Sergio Della Sala – Michaela Dewar, Mai fidarsi della mente. N+1 esperimenti per capire come ci inganna e perché, ed. Laterza, Roma-Bari 2010, 116 p.

di Emanuela Catalano

Prendo spunto dalla lettura di un libricino intitolato “Mai fidarsi della mente”  scritto a quattro mano da Sergio Della Sala e Michaela Dewar, per porre l’attenzione sulla complessa e spinosa questione del funzionamento del cervello umano. Nonostante il proliferare degli studi al riguardo, il nostro cervello permane una macchina in gran parte insondabile e misteriosa che non smette di affascinare fior fiore di studiosi e scienziati di tutto il mondo. Attraverso una fitta serie di esperimenti, i due professori dell’Università di Edimburgo ricreano un vero e proprio laboratorio che consente a chiunque lo voglia di tastare direttamente a casa propria, o sul campo, il lavoro del cervello.

In realtà alcuni di questi esperimenti sono piuttosto banali e trattano di quei giochetti di prestigio che ognuno di noi avrà sperimentato da bambino, con i quali ci siamo dilettati per impressionare i coetanei e talvolta anche gli adulti. Chiunque si aspettasse di trovarsi di fronte ad un trattato scientifico rimarrebbe senza dubbio deluso. Il libro appare a tratti troppo semplicistico, e la trattazione di taluni argomenti superficiale o affrontati in una maniera che può apparire al lettore esperto a dir poco sfuggente e poco soddisfacente. Quello che a noi sembrava maggiormente degno di interesse è piuttosto lo sfondo che sottende il discorso degli autori e sulla cui base si dipana l’argomentazione principale: quella secondo la quale noi non conosciamo con assoluta e incontrovertibile precisione il funzionamento della nostra mente, o meglio di quel complicatissimo ed evoluto organo che è il nostro cervello ma solo una piccolissima, minima parte. Mentre guardiamo un oggetto ad esempio, questo proietta un’immagina sulla retina – la parte retrostante dell’occhio – la quale trasforma il segnale ricevuto in una miriade di impulsi nervosi che andranno a diramarsi fino a raggiungere le varie parti di cui è composto il cervello, al fine di assemblarle poi per fornirci l’idea, anzi il concetto, di quell’oggetto.

La domanda incalzante a questo punto sembrerebbe essere la seguente: come può un atto del pensiero tradursi in un movimento del corpo? La domanda che attanagliava Cartesio sembra essere alla base del meccanismo da cui oggi muove la ricerca delle neuroscienze. In Cartesio era già presente in nuce una delle questioni dirimenti e fondamentali per l’epoca contemporanea. A tal proposito, vorrei citare en passant l’opera di Damasio, intitolata significativamente “L’errore di Cartesio”, nella quale l’autore sostiene l’impossibilità dell’esistenza di un pensiero disincarnato. Tutti i nostri atti – anche quelli inconsci se vogliamo – sono frutto di un pensiero, il quale si nutre di un qualcosa di corporeo, in sostanza di interazioni chimiche, oltre a passioni, emozioni, ecc. Il pensiero è tale solo nella misura in cui è incarnato, e non può esistere alcuna res cogitans, alla maniera cartesiana, intesa come realtà ontologica o principio fisico.

Dopo aver analizzato la struttura del cervello da un punto di vista fisico, le varie parti di cui esse si compone, i due emisferi, i quattro lobi, descritto il neurone, passato in rassegna i cinque sensi, con l’aggiunta di un senso dell’equilibrio e di un altro senso detto di propriocezione, gli autori si soffermano a descrivere le più famose illusioni ottiche (Ebbinghaus, Müller-Lyer, Ponzo). La vista però non è come sappiamo l’unico senso a subire un’interpretazione distorta, deformando di conseguenza anche la rappresentazione che ci formiamo dell’ambiente circostante. Le cosiddette illusioni non visive sono frutto di un conflitto tra i vari sensi e della successiva confusione che ingenerano nel cervello. L’illusione è quindi frutto della distorsione o del travisamento cui il cervello va incontro nell’elaborazione dei dati che gli provengono dall’esperienza sensibile.

