Giacomo Todeschini, Visibilmente crudeli. Malviventi, persone sospette e gente qualunque dal Medioevo all’età moderna, Il Mulino, Bologna 2007, pagg.309.

di Fabio Milazzo

Il tema dell’esclusione sociale è stato reso celebre dalle analisi genealogiche di Michel Foucault. La follia, la reclusione, la cura, l’istruzione, la sessualità, la pena, sono alcuni dei “campi d’indagine” attraversati da Foucault nel tentativo di “narrare” le forme di perimetrazione e, per converso di esclusione, della “ragione strumentale”. Come un certo tipo di ratio ha modellato gli insiemi sociali? Questo l’interrogativo “filosofico” presente quale non-detto originante le ricerche del “francese”. Il “potere”, e la “sua logica”, produce delle vittime: i folli, gli emarginati, i lebbrosi, gli anormali, gli omosessuali. Questo è ciò che interessa a Michel Foucault, almeno durante una fase delle sue ricerche.

Diversamente Giacomo Todeschini, docente di storia medievale presso l’università di Trieste, nel volume che qui recensiamo, cerca di analizzare e porre sotto “la lente d’ingrandimento” non tanto le “vittime più appariscenti” del potere, ma le modalità attraverso le quali  le molteplici e contingenti relazioni tra semantica giuridica e relazioni di potere abbiano, di fatto, escluso, tra medioevo ed età moderna, dalla vita pubblica,  la maggior parte degli abitanti della “civiltà cristiana europea”.

La dottrina liberista si regge su un assunto: il mercato è per definizione lo “spazio democratico” della “partecipazione assoluta”, quello che attrae e include la totalità della popolazione esistente. Le gerarchie, le esclusioni, le perimetrazioni, secondo tale assunto sarebbero degenerazioni di contingenze perfettibili.

Todeschini, invece, in questo testo mostra come le differenze che impediscono di fatto a buona parte della popolazione di partecipare alle diverse forme di ricchezza prodotta dalle nazioni siano strutturali e non accidentali. Il mercato è una realtà che da sempre sanziona e stabilisce delle inclusioni e delle esclusioni, stabilisce differenze e gerarchie, permette il godimento della ricchezza solo ad un “resto” sempre in divenire, caratterizzato da un alto gradiente di “visibilità sociale”.

L’autore afferma che l’analisi genealogica relativa alla formazione del mercato, mostra la chiara intersezione tra il religioso e l’economico. La configurazione del mercato, il suo darsi storico, è il risultato del profondo inter-relazionarsi di elementi rituali e religiosi.

Agamben ha mostrato, in “Il regno e la gloria”,  come l’economico e il potere governamentale affondino le loro origini in problematiche teologiche legate alla riflessione dei Padri della Chiesa sul concetto di “Trinità”. La dottrina “trinitaria” viene dalla patristica pensata nella forma di una oikonomia , cioè delle modalità attraverso le quali la “Divinità” gestisce la propria “casa” (nel significato ampio dell’amministrazione delle relazioni domestiche- padrone-schiavo, padre-madre, padre-figli ).

Todeschini (foto), nel solco di questa lettura, afferma che il mercato, in Europa, si dà proprio come risultato di un processo teologico. Infatti, fin dalle origini, possono partecipare al “mercato” soltanto i fedeli, cioè coloro i  quali vengono ritenuti affidabili, sia in “senso confessionale che in senso giuridico”. Lungi dall’essere uno “spazio” aperto, il “luogo della contrattazione” riconosce e legittima soltanto soggetti che l’ordine discorsivo teologico ha sanzionato quali elementi “degni di fiducia”.

Il “mercato” è ovviamente qui assunto quale specchio della società e quando si fa riferimento ad esso si vuol indicare più in generale la “vita sociale”, quindi essere esclusi dal beneficio della ricchezza equivale ad una partecipazione debole alla vita della comunità, essendo, come detto, l’economico, un paradigma del sociale.

Il processo di modernizzazione europeo fu quindi contraddistinto da un rilevante aumento dei criteri di esclusione in relazione alla partecipazione al mercato e, quindi, alla vita della comunità.

La maggioranza della popolazione, lungi dall’essere contraddistinta da una chiara identità capace di auto-denotarla di senso, ci appare quale massa informe e indistinta con una ridotta visibilità sociale.

