I centocinquant’anni dell’unità nazionale. Leggere una gazzettina di paese mentre sei dal dentista. Quando la riflessione incontra la politica, il diritto, la cultura e l’etica.

di Alessandro Pizzo

Nel 2010, per chi non lo sapesse o volesse fingere di non saperlo, cade il 150° dell’unificazione nazionale (1860), tappa importante di quella cosa dannatamente complicata che è la nostra vita politica, sociale, giuridica, sociologica, etica.

Invece, nel 2011, anche per chi inavvertitamente se ne fosse dimenticato o anche qui volesse fingere di non saperlo, cade l’altrettanto importante ricorrenza della proclamazione dello Stato Italiano (1861), altra tappa importante quanto complessa del nostro vivere associati. Due momenti ugualmente importanti nella loro differenza specifica: non ci sarebbe stato, forse, uno stato italiano senza la precedente unificazione nazionale e, comunque, l’unificazione non avrebbe avuto, forse, molto significato senza la posteriore proclamazione istituzionale del territorio unificato.

Quando gli interessi personali dovrebbero cedere il passo davanti alla retorica patria, stavolta davvero necessaria, ecco che può capitare d’imbattersi in uno di quei tanti giornali di provincia cui gli ambulatori si abbonano per offrire al paziente in attesa di un modo per intrattenere il tempo, leggendo notizie locali, magari con qualche pallida eco delle vicissitudini nazionali. Invece, quel che ne emerge, almeno per le “lettere al direttore”, è un quadro molto sconsolante che, in parte, spiega quel che sta accadendo al Paese, forse indipendentemente dalle due ricorrenze addotte in precedenza, o forse proprio per quelle stesse. In ogni caso, è perlomeno preoccupante quanto i “normali” lettori scrivono alla suddetta redazione.

Mentre i denti dolgono può capitare di dover avvertire dolore molto più in giù.

Se nel biennio horribilis ’92 – ’94 andava molto di moda parlare di rinnovamento e di “nuovo che avanza”, quello stesso nuovo oggi, almeno al sottoscritto, non può che fare paura e generare alquanta stizza. Infatti, due autorevoli lettori, l’uno il movimento dei giovani padani di Alba, l’altro un anonimo lettore “del Nord”, discettano di parole e formulette, politiche e sociologiche, non soltanto del tutto prive di costrutto, ma anche denotanti ignoranza del territorio nazionale nonché uno spudorato disinteresse nei confronti dell’altrui destino, per non voler chiamare in altro modo tale atteggiamento.

Ad occhi attenti costoro non fanno altro che balbettare, a loro volta, motti non di spirito formulati da altri, nei cui confronti, vuoi per contingenze storiche vuoi per consenso viscerale, si nutre sproposita ammirazione, smodata riconoscenza, emotiva empatia, appetitivo riconoscimento (si osservi come non si sia scelto a caso di utilizzare una tale gamma di aggettivi per descrivere taluni aspetti di questo atteggiamento). Formule, del tutto assimilabili a (vuote?) retoriche, a dei “miti” che si prestano ad usum pueri, quali strumenti utili nella competizione pubblica, nell’agone politico.

Come scrive in merito Isenenghi:

un “mito” è “vero” se funziona; e a poco vale rifiutarsi alla “retorica”, se essa si dimostra in grado di muovere energie collettive e produrre comportamenti conseguenti […] non possiamo poi scandalizzarci se qualcuno, invece di riferirsi all’”invenzione” dell’Italia, preferisce negli ultimi venti o trent’anni “inventare” qualche cosa di ancora abbastanza indefinito che chiama Padania. […] Ai nostri giorni, il Risorgimento, così come la Resistenza, appare in sofferenza – comunica meno di prima o comunicano cose diverse – anche perché sta cambiando il vocabolario e hanno assunto diversa rilevanza o hanno cambiato di senso concetti e parole-chiave, come politica, partito, comunista, anticomunista, totalitario ecc. è un cataclisma politico, che si riferisce al presente e al futuro, ma vi adibisce anche il passato[1]

Forse, ma certo non troppo, questo meccanismo retorico trova sponda nell’attuale tendenza, voluta o meno che sia, perlomeno in senso decisamente intenzionale, a “manomettere” le parole, il normale, e riconosciuto, lessico comune soprattutto nella direzione colposa di rendere buon servigio al potere. Come recentemente riconosce Carofiglio:

