Jean-Claude Milner, I nomi indistinti, Quodlibet, Macerata 2003, 124 pagg.,

di Fabio Milazzo

“Si danno tre presupposti. Il primo (…) è il presupposto si dà, il R. (…). Un altro, detto simbolico o S, è che si dà lalingua , senza il quale nessun presupposto sarebbe dicibile. Un altro è che si dà il simile, dove si istituisce tutto quel che forma una relazione: è l’immaginario o I”.

Quest’inizio è un’affermazione di onestà intellettuale, questo ho pensato leggendo le prime righe di questo lavoro di Jean Claude Milner del 1983, tradotto in italiano per le edizioni Quodlibet nel 2003.

E’ un’ affermazione di onestà perché l’autore dichiara, senza tanti giri di parole, che il discorso che andrà sviluppando è retto da alcuni presupposti. Badate bene, non è una ovvietà. Infatti, nonostante tutto il pensiero post-hegeliano  sia da considerarsi come un tentativo di affermare credibilmente il discorso di una “ragione” auto-referenziale, e intra-sistemica, quindi incapace di avanzare pretese egemoniche, spesso assistiamo, ancora, ad “infantili” costruzioni teoretiche prodotte con la superficialità del bambino che guardando l’orizzonte crede che “lì finisca il mondo”.

Jean Claude Milner, forse enfaticamente descritto dalla stampa italiana come l’ultimo grande pensatore della generazione dei Nancy e dei Badiou, ben consapevole di questo rischio di banalità intellettuale, nei 14 capitoli che compongono  “i nomi indistinti”, dichiara il “non detto” di cui è consapevole e dal quale origina il proprio “discorso”.

Lacan come guida e due, anzi tre, importanti snodi concettuali attorno ai quali costruire le proprie analisi: lalingua, il nodo borromeo e la “triade lacaniana”.   Ma proviamo a dire, solo per accenni, qualcosa in più sui primi due “snodi” visto che le righe con cui abbiamo iniziato questa recensione,  lasciano immaginare cosa Milner intenda con Reale, Simbolico e Immaginario.

Lalingua è il concetto che designa l’impossibilità di ogni comunicazione, cioè il doppio senso, il non detto, l’equivoco che sta “nascosto” dietro ogni scambio semantico. Il  nodo borromeo  indica, invece, il rapporto tra il detto e l’inter-detto, ciò che stringe il R., il S. e l’I., ponendo la necessità della com-possibilità dei tre macro-concetti. Soltanto il S., ponendo il simile e il dissimile, permette le classificazioni e le proprietà necessarie perché si diano le totalità necessarie per la rappresentazione, oggetto del “cerchio I.”, di ciò che si dà (R.).

Insomma R.,S.,e I., sono tre concetti che sussistono secondo un legame particolare: nessuno dei tre può fare a meno degli altri due.

Ma proviamo a chiarire anche i concetti centrali che costituiscono l’intreccio borromeo, il Reale, il Simbolico e l’Immaginario.

Innanzitutto il Reale che designa ciò che c’è ma che risulta impossibile nel suo darsi.

Cosa vuol dire? Il Reale non è la realtà materiale né quella sociale nella quale siamo immersi,che indica invece l’universo addomesticato delle relazioni, bensì indica quella dimensione che per il singolo ha senso e contribuisce a produrre la semantica attraverso la quale il soggetto “vive” il mondo. Questa matrice non è esperibile al di fuori dell’intreccio con il S.e l’I. Potremmo descriverla come “ciò che ha senso per la singolarità” e che- forzando sul non detto l’interpretazione lacaniana- contribuisce a “creare” il soggetto compiendo la transizione dalla singolarità pre-individuale a quella individuata (la haecceitas).      

Il Simbolico indica quell’insieme di elementi con valore di “simbolo”, i significanti ripresi dalla linguistica di De Saussurre, attraverso i quali si “scrive” il R., e si struttura il desiderio che si dà sempre come “epigrafe” simbolica, dialetticamente derivata dalla relazione con la Legge che designa la “logica del simbolico”.

Infine l’Immaginario che riguarda la fondamentale (per Lacan) dimensione della relazionalità con l’alterità.  Gli altri ci interessano perché come uno specchio tendono a ri-mandarci un’immagine di noi stessi. Quest’immagine ci definisce e struttura il nostro Io.

Milner, nelle lezioni tenute a Vincennes da cui trae origine “I nomi indistinti”, tende a sottolineare la inter-dipendenza dei tre registri che non possono essere mai colti nella singolarità evanescente di una dimensione che non esiste se non nell’intreccio triadico. Un po’ come la “grandiosa” invenzione concettuale cristiana della Trinità: nessuna delle Tre Persone può essere colta pienamente al di fuori della relazione con le altre due.

Il Reale, quindi, non è esperibile se non nella dimensione mancante, in altre parole ci rendiamo conto dell’esistenza di uno dei tre registri soltanto quando viene “scardinato” l’intreccio che lega il nodo. Soltanto retroattivamente lo scioglimento del nodo mostra, per dispersione, che l’intreccio era costituito dalla triade.