Cerchiamo di chiarire.

Il mercato, prodotto delle logiche che strutturano la società, si costituisce come insieme di senso in ordine a categorie teologiche. Vi possono partecipare soltanto i “fedeli”, cioè coloro i quali possiedono “l’intelligenza delle cose sacre”, vi sono esclusi tutti gli altri in quanto non affidabili in senso teologico, quindi anche giuridico e sociale. Ricordiamo che il “cittadino ideale” coincide con il “perfetto fedele”.  Gli esclusi, i “pauperes” , antenati delle masse proto-industriali del XIX secolo, rappresentano la maggior parte della popolazione. Di fatto, pur essendo membri della Respublica Christiana essi vivono una cittadinanza dimezzata, da invisibili.

Con linguaggio a noi familiare, possiamo definire questi”invisibili”, spettatori del “teatro della cittadinanza piena”. Uno “spazio”, quest’ultimo, abitato da attori sempre cangianti, in divenire, che una minima fluttuazione, economica o politica, può sostituire radicalmente (è il caso delle “rivoluzioni”).

Ma di cosa sono “ricchi”, si domanda Todeschini, i “pochi fortunati” che riescono a perimetrale lo “spazio della preminenza sociale”? Innanzitutto della dignitas . Questa esigua minoranza di porzione sociale, sempre diversa nei suoi attori, è costituita da individui che, “per motivi diversi” apparivano alla massa rispettabili, degni di onori e riconoscimenti, ricchi di “fama”. Sono i “cittadini rispettabili”, eredi dei “fedeli perfettissimi” delle prime comunità cristiane, coloro i quali sono in grado di intendere le “cose sacre”, gli abitanti della “Civitas Dei”.

Todeschini, con questo lavoro cerca di ampliare il “campo” delle ricerche sull’esclusione sociale inaugurata da Michel Foucault  e nello stesso tempo oltrepassa il “senso” di questi studi mostrando che gli emarginati della società moderna non sono soltanto i folli, i reclusi, gli internati, i mentecatti, ma tutti coloro i quali, a seguito dello strutturarsi di relazioni di potere,di significazioni umane e di semantiche discorsive, sono stati, di fatto, allontanati dal “centro della visibilità sociale”, risultando indegni, cioè privi di dignità sociale.

Ma attraverso quale “archeologia discorsiva” l’autore mostra le proprie tesi? Lo fa analizzando il divenire genealogico di un concetto: quello di Infamia, con il suo cor-relato di infames.

Se Foucault (foto) ha reso celebri le eclatanti vittime del potere, Todeschini “illumina” le zone d’ombra dell’identità debole, della cittadinanza dimezzata, della precarietà sociale, quello “spazio” che, lungi dall’essere soltanto il portato residuali delle logiche legate alla fine della modernità, sembra contraddistinguere, nel “suo darsi”, la civiltà cristiano-europea.

“Una minoranza di ricchi”, soprattutto della loro “visibilità sociale”, ha per secoli fronteggiato una sterminata massa di anonimi senza volto: i dispersi delle zolfatare resi celebri da Sciascia, e gli operai delle industrie di Dickens, i pescatori di Verga e le donne senza volto dell’odierno Afghanistan narratoci da Malalai Joya.

Ma torniamo al concetto attraverso il quale Todeschini denota di senso le sue analisi: l’infamia. L’infame, cioè l’escluso dalla piena appartenenza al corpo sociale,  almeno inizialmente, è un individuo ben definito, in quanto appartenente a degenerati gruppi sociali e religiosi “abitanti” gli spazi ai margini della società. In altre parole l’infame è il cristiano imperfetto indegno della ben nota “Agostiniana Città”. Ovviamente ciò si spiega con l’equivalenza tra il “cittadino perfetto” e il “cristiano ideale” tipico della società tardo antica e medievale. Questi infami erano ben individuati grazie ad un criterio ovvio: la condanna formale ad opera del potere giuridico-religioso.  Questa comportava l’inattendibilità in tribunale, infatti, i condannati non potevano a loro volta testimoniare in quanto ritenuti non-credibili (salvo alcune eccezioni). Erano a tutti gli effetti degli “svalutati sociali”.

