F. BRENCIO, La negatività in Heidegger e Hegel, Aracne Editrice, Roma 2010.

di Fabio Milazzo

Instabile, ambivalente, paradossale ma anche razionale, calcolatore e problematico. L’uomo è, tra le specie viventi, quell’animale che attraverso il dispositivo linguistico crea “universi”. Possibili ed esistenti ma anche fantastici ed ipotetici.

Quali le fondamentali caratteristiche logiche che permettono a questo “animale discorsivo” di distanziarsi dal nudo dato della natura e produrre un Mondo (Welt) “capace” di contenerlo?

 “L’appropriarsi del mondo è un’appropriarsi di se stessi, la presa di posizione verso l’esterno è una presa di posizione verso l’interno, e il compito posto all’Uomo in uno con la sua costituzione è sempre un compito oggettivo da padroneggiarsi verso l’esterno, quanto anche un compito verso se stesso. L’Uomo non vive, bensì conduce la sua vita”.

A. Gehlen, L’Uomo. La sua natura e il suo posto nel mondo, Feltrinelli, Milano 1983  p. 78.

A questo interrogativo, Paolo Virno, nel recente “E così via all’infinito” ( Bollati Boringhieri  2010), risponde sostenendo che tre sono fondamentalmente le categorie antropo-logiche dell’uomo: il regresso all’infinito, attraverso il quale ci domandiamo il perché di qualcosa e poi il perché del perché in un percorso potenzialmente illimitato che può essere interrotto attraverso una particolare disposizione del linguaggio.  L’utilizzo della formula “è possibile che” attraverso la quale l’uomo stabilisce il carattere in-definito della realtà. Infine l’uso della parola “non” che permette di costruire affermazioni negative che attestano come “non stanno le cose.

A quest’ultima disposizione, la “negazione”, Francesca Brencio, ricercatrice in Filosofia, allieva di Anna Giannatiempo Quinzio, di cui è stata assistente presso la cattedra di Estetica dell’Università degli Studi di Perugia, ha dedicato un volume, analizzando il ruolo di questa “disposizione discorsiva” nella filosofia di Hegel e di Heidegger.

Secondo l’autrice (foto), Hegel  è il grande “assente” della riflessione contemporanea.

 Spieghiamoci.

Non che al pensatore di Stoccarda sia dedicato poco spazio all’interno della riflessione filosofica odierna, basti pensare alla “riscoperta” da parte della “scuola di  Pittsburgh, USA, di Brandom e Mc Dowell, quanto che Hegel è espressamente rifiutato […], infatti per citare Adorno, quel che oggi autenticamente manca è la volontà di prenderlo sul serio» (TH. W. Adorno, Tre studi su Hegel (1963), trad. it. a cura di F. Serra, Il Mulino, Bologna 1971, p. 122.).

Perché?

Per il semplice “fatto” che Hegel rappresenta il compimento della metafisica occidentale. Il suo “grandioso” sistema pone fine ad una tradizione secolare. Da allora, ci puntualizza l’autrice, la filosofia è diventata una faccenda puramente accademica» (H. G. Gadamer, La dialettica di Hegel (1971), trad. it. a cura di R. Dottori, Marietti, Genova 1973, p. 127.). 

Come dicevamo in apertura, il tema della negatività, la possibilità di “narrare” il diverso, l’Altro, ha in Hegel un “padre” che, forse, proprio per la presenza “fallica”, a tratti risulta essere troppo ingombrante. Il negativo, tanto vituperato, quale forza mortifera e depressiva, se ben compreso rappresenta l’antidoto nei confronti delle sciocche illusioni della filosofia del “dato”, dell’oggetto, del positivo. 

Heidegger fu tra quanti riconobbero il ruolo imprescindibile svolto dal “sistema Hegeliano” all’interno del “grande” impero della “metafisica”. L’interrogare del pensatore della “radura” ha spesso, e in diversi contesti, sollecitato Hegel in relazione alla problematica dell’essere da ripensare in ordine alla Seinsfrage. Da una parte il filosofo dello “spirito assoluto”, della “fatica del concetto” , della ragione “forte”, dall’altra quello dell’essere epocale, del linguaggio costituente, della “luce del nulla” (B.Welte). 

Il confronto tra i due autori risulta tanto più pertinente se riflettiamo sulla “natura” degli interrogativi in ultima istanza posti: che cos’è l’essere? Che cos’è l’ente? Come possiamo pensare la metafisica? 

Le problematiche, tra le più “classiche” della riflessione filosofica, vengono analizzate alla luce della negatività che in Hegel è baluardo e limite includente mentre in Heidegger è “sfondo” mistico entro cui si danno gli infiniti compossibili.

Il volume si articola in tre parti che si dipanano seguendo il cammino heideggeriano verso la negatività di Hegel.

La prima analizza “la storia della Auseinandersetzung che Heidegger ha intessuto con il filosofo di Stoccarda”. Vengono affrontati gli scritti giovanili dove si evince il costante riferimento e il confronto con il pensatore dell’Assoluto, sempre all’insegna della “prossimità che tuttavia mantiene i tratti caratteristici della distinzione”. Viene inoltre focalizzata l’attenzione sulla “ermeneutica im-perfetta” compiuta su alcuni concetti hegeliani: la dialettica, il tempo, l’immaginazione produttiva kantiana, il concetto di esperienza quale emerge dalla Fenomenologia dello Spirito

Nella seconda parte si analizzano le declinazioni del negativo e della negatività nella riflessione di Hegel. Vengono evidenziati i dispositivi logici e le connessioni esistenziali. 

La terza parte (capitolo III) si è concentrata sull’interpretazione che Heidegger ha dato della negatività hegeliana. Il “luogo” di partenza non può che essere ricercato tra le “note” dei Beiträge zur Philosophie. Proprio qui appare chiara la “piega” impressa al concetto di negativo, correlato alla problematica del “nulla”, che tanto interesse susciterà tra i pensatori della “scuola di Kyoto” per le assonanze con il concetto di “vacuità”. Indubbiamente tale lettura, se rapportata alla riflessione hegeliana, mostra tutta la sua debolezza interpretativa. Ma cos’è la filosofia se non una continua opera di fraintendimento? 

Non possiamo che consigliare la lettura del volume, soprattutto per la rilevanza, a tratti vera e propria banalizzazione, del tema della negatività all’interno della riflessione odierna, dalla psicoanalisi alla fisica quantistica. In tal senso, focalizzare un tratto fondamentale del procedere genealogico del (meta) concetto non può che essere un utile antidoto alle riduzioni di sorta. 

F. BRENCIO, La negatività in Heidegger e Hegel, Aracne Editrice, Roma 2010.

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