Cambiare i significati […] è la premessa per l’impossessamento abusivo di parole chiave del lessico politico e civile. Esse vengono distorte, plagiate, snaturate, e infine scagliate con violenza contro gli avversari[2]

Pazienza che nelle retoriche pubbliche non importi affatto che gli slogan siano veri o falsi, a contare è soltanto che appaiano convincenti, che smuovano le coscienza ad assentire nei loro confronti, ma per un lavoratore, di origini meridionali, il quale ha avuto la ventura (o la sfortuna, francamente non saprei) di viaggiare molto, in lungo e in largo, sul Continente e molto nel Paese, certamente un pochino in più degli autori di quelle lettere, quelle chiacchiere “da bar”, declinate in senso politico, e in genere pro all’attuale legislatura, appaiono se non meschine perlomeno da commentare per quel che valgono, ossia “duramente”, sia pure, ove possibile, anche con un pizzico di ironia.

In fondo, niente polemica, siamo italiani.

La prima lettera, dipinge con toni eroici l’operato di un attore sociale, dalla natura evanescente in concreto a dirla tutta, che asserisce la sua natura “di movimento” rispetto ai partiti istituzionali, Lega Nord compresa, salvo, nella chiusa finale, ricordare che sono concordi nel sostenere il “federalismo fiscale”, da quello portato avanti da quindici anni a questa parte credo, definito come “una svolta storica”, o qualcosa del genere. La stessa comunicazione insiste poi nell’accostare questo movimento, di “gazebo” e “volantinaggio”, alle richieste “concrete” della gente, una vicinanza, per così dire, materiale e spirituale.

Già, le genti. Ma di quali gentes si parla?

La lettera omette questo particolare, forse perché considerato superfluo o forse perché si tratta di un sottinteso noto a chi legge. Siccome non condivido il medesimo orizzonte valoriale del contesto geografico di riferimento del giornale in questione, la domanda mi sovviene, quasi spontanea quanto ineludibile: di quale gente si parla? Il linguaggio adoperato è un caratteristico miscuglio, oggi molto trendy, di temi e parole che vanno dal registro populistico a quello xenofobo, non senza venature da vittimismo stile fascismo del biennio ’18 – ’19.

Non che ci si esprima esattamente in questi termini, ma è quanto un lettore attento, alieno a cotanti registri linguistici, può evincere. Non si parla certo di migrantes. E come potrebbe? Nel rispolverare il limes come confine sacro e come ritualizzazione della “terra”, unione di sangue e cultura, l’amicitia e l’ostilità si fondano sul riconoscimento di un’appartenenza territoriale, quanto più ristretta, quanto più comprendente tre o cinque cortili al massimo messi in sequenza. Ma l’effetto voluto è ancor più sottile: non si disdegna certo il lavoro altrui, specie se estraneo al folk della terra, così divinizzata, miticizzata, paganizzata, ma guai a pensare che da questo prestar-lavoro possa discendere la medesima cittadinanza.

Gli ospiti restano tali: ospiti. E non devono poter pensare di diventare cittadini.

Il vincolo della presenza sul territorio locale diventa allora motivo, e movente, di esclusione sociale, non d’inclusione. Prima noi, dicono i leghisti, poi (forse!) tutti gli altri. Allora quel che il movimento in questione difende è una distinzione tra cittadini a pieno titolo e cittadini, per così dire, inferiori. Anche perché appartenendo ad una prima o seconda generazione d’insediamento su tale territorio non possono mai eguagliare lo stile di vita dei nativi. Ciò spiega l’insistenza leghista su “strani” motivi, in apparenza tra loro eterogenei: dialetto; costumi locali; rispetto delle regole. Ma quali regole? Non quelle occidentali o costituzionali, ma le prassi comunitarie locali che possano vantare una costanza temporale trascendente il normale arco delle esistenze individuali di almeno due generazioni. Allora, il diritto cui talvolta si fa riferimento non è certo lo ius gentium, ma l’ethos di una data comunità locale. E poco importa che non si abbia poi la minima idea di cosa sia tale ethos, in cosa possa consistere. Ad importare è soltanto la cifra oggettiva che sancisca in maniera indubitabile non l’eguaglianza, di fronte alla legge, ma la diversità. Sembra, così, che i leghisti, puri e duri, ed anche quanti, almeno pubblicamente, non dicono di aderirvi, dicano “gli altri? Non sono come noi! Gli altri siamo noi!