Questi criteri identificativi, abbastanza chiari, andarono incontro ad un processo evolutivo che tese sfumare sempre più il concetto di infamia. Con il procedere dei secoli, infatti, quella che era prevalentemente la conseguenza sociale di una condanna formale venne ad evolversi in uno “stato” legato alla reputazione all’interno della “comunità”. Di fatto, l’infamia, venne sempre più a coincidere con la vox populi, quindi con la considerazione all’interno del gruppo di riferimento. A rendere un soggetto (o un gruppo) infame era la reputazione mantenuta all’interno del villaggio, della parrocchia, della contrada, della città. Si comprende bene come il criterio di esclusione fosse labile e soggetto agli umori cangianti della comunità. Si poteva diventare degli esclusi sociali anche soltanto per dei pettegolezzi da osteria. La differenza con la condanna formale di un tribunale è netta.

Le analisi di Todeschini hanno il grande merito di puntare l’attenzione su una problematica per molti versi centrale nella riflessione sociale e politica contemporanea: l’identità sociale. Lo storico mostra che accanto agli infami conclamati, pazzi, furiosi, malfattori, eretici, condannati, storpi, infermi, vi erano tutti coloro i quali “abitavano” lo spazio della cittadinanza debole, una massa anonima di individui solo formalmente dotati di “diritti”. Il raffronto con la situazione attuale mi sembra quantomeno auspicabile in un’epoca che si esalta per i “diritti sociali” che ritiene di aver conquistato e garantito.

Giacomo Todeschini, Visibilmente crudeli. Malviventi, persone sospette e gente qualunque dal Medioevo all’età moderna, Il Mulino, Bologna 2007, pagg.309, euro 18.

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5 commenti su “Giacomo Todeschini, Visibilmente crudeli. Malviventi, persone sospette e gente qualunque dal Medioevo all’età moderna, Il Mulino, Bologna 2007, pagg.309.

  1. sentierierranti ha detto:

    Grazie per la segnalazione, Fabio. Andrò a vedere il libro (l’autore non lo conosco).
    Nella tua nota parli di “esclusione” e di “perimetrazione”. E’ problematico, credo, attribuire a Foucault un privilegiamento del primo dei due termini, sop…rattutto del primo…
    Un avversario storico di Foucault, il filosofo e politologo Marcel Gauchet,ha frainteso la macchina analitica foucaultiana attribuendo un ruolo centrale soprattutto al concetto di esclusione. Un concetto che rinvia ad una concezione esclusivamente giuridico-repressiva del potere (la “Storia della follia” è forse dentro questa prospettiva, ma a mio avviso non interamente… varrebbe la pena vedere meglio)…
    Accanto alla figura negativa del potere (il potere come forza di interdizione, di repressione, come forza che esclude, che dice no, che dice cosa non si deve fare, ecc.), esiste anche, già abbozzata nella “Storia”, una figura positiva: il potere, cioè, come apparato “produttivo”, come capacità di orientare, di plasmare, di forgiare i comportamenti. Il potere come ingiunzione positiva, che ti dice cosa devi fare, quando devi farlo, come devi farlo…
    Rispetto al tema della follia, importante è il corso del 1973 (“Il potere psichiatrico”, Feltrinelli, 2004, ora ristampato, per fortuna, nella universale economica). Per quanto riguarda Marcel Gauchet, si veda
    il suo “La pratique de l’esprit humain”, del 1980, scritto assieme alla
    psichiatra (già sua moglie, morta qualche anno fa) Gladis Swain. Son tutte cose che già sai, ma non è forse inutile richiamarle. “La pratique” è stata riedita da poco da Gallimard, con una nuova prefazione di Gauchet, nella quale si insiste, appunto, sulla categoria dell’esclusione allo scopo di individuare la specificità della macchina analitica foucaultiana. Sarebbe interessante capire bene la posta in gioco della polemica di Gauchet, a mio avviso tutta interna ad un’ottica neo-liberale…
    Beh. Spero che di queste cose potremo parlarne. Ciao Fabio.
    Mario Galzigna

  2. sentierierranti ha detto:

