Roberta De Monticelli, La questione morale, Raffaello Cortina editore, Milano 2010, p.186.

di Emanuela Catalano

Dinanzi al triste scenario di corruzione diffusa, vero e proprio male endemico e piaga della nostra società, mancanza di rispetto per le istituzioni, disconoscimento delle basilari norme di convivenza civile, clientelismo, scambi di favori, ampio e spudorato utilizzo della res publica – verso la quale non si nutre più la benché minima forma di rispetto – in nome dei propri personali e privati interessi, nonché di una sempre più diffusa tendenza a mettere in atto comportamenti di poca o dubbia moralità, la De Monticelli torna con un interessantissimo saggio che segnaliamo in tale sede dall’emblematico titolo “La questione morale”.

In tempi di assoluta povertà, in seguito alla tra svalutazione dei valori di cui Nietzsche si era fatto portatore, dopo il sovvertimento di quelle stesse rivendicazioni che erano state degli studenti del Sessantotto i quali avevano voluto liberarsi di ogni fonte di autorità e autoritarismo, la questione morale – ci dice l’autrice – permane la questione. Essa affonda le sue radici ben più lontano in realtà e coinvolge, volenti o nolenti, ognuno di noi.

Il saggio prende spunto dalle considerazioni del Guicciardini, autore del secolo XVI che colpiscono il lettore moderno per la loro sconcertante attualità. Al di là del linguaggio aulico, dei toni ridondanti, altisonanti (al giorno d’oggi, il linguaggio è diventato molto più scarno, povero, ridotto alle sue forme più banali e elementari per poter raggiungere il maggior numero possibile di illettrés mentali e culturali e potersi più facilmente adeguare alla diffusione resa possibile dai mass-media, non coscienti del fatto che i limiti del linguaggio sono i limiti del proprio mondo per dirla con Wittgenstein, del proprio orizzonte mentale di senso e di valori) lo stesso Guicciardini sarebbe rimasto a mio parer basito di fronte alla perfetta applicazione pratica che del suo pensiero è stata operata.

Del resto, chi non abbandonerebbe la nave quando quest’ultima sta per affondare per salvare se stesso e il proprio vantaggio piuttosto che tentar di resistere e rimanere fedele al proprio destino, alla propria causa? Quali ideali, interessi animano oggi l’italiano medio? Quanti rapaci si annidano nel fegato della nazione? Consapevoli che l’essenziale è apparire, in barba al dilemma di frommiana memoria, ciò che più colpisce e sgomenta è l’idea che chi mente sapendo di mentire finisce col credere egli stesso a quelle verità da lui proclamate e induce il suo uditorio a fare lo stesso, a scambiare più o meno conscientemente le sue asserzioni per verità assolute. Mentire, sapendo di farlo, affinchè la menzogna acquisisca valenza di verità. Come a dire, per riprendere l’habitus morale di uno dei più cattolici e longevi esponenti cattolici della recente storia politica italiana (“Nel 1919 siamo nati io, il partito fascista e il Ppi di don Sturzo. Di tutti e tre, sono rimasto solo io”. sic!), che a pensare male si fa peccato ma qualche volta ci si indovina. A questo punto non si sa più chi è più in malafede, se colui che alla lunga si è convinto che la sua fosse una verità o piuttosto il suo uditorio, reo di passività e acriticità, che finge o ritiene sul serio di considerare vere le sue  parole.

Gli uomini nascono vili e malvagi per natura si sa e già agli albori dell’età moderna Machiavelli e Hobbes si interrogarono ampiamente su questioni dibattute oggi purtroppo dai soli studenti di filosofia in qualche sparuta aula di liceo.

Questo dibattito in realtà coinvolge ognuno di noi: lungi dal rappresentare due entità separate e distinte, politica e morale costituiscono in realtà un binomio inscindibile e indissolubile. Quello che era giustificato e appariva l’unica soluzione possibile ai tempi del Machiavelli, oggi non può più essere tale. E non è più possibile persistere in un diffuso atteggiamento di ignavia, tipico di quei vili, quegli sciagurati che mai furono vivi secondo la celebre definizione dantesca; di fronte a scelte epocali, dirimenti non si può continuare a fingere indifferenza, perseverando nell’atteggiamento di non decidere tra ciò che è bene e ciò che è male, a prendere posizioni precise – si pensi ai casi Englaro, Welby per non parlare delle dichiarazioni del rettore dell’università di Roma, in un’intervista rilasciata a Repubblica il 24 dicembre 2010: “favorire i miei parenti? “se lo meritano” – lasciando che siano altri a decidere per noi. Eppure gli studenti in questi giorni sono tornati a far sentire la loro voce, assaltando i palazzi del potere, criticando la ‘vituperata’ Riforma Gelmini sull’istruzione. Forse qualcosa sta cambiando, qualcuno si è accorto che ci stanno rubando il futuro e che una qualche forma di azione è necessaria perché  “non per vivere come bruti fummo fatti ma per inseguire virtù e conoscenza”. Quindi virtù – leggi morale – e conoscenza, verità, sapere. Oggi dare del moralista a qualcuno equivale a tacciarlo di persona noiosa e pedante, incapace di fare i conti con la vita concreta. Equivale a essere astratto, ideale, teorico, quindi meritevole di disprezzo. Solo la politica del fare e dell’agire sembra essere apprezzata o per lo meno sembra esser condivisa dalla maggior parte degli italiani, abituati, assuefatti a anni di servilismo politico e plagiati secondo il mito del self-made man che tutti vorrebbero essere e imitare.

Il popolaccio italiano che di tutti era il più cinico per dirla con Leopardi, potrà prima o poi imparare a fare leva su valori comuni, ridestar le coscienze e i cuori e combattere coeso in nome di valori comuni? In Italia, solo i venditori di fumo hanno successo e in nessun’altra nazione esiste l’espressione sprezzante “all’italiana”.

Come coniugare dunque l’esperienza morale che per sua definizione implica la solitudine e la vita politica che si nutre invece del consenso di un numero sempre crescente di persone?

L’autrice, dopo aver affrontato quella che potremmo definire la pars destruens del  libro, torna ad auspicare un ritorno alle origini della politica, a Socrate per intenderci, proponendo una parte costruttiva, un “tornare a respirare”, sottolineando l’esigenza di un rinnovamento morale delle persone – un’uscita dallo stato di minorità secondo la celebre espressione kantiana – superando lo scetticismo etico, il nichilismo nel quale si è incappati e difendendo la possibilità di una fondazione razionale della morale, confutando il freddo e cinico utilizzo della ragione e la logica del potere condivisa da numerosi italiani, perché in Italia ha successo chi persegue il proprio interesse e le proprie passioni e non chi agisce all’insegna della morale e della giustizia, dimostrando da ultimo come essa senza un’autentica passione politica non potrebbe sussistere: “l’imbarbarimento morale e civile si combatte risvegliando le coscienze alla serietà dell’esperienza morale”.

Occorre quindi ridestar gli spiriti critici e assumersi le proprie responsabilità di fronte alla storia, al futuro e a noi stessi. Un libello che vuole in definitiva trarci fuori dal nostro sonno dogmatico e spingerci a meditare…

Roberta De Monticelli, La questione morale, Raffaello Cortina editore, Milano 2010, p.186, € 14.

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