Chi altri?”.

Questo il retroterra culturale sottinteso. Prendiamo adesso in considerazione la conclusione della lettera. Il federalismo fiscale. What is this? Altra domanda legittima. Nel pieno del furor della fine della Prima Repubblica (nonostante che mi sia convinto della sua affatto prematura dipartita, visti le movenze e gli attori attuali) venne formulata la (malsana, col senno di poi) idea di un adeguamento della Carta costituzionale alla (nuova) sensibilità dei tempi, considerata come formulata erroneamente sull’antifascismo anziché, in tempi di crollo del muro di Berlino (1989), sull’anticomunismo[3]. Vennero formulati strampalati progetti di revisione costituzionale, pervenendo infine, nel 2001 a quella che considero l’improvvida riforma del Titolo V la quale eleva a dignitas (para-)statale quelli che, nella versione del ’48, sono solo enti locali: regioni in primis; province e comuni. Essa introduce così nell’ordinamento il principio istituzionale della legislazione concorrente, attribuendo a tali nuovi soggetti statali maggiore autonomia, decisionale, di competenze e, in certi casi anche, finanziaria. Questo progetto, confermato successivamente anche dalla consultazione popolare, venne presentato come “federalismo”. Una sciocchezza come poche. In realtà, a rigor di termini, si dovrebbe parlare al massimo di “regionalizzazione” dell’ordinamento statale, di maggior potere attribuito in periferia. Ma nella logica del mito (“padroni a casa nostra”), gli amministratori locali hanno preferito qualificarsi, e comportarsi, come governatori, circondandosi di adeguate coorti e straparlando ad ogni piè sospinto di “popolo piemontese”, di “governo abruzzese”, di “sovranità veneta”, di prerogative sovrane della regione tal dei tali. Insomma, abbiamo cancellato le regioni del ’48, sebbene istituite per la prima volta soltanto nel 1980, per sostituirle con controfigure di altrettanti stati sovrani, di regnicoli che ricordano in maniera sinistra i regni italiani precedenti la stessa unificazione nazionale del 1860. Ma in realtà quel che amano chiamare “federalismo” tutto è tranne che una federazione di stati. Al massimo, e mi si conceda l’ironia, una federazione di regioni. Come a dire che la montagna ha partorito tanti topolini. E, si sa, quando il gatto manca i topi ballano.

Il “federalismo fiscale” sarebbe, in teoria, l’adeguamento economico della suddetta riforma del 2001: a tanta autonomia giurisdizionale dovrebbero corrispondere adeguati strumenti finanziari.

In pratica, si tratta al più di una diversa maniera di concepire la redistribuzione della ricchezza, con parametri ed indicatori di diversa natura. Insomma, un fisco diverso, nient’altro. Ma chi pensa che ciò porterà a riduzioni delle tasse per dati territori è fuori strada: non cala il fabbisogno, ma addirittura aumenta in proporzione all’aumentare delle competenze e dei diversi centri di potere che finiscono con l’accavallarsi, pensando di dover competere tra loro (regioni; province; comuni; etc.).

Ciò detto, perché è uno dei temi più cari ai leghisti e ai suoi elettori?

Per quanto ritengo, e sulla base della mia pur piccola esperienza personale, la risposta è duplice: (1) intanto si richiede un maggior collegamento tra disponibilità economiche e località ov’è prodotta siffatta ricchezza; (2) in quanto non si è contenti dello spreco dei conti pubblici italiani a cavallo degli anni ’60 – ’90.

Semplice, non trovate?