    Sono d’accordo Mario quando dici che il potere, in Foucault, ha anche una chiara funzione “positiva”, in quanto produce una “semantica” capace di significare il soggetto che diviene. Oltre a stabilire cosa il soggetto può e non può fare il …potere pone in essere il campo trascendentale all’interno del quale sono presenti le unità minime di senso che “colorano” il mondo. In Foucault anche se sfumata questa accezione c’è ed è via via più chiara negli “ultimi corsi” (ad es, in “ermeneutica del soggetto”). Io credo che il concetto di esclusione sia da leggere proprio alla luce della “logica del potere” che nel suo darsi stabilisce e perimetra attraverso divisioni che, però, creano, e producono un mondo. Agamben, invece, mi sembra aver privilegiato, come Gauchet, soltanto la declinazione giuridico-repressica del potere, lasciando in ombra proprio la funzione positiva di cui sopra.
    Sarebbe per me un piacere ri-confrontarmi con te su questi argomenti. Ricambio di cuore i saluti e mi ripropongo di farmi sentire presto . A presto.
    Fabio MIlazzo

  3. sentierierranti ha detto:

    Scusate, ma penso sia da chiarire un aspetto, forse solamente nominalistico, ma importante. Io non parlerei di funzione ‘positiva’ del potere in F., bensì, come ha giustamente precisato Mario, di ‘produttività’. Distinguerei tra una visione… solamente repressiva ed una demiurgica (semantica, dice Fabio, limitando l’azione alla produzione culturale, ma in F. il potere è creatore di modelli di vita). A mio parere F. evidenzia questo secondo aspetto anche ne “la cura di se” e in tutta la storia della sessualità, dove questo potere che indica e costruisce il futuro emerge molto netto. Ora, non esiste probabilmente scissione tra questo e l’aspetto repressivo. Come già si vede in Nascita della Clinica, o nel Panopticon, l’organizzazione produttiva e la repressione parallela (la malattia mentale e la reclusione, il reato e la pena, il diritto e il carcere) nascono contestuamente, rispecchiandosi l’uno nell’altra.
    Penso che questa visione a 360° sia un cardine della genealogia (parlo da profano assoluto), che ne pensate?
    Saluti.
    Luca Giudici

  4. sentierierranti ha detto:

    Hai ragione Luca nella precisazione perchè non sono stato abbastanza chiaro, me ne rendo conto. Quando parlo di “positività” voglio indicare proprio l’aspetto produttivo del potere. Il suo partecipare alla determinazione della “nostra” sogg…ettività attraverso le “sue” procedure di inclusione/esclusione, di perimetrazione, di repressione. Paolo Virno, con una battuta, afferma che non c’è nulla di più materiale dei concetti. Io amplierei lo “spazio” di questa affermazione dicendo che il nostro esperire il mondo in quanto singoli è l’effetto di senso prodotto dal “virtuale” che ci contraddistingue. Ora questo “virtuale” (che prendo a prestito da Deleuze) è il “serbatoio” che ci contraddistingue in quanto singolarità. E’ l’a-priori-inconscio che determina come denotiamo di senso il mondo. E’ la vacuità come “spazio” singolare del senso che ci costituisce in quanto soggettività. E’ il “luogo” in cui si determina “come” esperiamo il mondo, dove si “produce” la nostra soggettività. Quando parlo della valenza “positiva” (da intendere proprio nel senso di “produttiva”) voglio indicare il ruolo svolto dal potere nella determinazione di questo “spazio” singolare. Lacan diceva che “l’inconscio è sociale”, è cioè, anche (ma non solo), il risultato magmatico delle interazioni del singolo (pensiamo soltanto al ruolo della “politica della vita) con l’Altro. Ora queste interazioni sono ontologicamente “relazioni di potere” che plasmano quel “luogo” di cui sopra. La fumosità di quel che dico vuole evidenziare una banalità, cioè quanto l’accesso alla verità sia pre-determinato dal “nostro modo di vedere il mondo”. Quando Foucault parla di “parresia”, e di correlata necessaria ascesi, mi sembra si situi in questa prospettiva, anche se non la sviluppa. L’accesso alla verità non è mai neutro ma è il frutto del “nostro virtuale” (direi con Delueze). Le pratiche ascetiche (ad es. banalizzando gli esercizi spirituali della tradizione cristiana o la meditazione del buddismo) possono avvicinarci a questo trascendentale e, forse, rappresentano il primo necessario passo per una singolare “analitica veritativa”.
    Fabio MIlazzo

  5. grazie!mercoledì ho un esame di storia su questo libro

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