CHARTIER Roger, Letture e lettori nella Francia di antico regime, Einaudi Torino 1988, XVIII-238 pagg.

di Fabio Milazzo

La storiografia interessata dalle res gestae, lo sappiamo, ha da almeno un cinquantennio smesso i panni di genere privilegiato all’interno della “pratica storiografica”.

Chi ancora ritenesse che il succedersi dei re e delle battaglie costituisca l’ossatura portante della “storia” peccherebbe, quantomeno, di ignoranza procedurale (riguardo ai modi e agli oggetti della disciplina).

La consapevolezza relativa alla polivalenza semantica delle dimensioni “interessanti” del passato è oramai un dato acquisito dalla coscienza culturale.

Quelli che, ancora alcuni decenni fa, erano sotto-generi, quali l’etnologia, la storia della cultura, la storia della mentalità, la storia sociale, per non parlar delle storie “quantitative” (demografia ad es.), oggi vengono a tutti gli effetti considerati come “figli legittimi” (senza offendere nessuno…) della grande “famiglia” storiografica.

E’ unanimemente riconosciuta l’importanza di tali discipline al fine di ri-costruire un discorso sul passato sempre più globale.

Il testo che qui presento non può non collocarsi all’interno di questi “saperi”.

Roger Chartier, l’autore, da tempo, almeno dagli anni sessanta, si occupa di far dialogare la storiografia con l’ambito multiforme e variabile delle scienze umane; così, non stupisce cogliere nei saggi che compongono il volume presentato una certa poli-semanticità di genere, non esclusivamente inquadrabile in una rigida griglia di ortodossia discorsiva.

Il tema principale trattato nei saggi riguarda le modalità di lettura nella Francia di Ancien Regime.

La collocazione spazio temporale, ben delimitata, ci lascia comprendere come non ci troviamo di fronte alla descrizione sistematica di un “oggetto” storiografico ma, altresì, alla presenza di un argomento interno ad un campo aperto di problematiche ancora “in cantiere”.

Quest’ultima precisazione mi sembra doverosa al fine di presentare una delle più usuali metodologie in campo storiografico oggi, quella di Ginzburg per intenderci, secondo la quale lo scetticismo  in storiografia è superabile attraverso (micro) indagini di settore ben localizzate nel tempo e nello spazio.

Venendo al libro si nota immediatamente la domanda che sta sullo sfondo, cioè: come si leggeva nella Francia di qualche secolo fa?

La domanda non è oziosa e le possibilità che essa può produrre in chiave di “conoscenza” storica rilevanti. Infatti, più o meno implicitamente riteniamo che il metodo di lettura a noi familiare, lo scorrere solipsistico dello sguardo decodificatore sulle righe delle pagine del libro, sia quello che, da sempre, contraddistingue il rapporto uomo/libro.

Ma è stato sempre così?

A questo interrogativo Chartier, attraverso i suoi saggi cerca di offrire delle risposte.

Strettamente legata alla questione è l’idea che dietro le pagine del libro sia celata la “sua” verità, quella di cui il lettore si può appropriare alla fine del percorso di de-cifrazione.

L’importanza della questione affrontata la cogliamo quando pensiamo come, fino all’inizio del Novecento, il principale mezzo di diffusione culturale è stato l’oggetto libro. Attraverso esso, attraverso i suoi contenuti e i processi di lettura/interpretazione delle sue pagine, si sono costituite le grammatiche esistenziali e le procedure discorsive di generazioni di individui.

Chiedersi, quindi, (e cercare di rispondere) agli interrogativi vertenti sulle modalità di lettura non rappresenta esercizio da poco…

Il problema, semmai, (e Chartier ne è consapevole) riguarda le risposte che a queste domande riusciamo convincentemente a dare: poche e malsicure.

Così, nonostante la massa di informazioni di cui è ricco il libro, non siamo ancora in grado di dire in quali termini “simbolizzare” la nota questione relativa alla sussistenza di una “cultura popolare”. E’ un prodotto della diffusione del genere libro tra le masse incolte presenti nelle campagne – sul tema si sono interrogati tra gli altri Mandrou, Bachtin e Ginzburg? Ed eventualmente:  qual è il “ruolo” svolto dai libri cui avevano accesso i contadini (il genere bleue ad es. ) e in quali termini la loro diffusione veniva “gestita” dal “potere”?

Quest’ultimo aspetto, prossimo agli studi di Foucault, è uno di quelli che meglio si presta ad essere analizzato attraverso le analisi contenute nei saggi di Charter.

Infatti, il libro, la sua produzione ma anche la sua diffusione, è sicuramente all’intersezione di quel movimento attraverso cui si disciplina la società. Da qui, però, mi sembra avventato dedurre che il potere abbia consapevolmente disposto l’orizzonte culturale dei ceti da “controllare”, vivendo e “respirando” una cultura “alta”, libera in un certo senso, e “creando” una cultura “bassa” attraverso la quale governare interi strati di popolazione.

Oggi sappiamo che la cultura “popolare” e quella “dotta” non possono essere considerati compartimenti stagni isolati l’uno dall’altro; quindi, molto più convincente risulta, a mio giudizio, la tesi secondo la quale “superstizioni” e pensieri “alti” si siano continuamente “sedotti”, “innamorati” e quindi “fusi” in insiemi all’interno dei quali  distinguere le singole componenti non è sempre possibile.

Gli scritti di Chartier , sicuramente, non esauriscono le possibili domande sull’universo “lettura” d’ancien regime, pur offrendo alcuni squarci veramente interessanti, come quelli riguardanti le modalità di lettura: ad alta voce/silenziosa; il ruolo svolto dal capo-famiglia lettore nelle serate invernale; ancora, l’importanza degli opuscoli venduti dai merciai porta a porta per la costituzione dell’ideologia religiosa post-Tridentina.

In conclusione, ritengo che ri-pensare le modalità attraverso le quali è stato vissuto, anche se in un luogo e un tempo de-limitati, il binomio lettore/lettura sia utile non soltanto per ri-pensare il processo di acculturazione ma, anche, per rimettere in discussione alcune ovvietà come quella relativa alle modalità di questa relazione.

Per quanto azzardato possa sembrare, provare a decifrare le linee, intricate, delle modalità di esercizio del potere, indubbiamente servitosi delle”letture” del volgo, non può che essere utile per provare a ri-pensare le modalità odierne del governo dei viventi.

CHARTIER Roger, Letture e lettori nella Francia di antico regime, Einaudi Torino 1988, XVIII-238 pagg., 18,08 euro.

 

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