Bufalino: un autentico testimone di se stesso.

di Emanuela Catalano

Esce per Bompiani (settembre 2010) un doveroso contributo-omaggio al professore di liceo e scrittore Gesualdo Bufalino: il maestro Franco Battiato – siciliano d’eccezione come lui – che del film-documentario è il regista, afferma che a spingerlo alla realizzazione del progetto è stata una “combinazione di affetto e dovere” nell’intento precipuo di “riuscire a far vedere la sua grazia. Riuscire a raccontare l’uomo più che lo scrittore, grandissimo, che tutti già conoscono”.

Per la prima volta, Battiato racconta così tutta la sua ammirazione e il suo rispetto per uno degli autori che ha fatto grande la narrativa italiana del Novecento. E lo fa con un film in cui le sue riflessioni e le sue parole su Bufalino e la sua terra sono accompagnate sia dalle testimonianze di altri autori che gli sono stati vicini negli anni della sua vita (come l’amico Leonardo Sciascia, Manlio Sgalambro, Matteo Collura, Piero Guccione e tanti altri) sia da una serie di documenti rari… .

Un autore che è stato scoperto solo tardivamente se così si può dire, grazie alle pressioni dello stesso Sciascia ed Elvira Sellerio, che lo spinsero a pubblicare, all’età di sessant’uno anni, La diceria dell’untore, romanzo vincitore del premio Campiello, come ricorderà fra l’altro Elisabetta Sgarbi, sorella del critico d’arte Vittorio. Fu lo stesso Bufalino a spiegare le ragioni della sua ritrosia e del ritardo nella pubblicazione dei suoi testi, parlando di un vero e proprio ammutinamento contro la vita: “Mi consideravo un prigioniero politico” – egli dice – “e mi rifiutavo di parlare. Il mio era una sorta di diario ininterrotto che scrivevo per me solo e che si sarebbe dovuto concludere con una pubblicazione postuma”.

Ma chi è davvero Gesualdo Bufalino? Per chi non lo conoscesse, riprendiamo di seguito la breve nota biografica che è quella in appendice al volume: 

Bufalino nacque a Comiso, in provincia di Ragusa, il 15 settembre del 1920. Il padre, fabbro, aveva un’autentica passione per la letteratura, che trasmise al figlio. Dal 1930 al 1935 frequentò come apprendista la bottega di un pittore di carri, che gli lasciò ricordi nostalgici. Nel 1940 si iscrisse alla Facoltà di Lettere dell’Università di Catania, ma a causa della guerra non frequentò che poche lezioni. Due anni dopo fu chiamato alle armi. Nel settembre del 1943, in Friuli, fu catturato dai tedeschi. Con l’aiuto di una ragazza riuscì a fuggire. Dopo alcuni mesi di clandestinità nelle campagne friulane, nel gennaio del 1944 riparò in Emilia presso un gruppo di suoi conterranei. Con l’arrivo dell’autunno si ammalò di tisi, e venne ricoverato nel sanatorio di Scandiano. Il primario, Biancheri, raffinato umanista, nello scantinato dell’ospedale custodiva migliaia di libri, e Bufalino vi aveva libero accesso. Lì, lesse per la prima volta Proust in francese. Durante la primavera del 1946 ottenne il trasferimento in un sanatorio della Conca d’oro, a Palermo. Dimesso, si laureò nel 1947. Tornò a Comiso dove cominciò a insegnare nell’Istituto magistrale di Vittoria. 

Morì nel 1996 in un incidente d’auto, lui che nei confronti dell’automobile aveva sempre nutrito profonda diffidenza, che non guidava neppure, per riprendere le sue stesse parole, lui che spesso cadeva nei fossi per guadare un po’ troppo le nuvole, giungendo a riconoscersi persino “in una specie di angelo dalle ali mozzate”.

Seguono varie interviste, fra cui quella a Piero Guccione che è bella e onesta poiché da essa traspare la poca dimestichezza che il pittore ebbe con Bufalino, belle indubbiamente anche quelle al professore Antonio Di Grado, a Matteo Collura, a Francesca Caputo; è assente tuttavia la collaborazione e la consulenza di un vero studioso di Bufalino il quale avrebbe potuto consigliare un taglio diverso, capace di “proiettare sullo schermo barlumi e schegge di sogni”, come avrebbe detto il buon don Gesualdo.

Colpiscono al cuore le sue parole, il parallelismo che istituisce tra la luce e il lutto, per la somiglianza di queste due termini, perché in Sicilia e in Grecia a suo dire, là dove la luce è una caratteristica preponderante, un elemento ben vivo e presente nell’esistenza di ogni singolo uomo, ecco che paradossalmente si vive con maggiore intensità e sgomento il senso della precarietà, della caducità della vita, il suo essere effimero e si avverte tutta la propria impotenza di fronte al sentimento della ineluttabilità della morte.

Bufalino non poteva poi non alludere alla doppia natura del legame che unisce ogni siciliano alla sua terra che, da una parte, si configura come un ventre protettivo, ma dall’altra è inesorabilmente una prigione.

Un legame profondo lega lo scrittore – è la legge dell’appartenenza di cui parla Sgalambro che vi richiamerà sempre chiunque vi appartenga quasi esercitasse un diritto di fondo nei riguardi di costui – con la Sicilia e al tempo stesso emerge un netto rifiuto di essa.

Appare essenziale ricordare la figura e ripercorrere la vita e l’opera di quest’uomo, attraverso una combinazione di immagini di repertorio, di testimonianze, di interviste e riprese inedite nei luoghi d’elezione dello scrittore comisano. Quale migliore conclusione allora se non ancora una volta le sue stesse riflessioni sul valore della testimonianza:

“Uno scrittore trova le sue ragioni all’interno della propria coscienza, all’interno della società in cui vive. Si può essere scrittori testimoni del mondo e si può essere scrittori testimoni di se stessi. Io appartengo a questa seconda categoria. […] Io sono molto più umilmente e più dolorosamente un testimonio, falso per giunta, di me”. Gesualdo Bufalino 

Auguri Don Gesualdo. Un docufilm di Franco Battiato su Gesualdo Bufalino, Bompiani 2010, pp. 118. (Libro + DVD, 45’) € 20,00.

Un commento su “Bufalino: un autentico testimone di se stesso.

  1. pinelda ha detto:

    Forse noi siciliani non lo conosciamo abbastanza, eppure è una figura illuminante, anche se complessa. Ogni sua parola si incide nella nostra mente in modo indelebile, un grande intellettuale che ci rende orgogliosi di essere suoi conterranei.

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