Malalai Joya, Finché avrò voce, Edizione Piemme, 2010, pp.349.

di Emanuela Catalano

Malalai era ancora poco più di una bambina quando i russi invasero l’Afghanistan nel 1979.

E aveva solo quattro anni quando la sua famiglia fu costretta a rifugiarsi nei campi profughi in Pakistan. Poi c’è stata la guerra civile negli anni Novanta, la presa del potere da parte dei talebani, la cosiddetta “guerra al terrore” degli americani. Oggi, che è una giovane donna di trent’anni, Malalai Joya non ha conosciuto un solo giorno di pace in vita sua. Dopo il crollo del regime talebano, Malalai ha avuto la possibilità di entrare a far parte dei delegati della Loya Jirga, il gran consiglio afghano che avrebbe dovuto governare il nuovo corso degli eventi, ma che di fatto non fa altro che appoggiare gli aguzzini di sempre; dopo le prime “libere” elezioni, si ritrova seduta accanto ai signori della guerra che combatte da sempre. Lo sgomento non dura che un attimo. Poi Malalai decide, consapevole che ci sono scelte che segnano una vita per sempre, decide di non piegarsi alla legge del silenzio. Osa dare voce a chi non ha voce. Si alza e chiede la parola. E proprio lei, una donna, dice le verità che nessuno aveva mai detto, osando denunciare l’indenunciabile:

Il mio nome è Malalai Joya della provincia di Farah, con il permesso degli stimati presenti, in nome di Dio e dei martiri caduti sul sentiero della libertà, vorrei parlare un paio di minuti. Ho una critica da fare ai miei compatrioti, ovvero chiedere loro perché permettono che la legittimità e la legalità di questa Loya Jirga vengano messe in questione dalla presenza dei felloni che hanno ridotto il nostro Paese in questo stato. (…) Essi sono coloro che hanno trasformato il nostro Paese nel fulcro di guerre nazionali ed internazionali. Nella nostra società sono le persone più contrarie alle donne, e quello che volevano… (clamori, si interrompe). Sono coloro che hanno portato il nostro Paese a questo punto, e intendono continuare nella loro azione. Credo sia un errore dare un’altra possibilità a coloro che hanno già dato tale prova di sé. Dovrebbero essere portati davanti a tribunali nazionali e internazionali. Se pure potrà perdonarli il nostro popolo, il nostro popolo afghano dai piedi scalzi, la nostra storia non li perdonerà mai”.

Malalai, il cui cognome non è Joya, scelto per difendere la sua famiglia e  se stessa dalle continue minacce che le arrivano, ha fatto del burqa un’arma, per diffondere la cultura, le scuole clandestine. Malalai cammina nella polvere e nel sangue sulla sua terra, ma dà forza e speranza, lottando contro l’ingiustizia, perché non è sola ma sa che “il suo popolo la difenderà”, lei che raccoglie gli orfani, che prende su di sé le storie gli occhi delle vedove. Malalai che vive e che sa che per tante donne il suicidio è l’unica strada per sfuggire a stupri e torture.

Malalai non può essere messa a tacere perché come scriveva Neruda “possono recidere i fiori ma non fermare la primavera”. Malalai giovane e piccola donna, nata come profuga, costretta sin da bambina a spostarsi di città in città dall’Afghanistan al Pakistan. Che conosce la fame gli stenti. Che non ha casa. La donna che ha istruito tante altre donne. Che ha letto e studiato sotto le lampade di una tenda o di una casa di fango. Che conosce il suo popolo che ha dato e sta dando la sua vita per la voce la libertà del suo popolo.

Malalai conosce bene la morte, ha una inquietante familiarità e confidenza con essa, poiché la incontra ogni giorno. Ma ha scelto la strada della verità. Del non compromesso; ha scelto per un Afghanistan libero e democratico che non sia lo scacchiere di tanti interessi politici ed economici “polvere negl’occhi del mondo”come lei stessa dice.

Malalai sa che le bambine vengono vendute, le donne anche anziane violentate e torturate, che una delle tante regole dettate nel 1992 dai vari fondamentalisti  è che non si dovesse “neanche sentire il passo di una donna” perché in Afghanistan le donne non hanno diritto all’istruzione.

Una donna non ha nessuna possibilità di inserimento nella sfera sociale e tantomeno o lontanamente in quella  politica, una donna non può neanche uscire di casa se non ha accanto un uomo o un parente di sesso maschile. La donna diventa spesso oggetto di scambio, baratto o addirittura simbolo della vendetta di un potere maschile medievale e di terrore.

Malalai sa che nella guerra “è sempre la povera gente ha rimetterci”, come appreso dalle parole di Brecht, appreso sulla sua pelle e su quella del suo popolo.

Ma Malalai è anche il simbolo della speranza. Di una possibilità. È la voce del suo popolo.

In aula, dopo il suo breve discorso, scoppia il putiferio. “Infedele”, gridarono le lunghe barbe. “Prostituta”. Solo l’intervento di altre delegate evita il peggio. Da quel giorno, è oggetto di continue minacce di morte e di continui tentativi di attentati. È stata infine espulsa illecitamente dal parlamento dove era stata eletta. Ormai vive una vita blindata, cambiando casa ogni giorno, è costretta a girare con il burqa, proprio lei che lo combatte da sempre.

Ci sembra opportuno lasciare che sia Malalai stessa a parlarci:

            “ In Afghanistan abbiamo un detto che mi è molto caro: la libertà è come il sole, quando sorge nessuno può fermarlo o nasconderlo” – scrive Malalai Joya – e conclude nell’introduzione “ spero  che questo libro e la mia storia diano un piccolo contributo al sorgere di questo sole e spingano coloro che lo leggono, ovunque essi siano, a lottare per la pace, la giustizia e la democrazia”.

