Carlo Ginzburg, Il formaggio e i vermi, Einaudi, Torino 1976, pagg. 196.

di Emanuela Catalano

Il formaggio e i vermi è un saggio storico di Carlo Ginzburg edito per la prima volta da Einaudi nel 1976.

 Il testo si colloca all’interno di quel filone di studi inaugurato in Francia dalla scuola delle Annales, che ha come suo peculiare habitus la storia delle strutture, della cultura e soprattutto della mentalità. Non più histoire événementielle dunque ma storia degli umili – per citare il Manzoni – di tutti i Renzi e le Lucie che passarono su questa terra senza lasciare tracce di sé. Tout ce qui est intéressant – in breve – se passe dans l’ombre, per dirla con Céline. Non a caso, l’ampia prefazione si apre con una citazione da Bertold Brecht “Chi costruì Tebe dalle sette porte?”. La storia troppo a lungo infatti è stata, ed in fondo lo è ancora, il resoconto delle gesta e delle imprese dei grandi condottieri, dei Cesari, degli Alessandri Magno, dei Napoleoni, dei re e degli imperatori. Delle nazioni in senso lato; mentre le classi subalterne sono state a lungo ignorate, la loro storia taciuta, la loro stessa esistenza passata sotto silenzio.

Di questo si lamenta Ginzburg ed in parte ha ragione. D’altro canto però, il potere è in mano a poche persone, la sovranità non è più di pertinenza esclusiva del popolo, che la demanda in ultima istanza a dei rappresentanti, ed è questo potere – in tutte le sue forme, economiche, politiche, ideologiche – a muovere le fila della storia, almeno a livello di nazioni. Ciò non significa tuttavia che gli storici non debbano studiare e capire anche tutta quella parte di cultura e civiltà, che il potere tende da sempre ad escludere: la questione rimanda in particolar modo al problema delle fonti, cioè dei documenti in qualsiasi forma, sopravvissuti al tempo e legati al potere, alle classi dominanti, una prova a testimonianza del fatto che per moltissimo tempo le classi più povere non sapevano né leggere né scrivere.

L’insufficienza di testimonianze della cultura popolare ha rappresentato uno dei freni maggiori alla stesura di racconti che narrassero le loro gesta, imprese. E in più, come dice Ginzburg, si è dovuto combattere per molto tempo con tutta una parte della storiografia che considerava come ininfluente nel fluire della storia la cultura popolare. Nulla di ciò che si è verificato nella storia invece va perduto, come già ammoniva Benjamin, in quanto solo all’umanità redenta – cioè liberata – toccherà una volta per tutte e interamente il suo passato.

Il saggio ha per oggetto la vita e i due processi per eresia subiti da Domenico Scandella, detto Menocchio, contadino e mugnaio di Montereale del Friuli nato nel 1532, il quale fu accusato di “aver pronunciato parole ereticali e empissime su Cristo” (pag.4). È interessante notare come un mugnaio – notoriamente una persona dotata di una istruzione di livello non altissimo, sprovvisto di un’adeguata forma di cultura (quest’ultima riservata al clero o alla nobiltà) – sapesse leggere e scrivere e si fosse formato a tal riguardo delle proprie personalissime opinioni, riuscendo a formulare idee e concetti astratti, trattando questioni ritenute di pertinenza delle alte gerarchie ecclesiastiche. Ginzburg si interroga su quali siano i prodotti della cultura popolare, sul come essa si sviluppi e si tramandi di generazioni in generazioni, quali siano gli influssi reciproci tra cultura popolare e cultura ufficiale e infine quali le ripercussioni politiche e sociali della cultura popolare. Per lui esiste una precipua dicotomia tra le due culture, che in realtà neppure sono così distinte, essendo i confini tra le due molto più labili, meno netti di quanto solitamente si pensi.

La storia di Menocchio, pur con le sue particolarità, è un esempio di questa dicotomia ed è in realtà difficilmente riconducibile e ascrivibile a schemi predefiniti. Dobbiamo però considerare che fu certamente un caso atipico, forse difficilmente ritrovabile, almeno in grosse cifre, nella società contadina italiana del tempo.

 Il 28 settembre 1583 venne denunciato al Sant’Ufficio. Avendo letto e rielaborato di testa propria molti testi, Menocchio funge da punto di contatto tra la cultura popolare in cui era cresciuto e certe idee più raffinate. E i suoi pensieri, in piena Controriforma, non potevano condurlo lontano, dal momento che ebbe persino l’ardire di farsi predicatore dei suoi dubbi sulla verginità di Maria, della divinità di Cristo, la critica e la non necessarietà dei sacramenti: si pensi a Lutero, alla critica, forte e violenta, contro il potere temporale della Chiesa, oltre ad una sorprendente tolleranza verso le altre religioni.

Leggendo le parole di Menocchio, ci si accorge di quanto siano anche intelligenti le sue idee ma anche di quanta saggezza popolare vi fosse in esse. Ma queste idee non potevano essere accettate dal potere religioso e difatti l’accusa non fu solo di eresia: Menocchio venne condannato anche come eresiarca, possibile ideatore di una nuova forma di eresia, per aver voluto diffondere queste sue idee stravaganti e averle difese con pervicacia. Ciò che più preme all’autore è mettere in evidenza l’approccio alle fonti e quello che la storia del nostro mugnaio può rappresentare.

Nella sua singolarità, egli rappresenta un caso importante ed interessante – depurato da un po’ di aneddoti – rappresenta cioè l’altra storia, una cultura spesso ignorata, per mancanza di fonti ma anche per superficialità, che meglio può aiutarci a capire il procedere e l’incedere incalzante della storia.

