Antonio Pennacchi, Canale Mussolini, Mondadori 2010, 460 pagine.

di Emanuela Catalano.

Canale Mussolini è il titolo dell’ultimo libro di Antonio Pennacchi. Vincitore del Premio Strega 2010.

“Per la fame. Siamo venuti giù per la fame. E perché se no?

Se non era per la fame restavamo là. Quello era il paese nostro.

Perché dovevamo venire qui? Lì eravamo sempre stati  e lì

stavamo tutti i nostri parenti. Conoscevamo ogni ruga

del posto e ogni pensiero dei vicini, Ogni pianta.

Ogni canale. Chi ce lo faceva fare a venire fin qua?”

Dall’incipit del romanzo

Un titolo che evoca già di per sé il noto contesto storico all’interno del quale si dipana la trama del racconto.

L’autore si sofferma sugli episodi d’amore e di guerra, di rivalsa e di sofferenza di una famiglia che probabilmente non è mai esistita ma, come Pennacchi stesso afferma nella premessa al romanzo, “Non esiste però nessuna famiglia di coloni veneti, friulani o ferraresi in Agro Pontino […] a cui non siano capitate almeno alcune delle cose che qui capitano ai Peruzzi. In questo senso e solo in questo, tutti i fatti qui narrati sono da considerarsi rigorosamente veri”. Più semplicemente, domandiamoci a chi non è capitato di avere dei nonni, che lavoravano le terre e che nelle lunghe notti d’inverno evocavano, davanti alle braci di un camino ancora accese, i ricordi e i fantasmi del tempo che fu e della dura vita trascorsa nei campi.

Canale Mussolini è precisamente l’asse portante su cui si regge la bonifica delle Paludi dell’agro pontino.

La città di Littoria di cui si narra la costruzione non è altro che l’odierna Latina. I suoi argini sono scanditi da immensi eucalipti che assorbono l’acqua e prosciugano i campi: il Genius loci della bonifica; alle sue cascate i ragazzini fanno il bagno e aironi bianchissimi trovano rifugio. Su questa terra, nuova di zecca, bonificata dai progetti ambiziosi del Duce e disseminata di città appena fondate, vengono fatte insediare migliaia di persone provenienti dal Nord.

Tra queste migliaia di coloni ci sono i Peruzzi. Loro, i protagonisti del romanzo, le cui vicissitudini e peripezie, frutto della fantasia del nostro autore, si intrecciano su uno sfondo storico di eventi realmente accaduti. A farli scendere dalle pianure padane sono stati il carisma e il coraggio del fascisistissimo zio Pericle. Con lui partono i vecchi genitori, i fratelli, le nuore. E poi c’è la nonna, dolce ma inflessibile nello stabilire le regole di casa alle quali i figli obbediscono senza fiatare. Il vanitoso Adelchi, più adatto a comandare che a lavorare, il cocco di mamma. Iseo e Temistocle, Treves e Turati, fratelli legati da un affetto profondo fatto di poche parole e gesti assoluti, promesse dette a voce strozzata sui campi di lavoro o nelle trincee sanguinanti della guerra. E una schiera di sorelle, a volte buone e compassionevoli, a volte perfide e velenose come serpenti. E poi c’è lei, l’Armida, la moglie di Pericle, la più bella, andata in sposa al più valoroso. La più generosa, capace di amare senza riserve e senza paura anche il più tragico degli amori. E infine ci sono le sue api, e il buon Paride, il nipote prediletto, buono e giusto, ma destinato, al pari dell’eroe di cui reca il nome, ad essere causa della sfortuna che colpirà i Peruzzi e li travolgerà.

L’io narrante – la cui identità che rimarrà celata sino alla fine del romanzo – si rivolge ad un immaginario interlocutore nell’intento di renderlo edotto circa avvenimenti e fatti che chiunque possieda un minimo di nozioni di storia contemporanea dovrebbe conoscere.

Non c’entra il fascismo in queste pagine, non si disquisisce di esso a livello ideologico, non si tratta di dare giudizi di valore o meno al fenomeno che per un ventennio ha intaccato il nostro paese. Che sia stato Mussolini a redimere le Paludi Pontine è soltanto un dettaglio. “I poveracci come noi stavano da schifo già prima… La libertà il fascismo l’ha tolta ai signori, noi non l’abbiamo mai avuta…”.

Sono soprattutto le storie di donne e uomini a rendere vive le pagine di questo libro. Una sorta di saga familiare, un’epopea che a tratti richiama quella dei Malavoglia e si svolge tutta quanta fra campi di lavoro e trincee di guerra per seguire le vicende degli uomini della famiglia e poi portarci alla scoperta della compassione e della perfidia tipiche dell’universo femminile.

Superato lo scoglio iniziale della lettura delle prime pagine, il tempo di familiarizzare con il dialetto veneto, la lettura scorre tutto sommato in maniera abbastanza veloce. Troppo lunghe e fuori luogo forse talune descrizioni che nell’economia del romanzo e per la comprensione della storia non sono a nostro avviso di fondamentale importanza (come la trebbiatura del grano, la descrizione del lavoro delle api dell’Armida, i discorsi e l’attività del Rossoni, la campagna di Addis Abeba, le diatribe fra cispadani e “marocchini”).

Il romanzo è suddiviso in tre capitoli, corredato da una nota filologica e da un elenco di fonti utili comunque a far capire l’impegno dell’autore nel raccogliere e mettere ordine fra i dati e i ricordi personali di una storia che gli è stata presente fin da bambino: “Bello o brutto che sia, questo è il libro per cui sono venuto al mondo”, il libro al quale ha lavorato tutta la vita. Un tributo di cui Pennacchi si è avvalso per omaggiare la sua terra, un romanzo in cui si piange e si ride al tempo stesso, in cui l’umorismo e la commozione sembrano andare a braccetto in una danza armoniosa.

Antonio Pennacchi, Canale Mussolini, Mondadori 2010, 460 pagine, € 20,00.

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