Eppure anche qui c’è un non – detto che mi premuro di esplicitare. Gli abitanti del Nord, chissà poi perché, amano pensare a sé stessi come “benefattori”, come coloro che (soli) mandano avanti l’intero Paese, come chi, con il proprio lavoro, mantiene sé e gli altri. Siccome, però, a tante energie profuse costoro finiscono con il vedere poche realizzazioni pratiche nei luoghi ove vivono e lavorano, finiscono con il credere, vuoi perché a ciò fomentati vuoi perché a ciò erroneamente indotti dai mass – media, che ciò accada perché gli altri italiani non lavorano, vivendo in fin dei conti alle loro spalle. Il che urta con il più elementare e semplice buon senso. Poi, per esperienza diretta, posso aggiungere che al meridione ci si spacca la schiena come, e più, che al nord. Gli effetti però non si vedono perché diverse sono le prospettive, diverse le opportunità, diverse le disponibilità iniziali. Al massimo posso concedere che minore è il senso del bene comune nel meridione, ma di questo, forse, bisognerebbe fare rimprovero ai concittadini settentrionali i quali sembrano aver fatto di tutto per trasformare in meridionali gli altri concittadini.

Sì, la legge è uguale per tutti, ma alcuni sono più uguali degli altri.

Non mi sembra, infatti, che la leadership di questo Paese in passato sia mai stata meridionale. Allora a chi si potrebbe fare colpa di non essere riusciti a rimuovere le cause materiali poste a nocumento sulla difficile via del pieno sviluppo delle persone umane?

Ma tralasciamo queste riflessioni e aggiungiamo quel che credo essere il vero movente di una simile rivendicazione fiscale (“la ricchezza rimanga ove è prodotta”): l’egoismo contributivo.

Il che, in certa misura, è conseguente al nomos della terra così delineato: se lavoro all’interno della mia comunità producendo 1000 euro, perché questi mille euro dovrebbero abbandonare la mia comunità?

Quel che la miopia leghista occulta o manca di cogliere è che nessuno è cittadino di una sola regione, di una sola provincia, di un solo comune. Ma tutti siamo cittadini del medesimo territorio italiano, nazionale. Quel che accade a Milano m’interessa in quanto parte del mio territorio. Quanto succede a Taranto m’importa perché parte del mio stesso territorio. Non v’è alcun confine, alcun limes, alcuno steccato, alcuna dogana tra l’hinterland albese e il territorio marsalese.

Il problema, semmai, consiste nell’aver rovesciato i consueti termini della dialettica politica: il generale e il particolare. In questo modo soltanto si è giunti ad un “federalismo” di facciata, ad un “federalismo fiscale” tarocco, più mitopoietico che reale: perché il particolare, localistico, ha preso il posto del generale, cessando di essere quel che è, quel che dovrebbe essere, una parziale declinazione concreta del generale. Solo attraverso una assolutizzazione del territorio locale è scomparso dall’orizzonte dei più il comune territorio nazionale, o generale.

Ma i leghisti non hanno scoperto nulla di nuovo in ciò, solo sono stati furbi ad intercettare un malumore emotivo generale che accomuna tutte le società occidentali. Com’è noto, ad esempio, l’Europa ha perso, con il ‘900, la propria secolare centralità mondiale, aprendo ad una pluralità di culture, di idiomi, di usanze che possono anche intimorire.

Come sostiene Hobsbawm:

Il Novecento ha portato al declino e alla caduta dell’Europa, che all’inizio del secolo era ancora il centro indiscusso del potere, della ricchezza, della cultura e della «civiltà occidentale»[4]

Questo che ho descritto, molto sommariamente s’intende, è il ben noto fenomeno della glocalizzazione che ha preso il posto della normale dialettica di generale (global) e particolare (local). S’è così delineato l’ambito di competizione senza regole tra due principi antitetici:

«il principio di «mondialità» […] e il principio di «territorialità»[5]

Di fronte all’allargarsi dei confini nazionali, comunitari, sovranazionali, di fronte all’esplosione della dimensione internazionale, di fronte, e al cospetto, della competizione globale, e paventando il rischio della contaminazione culturale, e della conseguente perdita della propria identità, quale essa sia (la cosa rilevante è il timore di non esser più sé stessi che perdere davvero qualche carattere del proprio stile di vita), le realtà occidentali hanno cominciato a rinchiudersi sempre più in spazi progressivamente più angusti, più limitati, ove coltivare l’illusione di restare immuni dal pericolo esterno (quale esso sia, più immaginario che reale) e di poter più incisivamente controllare ed influenzare le scelte politiche della propria comunità (locale) di appartenenza.

