La vergogna: un’emozione rimossa

di Fabio Milazzo

Un uomo è tanto più rispettabile quante più sono le cose di cui si vergogna.
George Bernard Shaw

 

Quanti di noi, oggi, sottoscriverebbero l’affermazione di G.B.Shaw?

Credo pochi se è vero che, come afferma Belpoliti, nessuno, oggi, si vergogna più.

Ma perché oggi si ostenta come vanto l’avere la “faccia tosta”?

Cosa è cambiato a livello sociale, antropologico e, più in generale, a livello di psicologia di gruppo?

Questi interrogativi sono alcuni tra quelli che attraversavano “vorticosamente” le “pareti del mio cervello” considerando  alcuni fatti.

 

In un  Paese non troppo lontano, una ex soubrette televisiva, conosciuta, soprattutto nelle (s)vesti di modella per un “vendutissimo” calendario in cui posa senza veli, viene nominata ministro del governo.

La “voce del popolo” sussurra che tale incarico sia il frutto di una “particolare” amicizia (conoscenza, diremmo in senso biblico…) con il capo del governo.

Promossa ministro, la suddetta ex modella, quale primo atto di governo elabora un disegno di legge per regolamentare la prostituzione. Queste le dichiarazioni in relazione al provvedimento: «La prostituzione mi fa rabbrividire. Mi fa orrore, non comprendo chi vende il proprio corpo».

Sempre nello stesso paese, un altro ministro decide di porre un freno alle aberrazioni compiute dai lavoratori della “pubblica amministrazione”. Questi vengono tacciati quali fannulloni, assenteisti, insomma dei “nullafacenti”.

Definisce la sua “caccia alle streghe” ” una vera riforma istituzionale”, anzi “una rivoluzione per 60 milioni di cittadini, che non sono considerati più sudditi o utenti, ma clienti”.

Il ministro ha quindi ammonito i dipendenti pubblici, avvertendoli che le cose sarebbero cambiate: “I dipendenti saranno chiamati a fare il loro dovere, i bravi non avranno problemi, i fannulloni dovranno invece fare qualche riflessione”.

Peccato che il passato di questo “difensore dei deboli” sia costellato di tante miserie, di tanti compromessi volti al raggiungimento del potere… insomma un passato oscuro come “quella notte in cui tutte le vacche sono…”

Infine un altro ministro, sempre dello stesso paese, decide di voler essere ricordato per essere riuscito a riformare quel “baraccone” che era la scuola pubblica.

Tagli indiscriminati, e critiche verso i livelli qualitativi dell’offerta formativa e degli insegnanti provenienti dal “sud di quel paese”.

Senza troppi “giri di parole”, lasciava intendere che la scuola pubblica era agonizzante in quanto affetta dal morbo trasmesso dai professori del meridione che, come aveva affermato un giornalista dello stesso paese, avevano unito il Paese all’insegna dei “peggiori vizi e del menefreghismo”.

Peccato che il suddetto ministro, incapace di conseguire l’abilitazione professionale nei propri “incorrotti” luoghi d’origine aveva deciso di svolgere gli esami nel più comodo meridione dove le “prove d’esame” erano “notoriamente” gestite all’insegna del più bieco favoritismo personale.

Inutile aggiungere che il ministro in “trasferta” era finalmente riuscito a conseguire l’agognata abilitazione.

In cosa sono accomunati ai “miei occhi” i tre personaggi?

Essi rappresentano un “paradigma” nel senso fatto proprio da Agamben nel recente “Signatura rerum” , quello dei “senza vergogna”.

Elementi capaci di denotare di senso un insieme di cui fanno parte come singoli e nella veste di paradigmi.

In quest’insieme si trovano tutti quegli individui che sono riusciti a rimuovere dal proprio esser-ci l’emozione della vergogna.

Insomma quelle persone dotate della classica “faccia tosta”.

Ma cos’è la vergogna?

Non riesco a pensare miglior esempio descrittivo di quello offerto dal noto dipinto di Masaccio raffigurante la “cacciata di Adamo ed Eva” dal Paradiso terrestre.

I due progenitori sono costernati, anzi prostrati, con lo sguardo giù, le mani che coprono il viso nel vano tentativo di non essere feriti dallo sguardo giudicante di Dio.

Lo sguardo, però, è assolutamente interiorizzato.

La vergogna è, infatti, il sentimento di turbamento legato alla percezione di un senso di indegnità legato ad un comportamento riprovevole agli occhi di chi ci giudica, fosse anche la nostra coscienza.

Quindi nessun allontanamento dello sguardo può reprimere il sentimento della vergogna.

