Silvia Ronchey, Ipazia, Rizzoli, Milano 2010, 318 pagg.

di Emanuela Catalano

È appena stato pubblicato (10 novembre 2010) per Rizzoli il nuovo libro di Silvia Ronchey, nota bizantinista che insegna all’Università di Siena, dal lapidario titolo Ipazia. La vera storia. Intorno alla figura straordinaria di questa donna sono fiorite molte leggende e si sono sbizzarriti nel corso dei secoli anche numerosi poeti. Per riprendere il commento di Umberto Eco a tal proposito, è giusto che ci venga raccontata la vera storia di Ipazia, che non è meno affascinante delle leggende e dei miti che sono stati costruiti attorno ad essa.

Ma che cosa sappiamo esattamente di Ipazia? Sappiamo che visse ad Alessandria d’Egitto e che lì trovò la morte nel 415 d.C., per mano dei parabolari del vescovo Cirillo. Sappiamo ancora che fu filosofa neoplatonica, che insegnava le dottrine di Platone e Aristotele; fu matematica, astronoma. Eppure le renderemmo maggiore giustizia se parlassimo di lei in termini negativi, ossia dicendo tutto ciò che non fu. È lecito poi chiedersi se fu un agnello sacrificale, un capro espiatorio, vittima delle ultime propaggini del paganesimo oppure se non fu piuttosto prima strega bruciata da un antesignano dell’Inquisizione? Il libro della Ronchey riesce, nonostante le difficoltà del caso, a rendere giustizia ad una figura così poliedrica e affascinante sopravvissuta nei secoli attraverso le numerose sedimentazioni, i fraintendimenti, le distorsioni che della sua vita e del suo stesso pensiero sono stati fatti. In breve, a riportarla alla luce nella sua veste più autentica, libera, vera. Al di là delle mistificazioni e dei travisamenti, Ipazia è ricordata e ammirata perché ricercava la verità; parlare di lei – ci suggerisce l’autrice – richiede una vera e propria “iniziazione”, e i giudizi sul suo conto vanno emessi senza compromissioni o influenze del presente, al fine di ricostruire il suo pensiero e il suo sacrificio di martire della conoscenza in modo non settario, non dogmatico ma per quanto possibile laico, autentico, vero e libero.

È singolare per l’epoca che una donna vestisse i panni di “maestra” del pensiero, che godesse di tale credito e ascolto presso i suoi allievi; di lei sappiamo anche che fu una bella donna, che molti si invaghirono di lei ma che lei seppe respingerli sempre, che fu costantemente votata a questo suo amore per la conoscenza e il pensiero in tempi bui per l’Impero romano d’Occidente volto ormai al suo inevitabile tramonto. Lo stesso Paolo di Tarso, nella prima lettera ai Corinzi, suggerisce l’idea che le donne non potessero presenziare né tanto meno prendere la parola in assemblea. Ma lei non sembrava neppure a disagio di fronte alla presenza di numerosi uomini e parlava senza remore, timori, o soggezione. Fu uccisa per questo suo amore per la verità ma non lapidata – come suggerisce Edward Morgan Forster – bensì o scorticata viva, secondo la pena capitale inflitta agli eretici, o letteralmente fatta a pezzi – pena toccata in sorte a colpevoli di magia, stregoneria e prostituzione  –  oppure smembrata e eviscerata, secondo l’arcaica prassi del sacrificio (pag. 86).

Dopo l’editto con il quale l’imperatore Costantino aveva concesso la libertà di culto ai cristiani (313), con Teodosio verrà emanata nel 392 una legge contro tutti i culti pagani, di cui l’Egitto era la culla. Conseguenza di questa politica di intolleranza saranno la distruzione del tempio di Serapide, simbolo di tutti i templi degli idoli e l’incendio della biblioteca di Alessandria, considerata fino a quel momento cuore della cultura e depositaria di un tesoro in termini di libri e materiali provenienti dall’Antichità senza pari. I quadri dirigenti del Cristianesimo, diventato nel frattempo religione di Stato, intrapresero una mobilitazione punitiva proprio nella capitale della cultura ellenica dov’era nata e insegnava Ipazia. All’origine dell’ostilità di Cirillo era, più che la misoginia o l’odio confessionale, l’invidia – specifica il bizantino Suida – per la sua influenza politica e i suoi rapporti con Oreste. Ma la storia, si sa, è fatta dai vincitori o così si presume. E perciò è accaduto che Cirillo nel 1882 venisse nominato da papa Leone XIII Doctor Incarnationis, nonostante il monofisismo di cui il vescovo era seguace fosse stato condannato al pari di eresia nel concilio di Calcedonia del 451. E che la Chiesa di Roma non abbia mai chiesto perdono a Ipazia o messo in discussione la probità, la santità di Cirillo, sino alla celebrazione che Benedetto XVI ne farà il 3 ottobre 2007 (pag. 92).

Per quale ragione dunque proporre oggi la lettura di un testo su Ipazia?

Per chiarire i fatti in primo luogo, la confusione delirante, la trasfigurazione che della sua morte sono state fatte, trasformandola di volta in volta in un simbolo, un’idea, il vessillo di un qualche schieramento politico che traduce l’attualità. Ciò è in parte normale se si considera l’assunto di Croce, secondo il quale non si fa storia del passato se non alla luce di un problema del presente, poiché nel leggere un evento del passato lo si piega sempre in base ai propri interessi, secondo la propria dialettica politica. “Ma c’è qualcosa di singolare nella fortuna postuma di Ipazia” commenta la Ronchey (pag. 126), qualcosa che va oltre le singole vesti che la storia delle ideologie le fa indossare. Occorre pertanto percorrere a ritroso le fonti, lasciare che ci parlino, appurando la loro attendibilità o meno, ponderando il loro giudizio, ed è attraverso le voci di Socrate Scolastico, di Giovanni di Nikiu, Diderot, Voltaire, Olympe de Gouges, Nerval, Gibbon per citarne solo alcuni che l’autrice ci parla. Oggi è urgente il bisogno che la laicità si procuri un simbolo: una icona degli ideali di tolleranza, di non faziosità, di rifiuto delle fedi e delle ideologie pervasive, una portatrice della libertà di pensiero e di parola.

La vera storia di Ipazia ci suggerisce in definitiva un altro interrogativo, non meno inquietante di quello riguardante la sua morte: era davvero inevitabile la compromissione del cristianesimo con la politica, la violenza, il fanatismo? Perché la Chiesa ha dovuto far prevalere la propria tendenza all’ingerenza nelle questioni di stato, all’invischiarsi nelle questioni prettamente politiche del governo e del potere?

Un libro da leggere sicuramente, con il giusto spirito critico e la mente scevra da pregiudizi, nella consapevolezza e forse con la speranza che da qualsiasi parte ci si schieri, qualunque risposta si tenti di dare a questa domanda una cosa è certa: se vogliamo davvero rendere omaggio a Ipazia, non dobbiamo mai perdere l’occasione di leggere la sua storia in modo non settario, ma autenticamente laico, e ogni volta che, nella storia si riproporrà, il conflitto tra un Cirillo e un’Ipazia, non possiamo che concludere con la Ronchey che “siamo e saremo sempre dalla parte di Ipazia” (pag.193).

Silvia Ronchey, Ipazia, Rizzoli, Milano 2010, 318 pagg., 19 euro.

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