Il paradosso lacaniano su cui si regge il discorso di Milner ci evidenzia la dimensione di inafferrabilità del Reale fintanto che è stretto nell’intreccio. In questo senso, Agamben ha sottolineato la vicinanza delle tesi di Milner con  la celebre affermazione di Heidegger sul linguaggio: “l’essere puro  sorge soltanto là dove la parola viene a mancare ma la parola viene a mancare soltanto nel punto in cui si prova a dire la parola”.  Ma se soltanto retroattivamente ci rendiamo conto della singolarità in-definita che regge il discorso, questa è pura vacuità, cioè silenzio che non è mancanza di parola ma luogo dell’infinita produzione inter-discorsiva di tutti i linguaggi che non si possono dire se non nel loro “intrecciarsi postumo”. Questa piega  del  concetto di vacuità sembra riuscire ad evitare gli infruttuosi paradossi di chi pensa al trascendentale secondo la logica duale dell’Uno o del Niente. Il Reale di Lacan, come la vacuità, si dà ma non è esperibile, c’è ma non è tracciabile se non nella dimensione ulteriore e secondaria del suo dar-si nel linguaggio. Quest’ultimo, codice pulsionale che abita la vacuità-che per questo non è nulla-  si dà ed è esperibile nella funzione di scrittura seconda -quella oggetto dell’analisi- ma mai nella funzione di trascendentale puro.  

Ogni nome, secondo Milner, è troppo “materiale” e univoco per poter nominare adeguatamente la dimensione frammentaria e dispersa del Reale, da qui il carattere di omonimia che segna l’originarietà (seppur colta posteriori) del linguaggio.

Ogni nome è prigioniero dell’intreccio borromeo e non può designare nulla su un tratto del laccio (corrispondente ad uno dei registri) senza “incontrare” la cor-rispondenza sempre im-perfetta di un altro nome designante una referenza su di un altro circolo. Ogni “impronta” impressa nominalmente su di un tratto di un circolo avrà la stessa matrice di un segno, omonimo, tracciato su un altro circolo. Nessun nome è veramente discernibile, da qui il residuo di non detto, che designa l’equivoco e il multi-senso di ogni conversazione (lalingua).

Le analisi di Milner mostrano l’impossibilità del linguaggio, che nel suo darsi indiscernibile, impedisce la funzione comunicativa disattivandola a priori.

La singolarità, celata dall’omonimia, acquista senso soltanto all’interno della produzione discorsiva individualmente segnata, laddove il R., il S., e l’I., coincidono nell’evento. Mostrare l’universo semantico individuale, il luogo di produzione delle singolarità evenemenziali, è il compito della psicoanalisi che così “guadagna”il “ruolo” di “interprete tropo-logica” della differenza.

L’im-possibilità meta-linguistica di un reale che mai si dà al di fuori del nodo, rende artefatte tutte quelle costruzioni socio-politiche miranti alla costruzione della “lingua ideale”, quella capace, cioè, di unire tutte le singolarità in un tutto omogeneo e indistinto. Qui il discorso di Milner si fa politico, infatti, l’omonimia del linguaggio e l’im-possibilità della nominazione creano un vuoto all’interno del quale si inserisce il discorso politico mirante all’asservimento. Laddove viene a mancare il pensiero si insedia il “discorso del potere”, quello che offre gli pseudo-nomi “capaci” di designare il Reale. Ma affermata l’ im-possibilità costitutiva di ciò, questa operazione si mostra nella sua dimensione di menzogna  funzionale al controllo della comunità.

Se sparisce la capacità di nominazione si fa strada la necessità rassicurante dei nomi messianici, quelli capaci, cioè, di placare le angosce derivanti dal confronto con il Tragico per eccellenza, la vacuità del Reale.

Mostrata la im-possibilità costitutiva dei nomi “ombrello”, quelli sotto i quali celare le differenze a favore della sinonimia, Milner afferma la necessità da parte del “pensiero” di esercitare con coraggio la funzione logologica che gli è propria, quella cioè della singolare nominazione, produzione discorsiva che riguarda l’esercizio della differenza. In difetto di ciò il Potere continuerà ad esercitare il proprio ruolo affermando la necessità della propria “universale” lingua, quella sotto la quale si dà il gruppo.   

Milner, e lo si deduce chiaramente, è per una politica della contingenza, della singolarità, una politica, diremmo, delle situazioni, delle circostanze, mirante all’Evento.  La Politica Reale (così definita) non crea strumenti di governo, istituzioni e diritti universali (che non hanno senso) ma cerca di vivere la dimensione paradossale del Reale assumendola come tale, nella contingenza e nella dispersione. Un compito de-costruttivo che mira alla rottura della continuità im-possibile tipica delle forme di governo positive. Se la natura della politica reale è prettamente di frattura comprendiamo quanto, per Milner, siano importanti le singolarità, intese come momenti di rivolta contro la durata (del potere e delle parole dominanti), ma anche le vite individuali e le produzioni discorsive  capaci di generare mondi radicalmente altri che durano lo spazio di un incontro, quello dell’Evento.

Jean-Claude Milner, I nomi indistinti, Quodlibet, Macerata 2003, 124 pagg., euro 15.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...