Come scrive efficacemente Crainz:

all’appartenenza territoriale si aggrappano, cercandovi radici smarrite e antidoti rassicuranti al disagio e allo spaesamento[6]

Forse che le tasse si paghino meno al Sud?

Si pagano, si pagano.

Soltanto, chi più ha, più paga. E al Meridione, in proporzione al resto del territorio comune, meno si ha.

Si potrebbe allora pensare che paghi quanto il Settentrione?

Chi ha il fegato di formulare un pensiero di tal fatta?

Le imposte non sono forse, per mere e banalissime esigenze di giustizia, proporzionali al reddito? Allora il problema è tutto qui: non si vuole contribuire alla vita sociale del Paese; non si desidera alcuna redistribuzione del reddito; si finisce con il rifiutare lo stato sociale; si pretende che i diritti siano gratuiti omettendo di dire che comunque per la comunità hanno un costo; si ritiene che le fasce deboli debbano farcele da sole (dimenticando che se sono deboli, come possono competere con le altre, più forti?); e l’elenco potrebbe continuare. Sì, l’ho detto: egoismo contributivo.

Una sorta di Robin tax, sia pure radicalmente modificata: non dare ai poveri, per lasciare ai ricchi. E non la si confonda con la nota Tobin tax, d’altro canto viviamo in altri tempi! Ci troviamo al cospetto di ben altre sensibilità!

Ma veniamo, infine, alla seconda lettera di quell’anonimo e saggissimo cittadino del Nord.

Personalmente non mi sarei mai firmato “cittadino del Sud”, ma questo rientra nella necessità viscerale di marcare la differenza, non l’uguaglianza.

Cosa dice questo onestissimo cittadino italiano?

Che il Sud è bellissimo ma dovrebbe farcela da solo, che possiede i mezzi (i beni paesaggistici) per camminare con le sue gambe. Discorso sensato, per carità, ma segnato dal pregiudizio, dalla non effettiva conoscenza del Sud di cui si parla. Se il termine di paragone è il costo della vita di Milano o di Venezia, che senso ha dire implicitamente che Palermo possa raggiungere il medesimo livello? È solo un mero esercizio retorico: non sussistono le stesse potenzialità, le stesse risorse. Si aggiunga, tanto per inciso, che le banche che vantano sportelli al Sud sono quasi tutte del Nord, e nessuna del Sud: che interesse potrebbero avere ad investire al Sud?

Al massimo, raccolgono i fondi per poi trasferirli al Nord, investendo qua e non là. Eppure l’anonimo cittadino aggiunge che non c’è alcun male nel desiderare che “un po’ più” di tasse versate restino al Nord anziché prendere altre strade[7]. Che ipocrisia! Se è vero, com’è vero, che al Nord si produce il 60% della ricchezza nazionale si dovrebbe anche dire, ed avere la coscienza di riconoscere, che quasi la totalità di questa ricchezza già adesso torna, sotto forma di mercato e sotto forma di investimenti al Nord stesso. Quando mai, allora, l’abitante di Nuoro vive alle spalle del suo coetaneo di Rovigo?

Quel che l’anonimo lettore ha dimenticato  è la solidarietà umana, il fatto cioè di condividere con altri, suoi pari, la stessa umanità. Che giustizia è possibile, infatti, senza virtù umane?

Come sostiene Rawls, essa è:

la prima virtù delle istituzioni sociali[8]

Ma la logica stessa del profitto, l’etica del capitalismo, ha alfine conseguito il suo esito finale.

Nelle parole di Scoppola:

l’effetto boomerang del capitalismo sembra raggiungere i suoi ultimi frutti: il sistema consuma mondi vitali che non è in grado di riprodurre e alla fine consuma il soggetto uomo[9]

Senza riconoscimento di ciò non può esserci alcun riconoscimento di diritti e doveri. Ma l’inversione dei rapporti è cosa usuale al giorno d’oggi.

Per cui quando l’anonimo lettore, voce impersonale, afferma quel che afferma, più per sentito dire che per esperienza diretta in loco, egli non è più in grado di gettare il proprio sguardo qualche metro più in là del suo giardino di casa.