Il titolo del libro in particolare è tratto da uno dei verbali del processo, nel quale l’imputato descriveva la sua personalissima e originale teoria circa l’origine del cosmo, teoria che suscitò l’interesse e destò la curiosità degli inquisitori. In un caos primordiale, i quattro elementi primordiali, vale a dire acqua, aria, terra e fuoco erano mescolati tutti insieme. Ad un certo punto, il caos andava poi condensandosi in una massa come il formaggio nel latte all’interno del quale poi, proprio come si creano i vermi nel formaggio, derivavano gli angeli e Dio, per volontà della Santissima Maestà. In un linguaggio denso di metafore quotidiane, Menocchio spiegava agli inquisitori la sua cosmogonia densa di quel solido strato di cultura orale che sottostava al codice di lettura con il quale era solito rimuginare i molti testi che senz’altro all’epoca aveva letto.

Nel corso del suo excursus, l’autore mostrerà come dietro a questa descrizione della Cosmogonia si celino in realtà influssi sia della Bibbia sia di altri libri conosciuti dal mugnaio friulano, ma anche elementi tratti della cultura popolare, alcuni dei quali presumibilmente di origine antichissima. L’idea della nascita del vivente dal non vivente (i vermi dal formaggio), peraltro, era in quel periodo appannaggio della cultura ufficiale e non solo delle credenze popolari, e paradossalmente era considerata un’idea di tipo scientista in quanto contrapposta all’idea di creatio ex nihilo da parte di un essere superiore. Il mito di una Chiesa primitiva, di un suo ritorno alle origini, la riscoperta dell’elemento pauperistico in contrapposizione alla ricchezza – sempre attuale – di Santa Romana Chiesa, i risentimenti e le opposizioni politiche, in primo luogo contro i vescovi, fecero sì che l’eresia si diffondesse, nel giro di pochi decenni, nelle principali città della fascia padano-alpina della penisola.

La visione del mondo sostenuta da Menocchio non era per nulla incoerente, e solo in parte è rintracciabile nei libri che possedette (tra i quali anche il Corano, una Bibbia in volgare, Il Decameron di Boccaccio): da una parte si riallaccia a una cultura popolare tanto arcaica quanto oscura; dall’altra, invece, propone un’attualissima versione del cosiddetto “dio personale”. La sua religione era essenzialmente pratica, fatta di poche regole: non riconosceva i sacramenti e la divinità di Cristo, riteneva la comunione «un pezzo di pasta» e la Sacra Scrittura «aggiornata dalli homini». Sicuro che la morte rappresentasse la fine, non riusciva però a non raffigurarsi il paradiso. A queste credenze si affiancavano aspettative di giustizia terrena che non poteva essere soddisfatte dalla religione cattolica. «Tutto è de Chiesa et preti, et strussiano li poveri». Voleva che la Chiesa «non fusse tante pompe» e, come ci fa notare Ginzburg, particolarmente «assurda doveva sembrargli invece la pretesa dei chierici di mantenere il monopolio di una conoscenza che si poteva comprare per “doi soldi” sulle bancarelle dei librai di Venezia». Dopo aver sostenuto in un primo momento che quelle idee contese e contestate le avesse cavate dal suo cervello – “Non ho mai praticato con alcuno che fusse heretico ma io ho il cervel sutil, et ho voluto cercar le cose alte et che non sapeva” (pag.16) – ritrattò tutto per affermare di non sapere se quelle intuizioni fossero state frutto di una illuminazione divina o piuttosto di un suggerimento diabolico, sostenne di parlare “da dovero”, e che era “in cervello, non … mato”, e finì “giustitiato per il Santo Officio” a Pordenone il 6 luglio 1601.

Il desiderio di “cercar le cose alte” e di un “mondo nuovo” continuava ad apparirgli legittimo e − potenzialmente − alla portata di tutti; assurda doveva sembrargli, al contrario, la pretesa della cultura come privilegio dei chierici, detentori del monopolio di una conoscenza che si poteva comprare per “doi soldi” sulle bancarelle dei librai di Venezia. Così, nonostante l’inquisitore friulano − esitante − scrisse alla congregazione del Sant’Uffizio una lettera per comunicare i suoi dubbi, la sentenza di Roma fu chiara e durissima: “le dico per ordine della Santità di Nostro Signore ch’ella non manchi di procedere con quella diligenza che ricerca la gravità della causa, a ciò che non vada impunito de’ suoi horrendi et essecrandi eccessi, ma co’l debito et rigoroso castigo sia essempio agli altri in coteste parti…”. E riconosciuto colpevole, il condannato venne affidato al braccio secolare, ossia all’autorità politica laica per l’esecuzione della sentenza (perché “la Chiesa aborrisce dal sangue”, ma il risultato non cambiava).

È su questo sfondo di annientamento e di cancellazione della cultura popolare che si staglia la storia di Menocchio, un caso-limite ma − comunque − rappresentativo nel complesso processo di affermazione e di sopraffazione delle idee.

Una storia non unica nel panorama storico-sociale e culturale della penisola e nata dall’esigenza delle classi dominanti “di recuperare, anche ideologicamente, le masse popolari che minacciavano di sottrarsi ad ogni forma di controllo dall’alto − mantenendo però, anzi sottolineando le distanze sociali”.

Un saggio di estrema rilevanza e interesse, quindi, ampiamente citato, soprattutto all’estero, nelle più importanti opere storiografiche sull’età moderna degli ultimi anni, utile sia per chi cerca un testo sull’Inquisizione, sia a chi è interessato ai rapporti tra cultura e ceti meno abbienti, come pure chi vuol trovare un esempio di religiosità popolare del Cinquecento. Nessuno resterà deluso dalla lettura di quest’opera, molti rimarranno addirittura meravigliati.

Carlo Ginzburg, Il formaggio e i vermi, Einaudi, Torino 1976, pagg. 196, euro 21.

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