Questo l’auspicio della scrittrice che, attraverso la sua storia, ha inteso dare voce ad un popolo, il suo popolo – quello afghano – martoriato dalle guerre interminabili e da una indicibile sofferenza affinché il mondo potesse realmente prendere coscienza di questo dramma anziché pendere dalle labbra dei media occidentali che hanno distorto e mistificato la realtà dei fatti fino a trasfigurarla e farci credere che quella da loro acclamata e diffusa fosse l’unica verità possibile. Per tale ragione, risulta essenziale a nostro parere ascoltare direttamente le sue parole:

            “Per me dire la verità non era una scelta; non cercavo notorietà o riconoscimenti, ma dovevo parlare. Era il mio dovere: dovevo rispettare l’impegno preso con coloro che votandomi, avevano fiducia in me. Avevo promesso loro che non sarei mai scesa a compromessi  con i nemici dei diritti umani e dunque non avevo scelta. Era questo il motivo principale per cui avevo sentito il bisogno di candidarmi. Non a caso una delle mie citazioni preferite è tratta dalla Vita di Galileo di Bertold Brecht “Chi non conosce la verità è soltanto un folle. Chi la conosce la verità e la chiama menzogna è un criminale”.

Una voce alta e forte la sua che rimbomba dentro, fin nelle più profonde profondità dell’anima.

Quando mi capita di pensare al suo coraggio – una donna che ha praticamente la mia stessa età –  alla sua determinazione, alla forza e alla rinuncia di se stessa in nome della libertà e del suo popolo e a difesa delle tante migliaia di donne madri bambine afghane, mi dico sempre che non si può essere indifferenti. Credo che anch’io – ognuno di noi anzi – nel  proprio piccolo può fare qualcosa. Perché le donne afghane siamo anche noi. Perché sono migliaia le donne madri e bambine della sua terra doppiamente vittime sia del conflitto internazionale sia delle “regole” misogine e di negazione totale della sfera del femminile dei fondamentalisti. So che la sua voce non potrà più fermarsi. Perché come lei stessa dice, nascerà sempre un’altra Malalai pronta ad impugnare la bandiera della libertà.

Finché avrò voce è la storia di questa giovane donna e del suo paese, una cronaca non sempre di facile lettura, ma riguardante la storia inedita di un paese per lo più ignoto, a noi occidentali. “È raro che i giornalisti occidentali verifichino l’attendibilità delle favole confezionate per loro”, si legge fra quelle pagine.

Malalai fa i nomi di coloro che sono legati ai vecchi regimi, talebani “riciclati” macchiatisi nel passato di infami delitti. Ma non le basta: punta il dito sul Governo di Karzai, arrivato ufficialmente al potere con le “libere elezioni”, ma in realtà fortemente voluto dagli americani e per niente rappresentativo dei sentimenti del popolo.

Le pagine del suo sofferto libro raccontano le sofferenze delle donne afghane, vendute e stuprate fino a vedere il suicidio come unica liberazione. Violenze che, leggendo Malalai, non sembrano affatto finite con il regime talebano, ma ancora commesse e addirittura garantite dalle leggi di Karzai (Una donna stuprata è considerata rovinata e impossibilitata a trovare marito e i suoi famigliari arrivano al punto di ucciderla per cancellarne la vergogna).

La scrittrice afghana si sofferma con rabbia sulla coltivazione dell’oppio (il 93 per cento della produzione mondiale proviene infatti da qui), favorita anche dagli Stati Uniti, sulla situazione della stampa fortemente condizionata dai “signori della guerra” (Sayed Pervez Kambaksh sta ad oggi scontando una pena di venti anni per aver fatto circolare un articolo scaricato da Internet).

Non vengono risparmiati neppure i governi e i media occidentali, Italia compresa: “Una volta ho incontrato Massimo D’Alema e posso dire che dopo pochi minuti, ho capito perfettamente che non avrebbe mosso un dito per aiutare il popolo afghano”, si legge nel libro.

Ma il grido più forte è contro gli Stati Uniti e la loro guerra al terrore, condotta paradossalmente contro le stesse persone che avevano nel passato rifornito di armi, istruito e addestrato. Una guerra che fa centinaia di vittime civili, delle quali nessuno parla mai.  Sono le vittime afghane, quelle che spesso vengono catalogate come “effetti collaterali” (nel 2007 il cronista italiano Mastrogiacomo venne liberato, ma il giornalista che gli faceva da guida e il loro autista, entrambi afghani, furono decapitati: che rilevanza hanno avuto ai nostri occhi occidentali?).

Una guerra che si nasconde dietro il pretesto dei cosiddetti diritti umani, ma che in realtà li calpesta. Una guerra di posizione, senza via di uscita né speranza.

Il libro di Malalai è il grido di protesta di un popolo calpestato e umiliato, un ponte verso il futuro senza dimenticare o rinnegare le tradizioni e l’Islam. Perché mentre George W. Bush dichiarava: “Oggi le donne afghane sono libere”, la realtà era ben diversa: “Le donne sono libere di chiedere l’elemosina per le strade protette dal burqa; sono libere di prostituirsi per sfamare le loro famiglie; sono libere di vendere i figli per non vederli morire di fame; sono libere di suicidarsi per affrancarsi da umiliazioni, miseria e disperazione”.

Questi sono i fatti, il resto è solo, per dirla con le sue parole, “polvere negli occhi del mondo”.

Malalai Joya, Finché avrò voce, Edizione Piemme, 2010, pp.349, € 17,50.

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