Michel Foucault, Le courage de la vérité. Le gouvenement de soi et des autres II. Cours au Collége de France 1984, Hautes Etudes-Gallimard-Seuil, pp. 268.

di Fabio Milazzo

La pubblicazione dei corsi che Michel Foucault tenne, dal 1971, quasi ogni anno, al College de France, è ben avviata, non soltanto in Francia ma anche in Italia.

Da anni si attendeva la trascrizione dell’ultimo corso, quello ultimato da Foucault poco tempo prima di morire, il 25 giugno 1984, dedicato al vasto tema del “coraggio della verità”.
La problemtica delle “tecniche del sè”, sviluppata da Foucault durante gli ultimi anni di vita, il periodo “dell’estetica dell’esistenza”, è  stato da molti letto come il segnale della “sconfitta politica” della riflessione Foucaultiana. Preso atto della impossibilità di sviluppare “positivamente” delle le linee di fuga lasciate solo intravedere  con i lavori di scavo genealogici, egli avrebbe “ripiegato” sugli aspetti narcisistici e individualistici dello “specchiarsi” in se stessi.

Ricordiamo, solo per inciso, quanto il tema dello “specchio”, a seguito delle riflessioni Lacaniane e Winnicottiane, sia assurto a paradigma fondativo per i processi di soggettivazione legati allo strutturarsi del “sé”.

Secondo Lacan, una problematica ” fase “specchio” comporterebbe per il singolo un carente senso di sé e un “necessario” ripiegamento narcisistico volto a cercare di “arginare” le pulsioni distruttive causate dalla “imperfetta” strutturazione.

Foucault, elaborando la costruzione concettuale dell’estetica dell’esistenza, ha in mente ben altro. Per lui l’unica vera “azione” di resistenza politica sarebbe costituita proprio da quell’avere “cura di sé” che, solo riduttivamente, possiamo interpretare  quale “narcisismo” legato a scompensi infantili, quali quelli legati alla “fase specchio”.

Secondo Foucault, invece, il soggetto, al fine di emanciparsi sempre più dall’orizzonte culturale/politico/sociale nel quale è immerso e che, in verità, circoscrive le infinite possibilità di resistenza politica dell’individuo, deve operare un lavoro di “presa in carico di “se stesso”.

Il tema mostra chiaramente la “vicinanza” di interessi tra Foucault e Pierre Hadot, lo studioso della filosofia antica che si preoccupò di analizzare l’impianto “etico” del pensiero greco, soprattutto delle scuole stoiche, epicuree e neo-platoniche.

Secondo Hadot (foto), la filosofia nel “suo” periodo aurorale, lungi dall’essere una mera speculazione teoretica sull’essere, era uno “stile di vita”che ricercava la saggezza intesa come “saper vivere”, in una unità di teoria e prassi tipica delle forme di “saggezza antica”.

Gli studi di Hadot rappresentano una declinazione interessante nel senso del superamento della frattura tra “essere e dover-essere”. Al fine di raggiungere questa unità di ethos e di logos il filosofo antico si sottoponeva a degli “esercizi spirituali” (in seguito ripresi e fatti propri dalle diverse forme di cristianesimo). Questi impegnavano tutte le facoltà dell’individuo che si metteva in discussione trasformando la propria esistenza in maniera radicale.

L’interpretazione di Hadot  riscontrò l’interesse politico di Foucault che, soprattutto negli ultimi periodi della propria vita, iniziò ad intravedere in questa modalità del vivere la filosofia la possibile via d’uscita dalle pastoie di una libertà sempre più percepita quale concetto vacuo e astratto.
La “cura di sé” per Foucault è propedeutica all’esercizio della politica, quindi volta ad accrescere consapevolezza e auto-coscienza necessarie perché il cittadino sia parte attiva/costituente del “corpo politico”.

L’interesse ultimo è, quindi, il  “funzionamento” della polis attraverso i processi per mezzo dei quali il soggetto viene costituito in quanto sè e attraverso i quali costituisce la realtà circostante.

Negli ultimi anni di vita, le tematiche di cui Foucault si era andato occupando si inscrivono, quindi, in un progetto di fondo mai venuto meno: come costituire le condizioni perché il soggetto, all’interno della comunità, sia capace di un’azione politica quanto più possibile svincolata dalle pre-disposizioni  e dagli orizzonti di significati (politici, culturali, sociali) inespressi, perché percepiti come ovvi?
In altri termini le analisi di Foucault sono da leggere all’interno di un progetto che, nelle sue intenzioni, è l’unico veramente degno di essere designato come politico: creare le condizioni perché i soggetti possano “imparare a re-inventare” l’orizzonte sociale  in cui vivono.

Le assonanze con l’idea di filosofia sviluppata dal duo Deleuze-Guattari sono chiare.

Secondo gli autori di “Che cos’è la filosofia”, infatti, la produzione di concetti determina la realtà attraverso la mediazione singolare parole-cose. Creare concetti in grado di “risolvere” i problemi filosofici è il compito del filosofo che, così facendo, non smette di ri-disegnare il “mondo”.

Il filosofo consapevole del “piano di consistenza” dal quale origina i propri concetti è, in tale ottica, meno vincolato di quello che “argomenta” soltanto il proprio inespresso trascendentale.
L’indagine genealogica relativa a come il soggetto si trasformi nel rapporto con sé stesso, con gli altri e con gli effetti di verità, così come sono predicati all’interno di un determinato orizzonte culturale, sociale, familiare, assume, quindi, tutta la sua pregnanza etica legata al rapporto “essere-dover essere“.