E quando accade ciò, non ci perde soltanto il cittadino meridionale non riconosciuto, non sentito come tale, non trattato in quanto tale, ma ci perdiamo tutti. La patria è morta, si diceva alla fine degli anni ’80, trovando nei fatti dell’armistizio del settembre ’43 la causa dello stato vigente.

Memorabile al riguardo le parole di Satta:

La morte della patria è certamente l’avvenimento più grandioso che possa occorrere nella vita dell’individuo. Come naufrago che la tempesta ha gettato in un’isola deserta, nella notte profonda che cala lentamente sulla sua solitudine egli sente infrangersi ad uno ad uno i legami che lo avvincono alla vita, e un problema pauroso, che la presenza viva e operante (anche se male operante) della patria gli impediva di sentire, sorge e giganteggia tra le rovine: il problema dell’esistenza[10]

Come peraltro asserisce anche Gentile:

Il crollo dello Stato unitario mandò in frantumi l’identità nazionale. Senza Stato e senza nazione, gli italiani divennero una popolazione di sbandati che avevano perso la patria[11]

Nel perdere la bussola morale, sorretta da una robusta antropologia, muore non una data patria, ma “la” patria in quanto tale (che fine ha fatto la padania?).

Ma debbo abbandonare questi e consimili pensieri perché l’assistente alla poltrona mi fa cenno di accomodarmi nello studio. È giunto il mio turno.

Taciturno e felice ripongo il giornaletto locale, il gazzettino d’Alba, e guadagno la poltrona dove mi attende il mio buon dentista di fiducia, nordico per estrazione, umano per scelta. “Mi saluti Vigata” mi dice nell’accogliermi, “il mare, che qui non abbiamo, risponde ad un’esigenza umana profonda, ad un’istanza d’infinito, di orizzonti sconfinati, tutti dovremmo poterne fare esperienza, almeno una volta nella vita”. Già, tutti almeno una volta nella propria vita dovrebbero fare esperienza della reciprocità.

I diritti soggettivi sono i diritti di tutti, non solo di alcuni. La loro forza nel corso dei secoli deriva dalla loro efficacia, dal loro valere erga omnes. Ed una comunità che pretende di non finanziarli è una comunità che ha deciso di suicidarsi, di privarsi del suo stesso futuro.

Beninteso, questa conclusione si attaglia bene anche alle comunità locali le quali mostrano di aver perso coesione sociale, preambolo della loro prossima implosione.


[1] Cfr. M. Isnenghi, I passati risorgono. Memorie irriconciliate dell’unificazione nazionale, in A. Del Boca (ed.), La storia negata. Il Revisionismo e il suo uso politico, Neri Pozza, Vicenza, 2009, p. 41.

[2] Cfr. G. Carofiglio, La manomissione delle parole, Rizzoli, Milano, 2010, p. 44.

[3] Cfr. S. Colarizi, Storia del novecento italiano., cent’anni di entusiasmo, di paure, di speranza, Rizzoli, Milano, 20077, p. 309.

[4] Cfr. E. J. Hobsbawm, Il secolo breve. 1914 – 1991: l’era dei grandi cataclismi, Rizzoli, Milano, 1995, p. 27.

[5] Cfr. G. Marramao, La passione del presente. Breve lessico della modernità-mondo, Bollati Boringhieri, Torino, 2008, p. 29.

[6] Cfr. G. Crainz, Autobiografia di una repubblica. Le radici dell’Italia attuale, Donzelli, Roma, 2009.

[7] All’anonimo dirimpettaio consiglio una lettura istruttiva, sagace e che parla a quello stesso “ventre”, silente interlocutore delle sue posizioni: E. Bianchini, Il libro che la Lega Nord non ti farebbe mai leggere, Newton Compton editori, Roma, 2010.

[8] Cfr. J. Rawls, Una teoria della giustizia, Feltrinelli, Milano, 2008, p. 25.

[9] Cfr. P. Scoppola, La «Nuova cristianità» perduta, Edizioni Studium, Roma, 19862, p. 152.

[10] Cfr. S. Satta, De profundis,Adelphi, Milano, 1980, pp. 16 – 7.

[11] Cfr. E. Gentile, La Grande Italia. Il mito della nazione nel XX secolo, Laterza, Roma – Bari, 2009, p. 247.

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