben solida tradizione che ha reificato l’immagine e la semantica.

Da una parte l’imperatore che “stupì il Mondo”, dall’altra l’Eden della convivenza.

Abulafia, nel pregevole saggio che recensisco, smonta e ri-significa buona parte di questa tradizione.

Egli analizza la figura del “principe di carota” e, alla fine, il ritratto offerto è molto meno lusinghiero rispetto a quello della vulgata.

De Certeau parlando della storia riferiva quanto questo genere letterario fosse teso tra “scienza e finzione”, quanto fosse il reiterato tentativo di colmare un’assenza mai presente: il passato. Quest’assenza non esiste, non è mai esistita se non nella veste di narrazione, sempre mutevole, sempre di là dall’essere una Verità.

Federico II è uno di quei principi del passato che, al pari di Cesare, di Augusto e di Napoleone, tutti ricordiamo (ovviamente l’accezione di “principe” qui è generica…). Colto, tollerante, eretico. Tre qualità molto di moda oggi (e, per certi versi anche ieri).  A capo di un impero, forse il primo della storia, veramente efficiente sotto l’aspetto burocratico, trascorse la vita andando a caccia, “guerreggiando” con i papi e scambiando lettere con sapienti ebrei e musulmani.

Tutti questi ingredienti hanno reificato la sua immagine mitizzandola. Per tornare a De Certeau, al di là di quanto quest’immagine sia congruente con quella che non possiederemo mai più- che non possedevano, perché molteplice, neanche i suoi contemporanei- resta il fatto che Federico II, il personaggio, è una leggenda. Quest’ultima, secondo Abulafia, non è del tutto meritata, sicuramente ingigantita, probabilmente “costruita a tavolino”; compito dello storico (di razza) decostruirla mostrandone le crepe, le contraddizioni, le aporie.

Da Abulafia viene invece esaltato il ruolo rivestito da Federico nella genealogia dello stato moderno. La “cristianità” sotto lo “stupor mundi”  iniziò la trasformazione da multiforme accozzaglia di entità territoriali sottoposte, secondo la logica degli insiemi di Cantor, ad autorità sempre meno locali, fino ad arrivare ad una delle due potenze universali che si contendevano il dominio della Cristianità:il Papa e l’Imperatore.

Lo storico individua nel Regno di Sicilia un eccezionale laboratorio per le trasformazioni indicate. Qui si delineano, in forme inizialmente inconsapevoli, quei metodi di governo centralizzato che tanta importanza avranno nello sviluppo dello stato moderno. Sempre nell’Isola, pur in un contesto ambientale eccezionalmente refrattario, sembra si siano sviluppati quei concetti di unità etnica, culturale e linguistica che tanta importanza avranno, molti secoli dopo, nelle teorizzazioni sull’idea di “nazione”. Quanto detto dovrebbe restituire smalto al logorato tema della “sicilitudine”, un’appartenenza e una identificazione, quest’ultima, tutt’altro che necessaria.

Abulafia, e in questo mi sembra mostrare tutta la sua caratura di “storico di razza”, mostra quanto, a differenza di quanto solitamente creduto, Federico non abbia proceduto ad una annessione della Sicilia ai domini nordici dell’Impero ma abbia proceduto ad una amministrazione separata che ben identificava, e quindi scindeva, un impero con prerogative universali e una monarchia territoriale.

Il testo di Abulafia si presenta nelle vesti di una grandiosa ricognizione interpretativa sull’operato e la figura di Federico.  In tale ottica, “pel di carota” viene seguito e tratteggiato entro il contesto normanno dal quale proveniva. Il primo capitolo è, proprio, una estesa mappatura del regno normanno di Sicilia e del suo “inventore”, re Ruggero II.

Il secondo capitolo, sempre in ordine alla visione contestuale necessaria per collocare e cercare di comprendere Federico, è dedicato a quell’illustre parente, cui tanti oggi in Italia fanno il verso: Federico il Barbarossa. In questa sezione si discute anche a lungo della figura di Enrico VI, e del coinvolgimento del Barbarossa nelle vicende italiane, nelle crociate e nella guerra con l’Islam istituzionalizzato.

Nel terzo capitolo si segue la parabola del clan  di Federico nel periodo immediatamente successivo alla sua morte. Lo scontro con la Santa sede avrebbe raggiunto il suo acme con i Vespri del 1282, ben oltre il momento storico della scomparsa dello stupor. Viene inoltre analizzata la fama leggendaria di Federico, quella che ci fa ancora discutere di lui a quasi otto secoli dalla scomparsa.

Indubbiamente Federico si autorappresentò nelle vesti del “principe della pace”, l’uomo della morale, il difensore dell’ordine costituito, tale immagine di sé lo portò allo scontro con l’Altra autorità che per struttura fondativa si riteneva essere garante della morale: la Chiesa di Roma.

Il volume, articolato nei tre capitoli cui si è fatto cenno, più una conclusione, è completato da cartine geografiche, note, una interessante bibliografia e un indice analitico.

Al termine della lettura ci si rende conto che un bel po’ di miti da sempre dati per scontati non sono altro che incrostazioni della storia. Abulafia (foto) riesce nel tentativo di ri-significare, decostruendo, un periodo e una figura ormai troppo “conosciuti” per essere interpretati, e questo è un grande merito.

David Abulafia, Federico II. Un imperatore medievale, Einaudi, Torino 1990, pagg. 401, euro 13,50.

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