Qui il discorso diventa politico. Infatti, soltanto il “cittadino” radicalmente libero, poiché consapevole delle “gabbie concettuali” all’interno delle quali è immerso -per tradizione, cultura ed effetti di potere- può operare per “pensare/modificare” l’ordinamento dato.

Verrebbe da domandarsi: esiste azione politica più rivoluzionaria di questa?
In ordine a tale progetto, cui Foucault dedicherà sempre più tempo, si inscrivono le analisi e le ricostruzioni genealogiche presenti anche in quest’ultimo corso al Collégé .

Qui l’attenzione è puntata sugli effetti della parrêsia,  il parlar franco degli antichi greci.

La verità è declinata eticamente secondo un’accezione “particolare”. Se nei corsi precedenti Foucault si era interessato della “verità” politica, nel corso dell’84, cerca invece di individuare un dire il vero particolare, quello del filosofo: non più l’oratore ma Diogene; non più colui che spiega ai cittadini come comportarsi per il bene della città, facendo assumere a questi ultimi una posizione politicamente passiva  ma colui che produce la critica dei luoghi comuni e delle false verità, delle istituzioni e dell’ordine esistente del mondo.

In altre parole ad un dire il vero «da oratore», si sostituisce un dire il vero critico e la verità, lungi dall’avere un valore positivo, tipicamente affermativo (fare questo o quell’altro…) diviene il “luogo” etico entro il quale si  produce una critica dei luoghi comuni, dell’ordinamento esistente, dell’inespresso cui nessuno pensa perché ovvio, quindi, diremmo, una verità di valore “negativo”.

Come afferma Judith Revel: “la critica della politica come istituzione rappresenta a sua volta e in modo esplicito un atto politico. Il «dire-vero» del politico e il «dire-vero» del filosofo non si escludono. Meglio: il secondo, diversamente dal primo, e attraverso una funzione di critica radicale, riesce allo stesso tempo a svuotare, spostare e reimpostare ciò che d’ora in poi si potrà chiamare politica in modo inedito”.

La verità del filosofo, come sopra articolata, si distanzia necessariamente da quella di tipo affermativo predicata dal politico. Se quest’ultimo, infatti, predica il “che fare”, il primo critica invece ogni definizione assunta come “vera”, dimostrandone l’archeologia genealogica, la vacuità.
La filosofia diventa così il “luogo” della critica radicale ad ogni ordinamento presentato come necessario, ineluttabile, immodificabile.

Non sorprende, quindi, che il filosofo che vediamo rappresentato al centro delle lezioni di Foucault sia Socrate, vale a dire il pensatore della critica radicale ad ogni ordine costituito. Tutta le prima parte del corso è, infatti, dedicata ad un’analisi dell’Apologia di Socrate e del Fedone intorno a due aspetti: la paura di morire e la relazione tra “filosofia” e “malattia”.

La seconda parte del corso, che potremmo definire di etica pratica, tenta il “salto” verso la praxis, cercando di mettere in evidenza le implicazioni che ne derivano in ordine ai processi di soggettivazione e di assoggettamento.

Sempre con le parole della Revel: “Foucault passa in effetti dal «dire-vero» filosofico – inteso come critica politica radicale – al «vivere-vero». Cosa succede quando si cerca di far diventare la vita il terreno di sperimentazione della critica filosofica (vale a dire ancora una volta: di una filosofia intesa come critica politica radicale)? E quali, meglio di Diogene e dei Cinici, possono permetterci di capire questa estensione biopolitica di una vita ormai considerata sia come sfera di rifiuto che di sperimentazione, di lotta e di invenzione?”

La decostruzione di ogni evidenza pone il soggetto davanti al gravoso compito di dover fare uso della libertà “concessagli”, in altre parole di dover compiere quelle scelte “autentiche” attraverso le quali ci si costituisce in quanto “liberi”.

A questo punto dovrebbe risultare più chiaro  l’abusato sintagma “estetica dell’esistenza“, secondo il quale ognuno dovrebbe fare, attraverso la decisione, della propria vita un’opera d’arte.

Se dunque la prima parte di queste lezioni era stata segnata dalla figura di Socrate, come detto, sono Diogene e i Cinici a “svettare” nella seconda parte.
Il “vivere cinico” è quello che svela la provvisorietà di ogni condizionamento sociale, mettendone in luce la convenzionalità, quindi la falsità.

Lo scandalo che ne consegue è tale solo per chi si ostina a percepire l’evidenza in cui vive come tale, non rendendosi conto dell’inautenticità insita in tale, solo possibile, modalità esistenziale.
La lettura di queste lezioni ci lascia in eredità un’esortazione che è quella che Foucault si ostinava ad affermare  qualche mese prima della propria morte:
”non dimenticate di smascherare, di lottare, di inventare la vostra vita’’.

M.Foucault, , Le courage de la vérité. Le gouvenement de soi et des autres II. Cours au Collége de France 1984, Hautes Etudes-Gallimard-Seuil, pp. 268 euro 27.

Un commento su “Michel Foucault, Le courage de la vérité. Le gouvenement de soi et des autres II. Cours au Collége de France 1984, Hautes Etudes-Gallimard-Seuil, pp. 268.

  1. elisa fonnesu ha detto:

    “Infatti, Infatti, soltanto il “cittadino” radicalmente libero, poiché consapevole delle “gabbie concettuali” all’interno delle quali è immerso -per tradizione, cultura ed effetti di potere- può operare per “modificare” l’ordinamento dato“.”..il coraggio della verità l’abitudine alla verità…un esercizio che dovrebbe estendersi come atto educativo sin dalla tenera età..sono totalmente d’accordo con questa affermazione…solo conoscendo se stessi e ciò che avviene nel mondo si può essere cittadini liberi

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