Qui entra in ballo un altro elemento. La vergogna è una emozione sociale, legata al nostro non essere monadi ma membri di una comunità, anche soltanto quella costituita dai “nostri molteplici sé”. (Per inciso quanto il nostro essere “scissi” è una riproposizione del nostro essere membri di una comunità?).

Quando si è colti dalla vergogna ci si fa rossi, si abbassa lo sguardo e si evita di incontrare quello altrui, in particolare quello di chi in quel momento ci sta giudicando, o da cui ci si sente valutati.

Ci si sente biasimati, si ha la sensazione di “essere fuori posto”.

Affermato ciò ne consegue che il sentimento di vergogna ha senso se esiste un universo simbolico in cui è più o meno chiara la differenza tra comportamenti, gesti, parole, atteggiamenti, leciti e non leciti.

Infatti se tutto è lecito di cosa bisogna vergognarsi? Davanti a quale azione ci si sente fuori posto?

Le trasformazioni che hanno condotto la nostra società verso quella “cultura del narcisismo” così ben analizzata un trentennio fa da C. Lasch, hanno indotto delle mutazioni anche nell’esperienza che facciamo di noi stessi, quindi anche delle nostre emozioni.

Se, per diversi motivi, l’imperativo categorico odierno è quello di risultare “sempre all’altezza di sé stessi” e della propria immagine, in senso efficientistico, legato ad un’etica del risultato, del successo, non c’è più spazio per un sentimento che “frena” questo diktat sociale.

Oggi l’unica colpa è quello di non essere all’altezza della situazione. Dal cambiare una lampadina al “guidare l’auto” ciò che bisogna mostrare è l’efficienza.

Non bisogna mai “perdere l’occasione”, di mostrare di “saper fare” piuttosto che “essere”.

Ehrenberg, in uno splendido, quanto attualissimo saggio ristampato in questi mesi per Einaudi, “la fatica di essere se stessi”, afferma che le conseguenze di questi “imperativi sociali” sono sotto gli occhi di tutti.

La società delle nevrosi è divenuta la società delle “depressioni”. Lo stato esistenziale di chi in ogni circostanza è chiamato a mostrare quanto vale.

La vergogna di questa epoca, come affermava la Heller, ripresa da Belpoliti, è quella amorale di chi deve “fare” o, per dirla con Lacan di chi è “costretto” a godere.

Mostrare quanto si vale, mostrare efficienza, stride con il classico sentimento della “vergogna” che è quello tipico di chi sa “fare un passo indietro”.

Cambiamo un attimo prospettiva.

Oggi sempre più di frequente incontriamo persone che “vantano” il loro essere capaci di “dire tutto in faccia”, di spiattellarti le “loro verità”. Senza peli sulla lingua. Senza riguardo per chi sta “dall’altra parte”. Per l’altro da sé.

Questi individui, incapaci di provare pudore, incapaci di “indossare” altre prospettive oltre a quelle limitate che gli appartengono, sono il miglior prototipo di un “tipo sociale”: il calcolatore, il cui unico interesse è il risultato da raggiungere, proprio come gli elaboratori cui oramai veniamo abitualmente paragonati in questa che, a tutti gli effetti, possiamo definire come l’epoca del post-human.

Questo “tipo sociale” confonde il desiderio narcisistico dell’esibizionismo, l’ego-centrismo e l’elementarità dei processi di pensiero con la raggiunta maturità nei confronti del senso di colpa tipico della società ad impianto “tradizionale” di qualche tempo fa.

Questo tipo sociale, e ciò non sorprende, si identifica con l’individuo comune, anonimo, quello dei “Grandi fratelli”, dei “troni” e delle “letteronze”.

Quello un po’ cafone e volgare, insomma, quello incapace di provare vergogna.

Non è più il valore etico o intellettuale a destare l’ammirazione. Tutt’altro.

Anzi, lo spessore e l’integrità individuale e sociale vengono tacciati di “ipocrisia”, “rigidità caratteriale” e “moralismo”.

Ciò che sfugge è che il sentimento della vergogna, così come la capacità di provare imbarazzo per i propri atteggiamenti, discorsi, gesti, sono strettamente cor-relati alla dimensione sociale dell’essere uomo.

Si abbassa lo sguardo perché si è consapevoli (nei recessi dei propri geni? Nell’inconscio?) di fare parte di una comunità verso la quale si è sempre individualmente responsabili.

Quella umana.


Un commento su “La vergogna: un’emozione rimossa

  1. Palombo Paolo ha detto:

    http://img2.libreriauniversitaria.it/BIT/482/9788806204822g.jpg la fatica è tanta ma una volta esser riusciti ad essere se stessi la vita è molto più facile da vivere..

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