Noi siamo continuamente bombardati da stimoli esterni – quelli provenienti dall’esperienza empirica – ma anche da stimoli interni, quali i pensieri, desideri, progetti, azioni. Per funzionare al meglio, il cervello si trova costretto ad operare una cernita di tutti questi stimoli, selezionando soltanto quelli che reputa “utili” e che gli possano in un certo qual modo interessare, eliminando il surplus di informazioni superflue che vengono così bloccate. A questo punto, viene analizzato il concetto di “memoria” il cui perno ruota a nostro avviso sulla lettura nietzscheana della storia. Nella Seconda Inattuale, Nietzsche affermava infatti che solo le pecore vivrebbero felici perché in balia dell’oblio; libere cioè dal ricordo, e dal passato, esse troverebbero in questa loro condizione la motivazione stessa alla propria felicità. E tuttavia, in questo modo, saremmo condannati a vivere in una sorta di eterno presente, un’esistenza destituita di senso perché privata del suo passato e del suo futuro. La memoria è dunque essenziale alla vita, e lo è anche per quanto riguarda le nostre capacità di apprendimento: solo attraverso l’esperienza ripetuta e consolidata il cervello è in grado di formarsi delle regole da seguire per svolgere rapidamente determinate azioni che si manifestano sotto forma di risposte cerebrali automatiche.

È necessario a questo punto introdurre il concetto di “inibizione”, inteso nell’accezione del “disimparare le vecchie regole” acquisite in precedenza, una sorta di aggiornamento del software per usare un’espressione divenuta oggi di uso comune, per adeguarsi ai nuovi parametri di riferimento e alle situazioni più disparate. La nostra memoria tuttavia, lungi dal costituire una fedele riproduzione o una fotografia perfetta del reale, appare spesso incompleta e per ovviare a questa sua mancanza fa ricorso alla facoltà dell’immaginazione, mentre per risparmiare energia tende focalizzarsi solo su alcuni dettagli. Più che un meccanismo perfetto, essa è caratterizzata da imperfezione e una notevole dose di presunta fallibilità. Al tempo stesso, essa appare labile in quanto influenzata dagli eventi occorsi dopo un fatto, un evento analizzato o manipolata e inficiata da ciò che si crede di aver visto o sentito, dalle credenze personali, stereotipi o pregiudizi di vario genere.

Quando il cervello si trova a dover svolgere un compito piuttosto insolito, può capitare di incorrere in talune confusioni ed errori; è come se si trovasse a dover scegliere tra le informazioni in conflitto quella più idonea e funzionale al suo scopo. È indispensabile a questo punto estirpare le convinzioni radicate e procedere in direzione di un intenso sforzo di concentrazione per inibire la risposta automatica e costringere il cervello a rivedere il suo normale incedere per optare per altre vie, forse più impervie ma che vanno in direzione di un maggior sviluppo dell’attenzione e della consapevolezza.

In conclusione, il testo riporta l’esempio dei celebri paradossi sociali: vale a dire il fatto che tendiamo sempre a giustificare il nostro comportamento, ad attribuirci i meriti dei nostri successi, mentre accade la situazione opposta e contraria in presenza di eventuali fallimenti o quando determinanti atteggiamenti – che giudichiamo falsi, ipocriti o poco corretti – sono assunti da altri.

In definitiva, la tesi sulla quale si impernia il libro è quella secondo la quale non siamo noi a ingannare il nostro cervello, ma è il nostro stesso cervello ad ingannare i nostri pensieri. Anche là dove pensiamo di essere gli unici padroni incontrastati del pensiero, in realtà è sempre il nostro cervello a controllarli. Solo quando l’uomo scenderà dal piedistallo sul quale vive appollaiato e accetterà di esser dominato da una forza che lo sovrasta – la potenza della mente – potrà incamminarsi sul sentiero di una più piena e autentica conoscenza di sé.

Sergio Della Sala – Michaela Dewar, Mai fidarsi della mente. N+1 esperimenti per capire come ci inganna e perché, ed. Laterza, Roma-Bari 2010, 116 p., ill., brossura, 14 euro.

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