Francesco Benigno, Specchi della rivoluzione. Conflitto e identità politica nell’Europa moderna, Donzelli ed., Roma 1999, pagg.302.

D. Gargiulo: La rivolta di Masaniello –
Napoli, Museo di San Martino –  stampa

di Fabio Milazzo

La pragmatica della lingua ci insegna che la comunicazione, lungi dall’essere una mera trasmissione di significati da un emittente a un ricevente, è un fatto il cui accadere genera “mondi”.

La comunicazione è spazio condiviso entro il quale i parlanti vivono la loro politicità originaria, il loro essere comunità.

Essa è in ultima istanza l’accadere dei molteplici “turni conversazionali” entro i quali si danno e si corrispondono i significati degli enunciati. La comunicazione è il processo attraverso il quale i parlanti cercano di corrispondere al senso dei significati prodotti nei turni locutori.

L’accadere comunicativo genera mondi. Questi sono il frutto del continuo “rimpallarsi” dei significati. Ora, diversamente da quanto crediamo, la maggior parte delle accezioni linguistiche che ordinariamente utilizziamo sono “vaghe”.

Come afferma Achille C. Varzi:

“la vaghezza è un fenomeno pervasivo del pensiero e del linguaggio ordinario. Abbiamo una buona idea di che cosa significhi dire che una persona è calva, alta, o ricca, ma a volte ci troviamo spiazzati. Alcuni uomini sono chiaramente calvi (Picasso), altri non lo sono (il conte di Montecristo), e altri ancora sono casi intermedi (Bertinotti): non c’è un numero esatto di capelli che segni il confine tra i calvi e i non-calvi. Allo stesso modo, è ridicolo supporre che vi sia un’altezza precisa che segni il limite tra chi è alto e chi non lo è, o un’esatta somma di denaro che separi i ricchi dai nonricchi”( A.C.Varzi, Vaghezza e ontologia in (a cura di) M.Ferraris, Storia dell’ontologia, Bompiani, Milano 2008).

Il problema è che tutti i concetti che quotidianamente utilizziamo sono vaghi o, comunque, vengono utilizzati secondo modalità indeterminate che lasciano ampio spazio al fraseggio, alla chiacchiera, all’insinuazione, riducendo di fatto la comunicazione a flatus voci .

Tal problema diventa rilevante allorquando si cerca di problematizzare analiticamente la realtà.

E’ il caso dei moti che stanno accadendo nel Maghreb. Rivoluzioni? Rivolte? Sedizioni?

I concetti vengono utilizzati secondo modalità indefinite legate più al gusto personale che a motivazioni teoretiche.

Tale procedere discorsivo è tanto più evidente sul web, dove spesso si tende a confondere l’indeterminatezza e la confusione semantica con la leggibilità e la “facilità” comunicativa.

Per cercare di chiarire l’enorme problematicità del concetto di “Rivoluzione” voglio consigliare il bel libro di Francesco Benigno: “Specchi della rivoluzione. Conflitto e identità politica nell’Europa moderna” (nella foto l’edizione inglese) .

L’autore, storico in attività presso l’Università di Teramo, precisa come il testo da lui realizzato sia uno studio di storia contemporanea. Io lo collocherei entro l’insieme meta-storico, in quanto si propone di offrire una carrellata delle determinazioni che la storiografia novecentesca ha dato del concetto di Rivoluzione, offrendo al contempo un’analitica interpretativa dello stesso.

Alla fine si resta con una certezza e un certo smarrimento: non esistono chiari criteri per determinare l’ecceità del concetto che appare più il risultato di narrazioni avvenute ad avvenimenti (rivoluzionari) accaduti piuttosto che l’adeguamento tra un segno e un fatto.

La Rivoluzione, afferma Benigno, è il più importante lemma che permette di pensare il conflitto e il progresso. Quest’ultimo è, però, un concetto tipicamente settecentesco, ergo è impossibile retrodatare la definizione “rivoluzione” per periodi antecedenti al Settecento.

Ma ne siamo sicuri?

Il testo di Benigno è, implicitamente, una serrata critica a questo assioma. Afferma infatti l’autore che “soltanto sottraendo il conflitto di Antico regime al sovraccarico di senso che l’idea (vaga) di rivoluzione vi ha depositato, è possibile ridare dignità alla “rivoluzione prima della Rivoluzione”.

