Charles Tilly, Le rivoluzioni europee. 1492-1992, Laterza, Roma-Bari 1993, pagg. 366.

 di Fabio Milazzo

Il tema del conflitto sociale e della “rivoluzione” è quanto mai presente nelle “discussioni” sul web di questi periodi.  Noi stessi  abbiamo in diverse occasioni affrontato l’argomento, sia su haecceitasweb”  (https://haecceitasweb.com/2011/01/04/biopolitica-evento-e-rivoluzione/, https://haecceitasweb.com/2010/12/19/la-rivoluzione-ovvero-l%E2%80%99evento-im-possibile/), sia su “sentieri erranti” ( http://www.sentierierranti.com/2011/01/quaestiones-perpetuae-1-disperazione.html ).

Le rivolte sono state, per lo più, significate utilizzando paradigmi “sorpassati”, quali le rivoluzioni francesi, inglesi, russa, la “Comune”, il 1848. Ciò che è sfuggito ai narratori è che in tutte le “svolte” sopra menzionate il rivolgimento ha (o almeno aveva in potenza) prodotto una mutazione di senso relativamente alle coordinate discorsive che producono il “mondo” in cui si è gettati. La rivoluzione del 1789, oltre a far saltare la testa di Luigi XVI, ha prodotto un universo concettuale capace di ridefinire le relazioni sociali. Pensiamo ai concetti di progresso, uguaglianza, cittadinanza, nazione, partecipazione… La rivoluzione inglese non soltanto ha posto sul trono un Orange al posto di uno Stuart ma ha prodotto  l’universo di senso che ha permesso il Bill of Rights (dichiarazione dei diritti). “Secondo questa dichiarazione il sovrano non poteva imporre tributi a favore della Corona senza l’approvazione del Parlamento, non poteva mantenere nel regno un esercito stabile in tempo di pace senza il consenso del Parlamento, i membri del parlamento dovevano essere eletti liberamente, in parlamento vi era la libertà di parola”. Si faceva largo l’idea che la gestione del potere non fosse una faccenda da gestire tra un certo “Cielo e una certa Terra”. 

La situazione di questa attualità biopolitica in cui siamo immersi sembra minare la possibilità stessa di una produzione di senso, intesa come creazione di concetti capaci di trasformare le relazioni sociali. Ciò che è in gioco è la possibilità stessa dell‘Evento– Rivoluzione, la “sua” utilità. E’ un problema di “trascendentali” (di “virtualità”) non di “trasferimenti forzosi di quote di potere statale” (Tilly), infatti, i significati che determinano l’orizzonte di senso in cui viviamo, sono reificati a seguito della capillare organizzazione stabilita ab origine dal bio-capitalismo che sancisce ciò che ha senso e ciò che non lo possiede per definizione. 

Per cogliere la singolare peculiarità della rivoluzioni europee dell’età moderna vorrei suggerire la lettura di un volume che oramai è un classico della storiografia sul tema, l’autore è Charles Tilly (foto), su “wikipedia” definito: sociologo, politologo e storico statunitense, scomparso nel 2008. Il libro è: “Le rivoluzioni europee 1492-1992” edito da Laterza. 

Nel volume Tilly analizza e discute, basando le sue argomentazioni su un’ampia “letteratura secondaria”, alcuni “snodi rivoluzionari” fondamentali per la storia dell’Europa moderna e contemporanea. 

Nei 7 capitoli che compongono il volume, i primi due sono di carattere introduttivo e si propongono un’analisi storico-sociologica del concetto di “rivoluzione”. L’autore mostra come non esista una modalità unica del “fare la Rivoluzione”. Quest’ultima si declina lungo due componenti: una situazione rivoluzionaria e un esito rivoluzionario. 

Ma cos’è una “rivoluzione”?

Secondo l’autore è ” un trasferimento forzoso del potere statale, nel corso del quale almeno due blocchi contrapposti hanno pretese incompatibili di controllare lo Stato, e una parte considerevole della popolazione soggetta alla giurisdizione dello Stato appoggia le pretese di ciascun blocco”. 

La definizione non convince del tutto, ci appare poco “concettualizzata” nell’aspetto “semantico”, ma è un “chiaro punto di partenza”. Se il “mondo” che esperiamo è un “effetto di senso”, perchè ci sia una rivoluzione, intesa come movimento improvviso/rottura violenta/mutamento profondo ” (Portinaro) è necessario l’accadere di un Evento capace di stravolgere le “trame semantiche” attraverso le quali “coloriamo” la realtà. Pensare che una “mutazione delle relazioni di potere” sia sufficiente, oggi, per modificare lo “stato delle cose” appare riduttivo, oltre che teoreticamente banale. Le analisi di Negri su un “Impero” sono da declinare in ottica linguistica: la globalizzazione riguarda il “senso” ibernato dalle relazioni del bio-potere. 

La lettura di Berman sulla “rivoluzione pontificia”, come quella di Maravall e questa di Tilly, “grandiose analisi sotto l’aspetto storiografico” sono “deficitarie” soprattutto in un aspetto: la “Rivoluzione” è letta, essenzialmente, quale fenomeno di rottura “violenta” dell’ordine istituzionale dato. Manca,però, l’analisi filosofica relativa alle mutazioni delle “strutture di senso”, quelle che orientano l’apertura dell’esser-ci. 

Detto questo, il volume di Tilly risulta pregevole, soprattutto nel suo essere una “panoramica a volo d’uccello” intorno ad importanti eventi di ridefinizione dell’ordine giuridico-politiche, colti nella loro singolarità, nel loro essere sempre differenti, quindi mai riconducibili ad un unico modello. Si sente il bisogno, oggi, di una presa d’atto relativa alle infinite possibili declinazioni di azioni volte alla ridefinizione delle strutture mentali che ordinano il “vivere in comunità”. 

Interessante è il capitolo dall’autore dedicato alla “lunga rivolta” dei Paesi Bassi, esempio di mutazioni politiche con profonde ricadute in termini di auto-consapevolezza nazionale.

Gli altri capitoli sono dedicati alla Francia rivoluzionaria, all’Inghilterra e, ovviamente alla Russia. 

Molto interessanti, lo ripetiamo, sono i primi due capitoli, che offrono alcune linee guida per tentare una concettualizzazione dei processi rivoluzionari, e l’ultimo in cui si “getta uno sguardo” sull’Europa orientale e si tenta un “pronostico” sulle rivoluzioni del “domani”

Si colgono qua e là alcune banalizzazioni, frutto soprattutto (ma questo l’autore lo mette in chiaro), di una informazione di “seconda mano”, ma questo ci può stare in un’analisi che si dispiega intorno a 5 secoli di storia europea. L’edizione economica, e il relativo prezzo, e la felicità della scrittura , mai pedante, “aumentano” i pregi del volume. 

Charles Tilly, Le rivoluzioni europee. 1492-1992, Laterza, Roma-Bari 1993, pagg. 366, euro 10.

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