Fernand Braudel, Espansione europea e capitalismo (1450-1650), Il Mulino, Bologna 1999, pagg.88.

di Fabio Milazzo

Si può in sole 88 pagine (quelle della traduzione italiana) offrire un grande esempio di “storia del presente”?
Sì, se questo è realizzato da uno storico che qui basterà soltanto citare: Fernand Braudel.

L’autore della monumentale ricostruzione storiografica della “civiltà mediterranea” durante il regno di Filippo II, nella breve sintesi che qui consigliamo, si propone di delineare il fenomeno dell’espansione mondiale europea e il concomitante affermarsi del capitalismo. Una tesi “importante” se pensiamo agli sviluppi che avrà con Giovanni Arrighi e Immanuel Wallerstein.

Ho fatto riferimento alla “storia del presente”, quella di Michel Foucault. Probabilmente Braudel non avrebbe condiviso tale etichetta per le sue ricostruzioni storiografiche, avrebbe preferito che si parlasse semplicemente di storiografia. E, intendiamoci, condividiamo la sua prospettiva: le ricostruzioni storiografiche che non mirano ad “osservarsi l’ombellico” e lanciano lo sguardo al di là dell’orizzonte sono sempre ricostruzioni che mirano a delineare chi siamo oggi e quali “pieghe” del passato hanno curvato la storia verso quella dimensione che oggi abitiamo e che, con sguardo da talpa, spesso, confondiamo per destino ineluttabile e necessario.

La sintesi di Braudel qui presentata si situa a metà del suo percorso intellettuale, tra la Méditerranée e la trilogia “Capitalismo e civiltà materiale” (sempre nella titolazione italiana). Quest’ultima troppo poco conosciuta dai lettori italiani.

Braudel nelle quasi 100 pagine si discosta dalla dimensione mediterranea per lanciare il suo sguardo verso gli orizzonti mondiali del XVI secolo, quelli durante i quali si determina la “piega” che comporterà l’avvento del capitalismo e “l’ascesa mondiale” dell’Europa.

Il “lungo XVI secolo”, dal 1450 al 1650, è l’arco di tempo durante il quale si definisce la modernità che tuttora abitiamo (anche nella sua versione post). In questo periodo, assolutamente altro rispetto ai secoli precedenti (e qui Braudel è in “contrasto” con Le Goff che parla di un “lungo medioevo”), si determina, almeno auroralmente, quel capitalismo che a tutt’oggi rappresenta la fisionomia della mondializzazione europea.

Il periodo esaminato è scolasticamente” conosciuto come il “Rinascimento italiano”, Braudel non si situa in tale prospettiva e, a parte qualche breve cenno sull’importanza quale “città-banca” della Firenze quattrocentesca, dedica ben poco spazio alla dimensione “mitica” dell’Europa dell’umanesimo, per “gettare” il suo sguardo oltre i confini del Capo di Buona Speranza, lungo quelle rotte battute dalle navi portoghesi prima e inglesi, olandesi e spagnole poi, in cerca di merci e di “spazi” per esercitare il  proprio “proto-capitalismo”.

Interessante è la tesi secondo la quale il fenomeno capitalistico nascente, secondo lo storico francese, fu molto poco determinato dagli spiriti dell’epoca, mercanti, borghesi, armatori e banchieri, quanto da essi cavalcato. Tale prospettiva, che sposiamo, sembra ben rendere la dimensione caotica e mai pre-determinabile delle singolarità evenemenziali.

Il grande assente di queste pagine è il Medioevo cui Braudel non disconosce il ruolo fondamentale quale “spazio genetico” per tante delle innovazioni che prepareranno la strada per lo sviluppo dell’economia mondo. Eppure, la sua attenzione è focalizzata sul XVI secolo. Qui si determinano quegli intrecci politici e quelle determinazioni economico-sociali senza le quali nessun capitalismo (almeno non quello da noi conosciuto) si sarebbe potuto sviluppare.

Bisogna immaginare questo “XVI secolo braudeliano” come il virtuale deleuziano, cioè un luogo entro il quale sono presenti le infinite, singolari, differenti  possibili concretizzazioni del “capitalismo”.   

Un grande rilievo viene riconosciuto all’intreccio tra la dimensione economica e quella politico-militare. Secondo Braudel, a partire dal XVI secolo, la contaminazione tra i due ambiti sarebbe stata inestricabile.
La rivoluzione militare del XVI secolo avrebbe determinato e sarebbe stata determinata, secondo linee e pieghe mai totalmente determinabili, dalla situazione economica e viceversa. Come oggi.

Il politico e il militare ma anche lo stato e i “possessori di capitali”. Infatti, se i due ambiti  fino ad allora si erano incontrati tangenzialmente da allora avrebbero  stretto “legami infernali”, costituendo i due piatti di una bilancia. Influenze, condizionamenti e contaminazioni da lì in avanti avrebbero “deciso” il volto della modernità.

Colpisce, proprio perché a “parlare” è Braudel, l’allontanamento dalla dimensione mediterranea ora soppiantata da quella oceanica. L’Indiano e il Pacifico territorializzano la “nuova” dimensione politico economica del nascente spirito capitalista .

L’islam, invece, ossessionato dal desiderio di penetrazione in Europa perderà la propria partita proprio nella dimensione oceanica ora conquistata dalle navi olandesi, portoghesi, inglesi.

Scenari e sviluppi si disegnano in queste pagine offrendo un affresco vivo di un fenomeno che sta nascendo. Gambe malferme sorreggono questo nascituro  ma cure “interessate” lo rinforzano preparandolo per il futuro.

Come conclusione di questa recensione particolarmente indicate mi sembrano le parole di Alberto Tenenti, insuperato storico italiano: “queste pagine, oltre che una sintesi dai tratti mossi e sbalzati che le conferiscono tanta efficacia, possono offrire così tanti spunti di riflessione, proprio per la loro capacità di proiettare luce tanto verso il passato quanto verso il contrastato avvenire”.

Fernand Braudel, Espansione europea e capitalismo (1450-1650), Il Mulino, Bologna 1999, pagg.88, euro 8,50.

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