Infatti, la vaghezza discorsiva di cui facevo cenno, ha reificato un’immagine dietro la definizione di rivoluzione, quella legata agli accadimenti di piazza necessari per raggiungere una sempre più compiuta “democrazia”. Il 1789, il 1848, il 1917, sono in tal senso paradigmatici, almeno a livello inconsapevole.

Il conflitto sociale è il percorso obbligato per raggiungere la mitica “città di Dio”, questo il lascito a livello di immaginario collettivo dei fermenti rivoluzionari sopra indicati.

Eppure la storiografia contemporanea, quella post-Annales, ha messo in discussione l’immagine appena citata. Infatti ci si è resi conto che i moti rivoltosi, erroneamente (o comunque superficialmente) significati quali conseguenze di “pance vuote”, e di oppressione sociale, sono in realtà il contingente risultato dell’economia morale delle comunità di Antico regime. Insomma, la maggiore attenzione al mentale, alle dinamiche collettive, all’immaginario e ai processi inconsapevoli, ha spianato la strada a tutta una serie di studi focalizzati più sui “funzionamenti” delle dinamiche di gruppo che sui meri processi necessari legati a concetti vaghi e indefiniti quale, ad esempio, quello di progresso.

Secondo Bercè, a nostro giudizio illuminante (e introvabile in Italia), le rivoluzioni d’età moderna sono momenti di effervescenza gruppale aventi luogo in periodi di “vacanza” dalle norme, nell’assenza del (dei) potere(i), nella sospensione della politica ordinaria a favore dell’eccezionalità irrazionale e creatrice.

Eppure queste “effervescenze” sembrano far riemergere sempre gli stessi miti fondatori, l’età dell’oro, la “città di Dio”, il Paese di Cuccagna, rivisitati e ri-significati secondo le passioni del tempo e l’immaginario collettivo contingente.

Tali analisi sembrano superare la rigida separazione tra le “rivolte”, lette classicamente come momenti, lampi di interruzione festiva nei confronti dell’esercizio del potere sovrano e le “rivoluzioni” viste come procedimenti che fanno riferimento a codici maggiori che afferiscono a valori socialmente condivisi, almeno dai più.

Benigno discute anche della lettura di Charles Tilly (https://haecceitasweb.com/2011/03/05/charles-tilly-le-rivoluzioni-europee-1492-1992-laterza-roma-bari-1993-pagg-366/)  che, se ha il merito di evidenziare la lotta tra diversi attori per il controllo dell’apparato statale, sembra lasciare fuori diversi “accadimenti” che indubbiamente hanno “segnato” il tempo storico “rompendo” il “corso delle cose”.

Indubbiamente, come detto, l’analisi delle diverse interpretazioni storiografiche è funzionale ad un progetto, quello di offrire argomenti a quanti si sentono di criticare la vulgata, fatta propria da Condorcet e Arendt (foto), secondo la quale solo con il 1700 si può iniziare a parlare di “rivoluzione”.

Secondo Benigno il bisogno di cambiamento, al di là dei codici attraverso i quali può essere rappresentato, appartiene tanto al passato remoto, quanto a quello più prossimo. Ciò che secondo noi è da evidenziare è che affinché ci sia rivoluzione tale cambiamento deve avvenire soprattutto a livello trascendentale, deve cioè incidere sull’immaginario inconsapevole, quello che struttura e pre-ordina i “mondi” che abitiamo, non deve, cioè, riguardare soltanto mutazioni sociali.

Benigno compie il suo “sentiero” attraverso 4 capitoli. Nel primo analizza le diverse interpretazioni storiografiche novecentesche del concetto di “rivoluzione”. Sono tutte (o quasi) di stampo revisionista. Nel secondo capitolo prova a ripensare le crisi del Seicento, individuando in questo momento lo sviluppo dei processi rivoluzionari propriamente detti. Facendo ciò, d’accordo con Merriman, Benigno cerca di risignificare il concetto stesso di rivoluzione emancipandolo dall’immagine post-settecentesca. Nel 3° e nel 4° capitolo vengono analizzati due momenti di rottura: quello della fronda e la rivolta di Masaniello. I due episodi servono all’autore per argomentare la propria tesi.

In definitiva un testo che mi sento di consigliare, con due grossi pregi su tutti: problematizza un concetto abusato e vago; offre uno spaccato prospettico di un secolo di storiografia “impegnata”.

Francesco Benigno, Specchi della rivoluzione. Conflitto e identità politica nell’Europa moderna, Donzelli ed., Roma 1999, pagg.302.

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