N.Chomsky, M.Foucault, Della natura umana. Invariante biologico e potere politico, Derive e Approdi, Roma 2005.

di Fabio Milazzo

Nel 1971, per la prima e unica volta, ad Heindhoven, si incontrarono due degli intellettuali più influenti della seconda fase del XX secolo: Noam Chomsky e Michel Foucault.

L’incontro, svoltosi in occasione di uno speciale televisivo, rappresenta un evento eccezionale perché presenta due opposti, e per certi versi inconciliabili, modi di leggere la realtà sociale, politica e culturale.

Il testo è proprio la trascrizione di quel dialogo che fu pure filmato e mandato in onda per la televisione. La discussione tratta di due “scottanti problemi teoretici” tra loro collegati: la nozione di natura umana e la politica.

Da una parte la prospettiva “biologica”, sostenuta da Chomsky, secondo cui l’intera “produttività umana” -nel senso più ampio del sintagma- sarebbe il risultato di un “invariante biologico” che ci contraddistinguerebbe in quanto specie, quindi,  inscritto nei nostri recessi ultimi (geni).

Dall’altra parte la prospettiva di uno dei maggiori fautori della “rinascenza Nietzschiana”, vale a dire di quell’insieme di autori, per lo più francesi, che riscoprono e attualizzano, dopo l’oblio post-bellico, F. Niezsche e le “sue” intuizioni prospettiche.

Nietzsche – e con lui i fautori della “riscoperta”- ritiene la realtà una costruzione frutto del senso e del valore selezionato dall’attiva azione umana. Non esiste, quindi, un reale quale dato di fatto esterno all’uomo, ma è quest’ultimo a selezionare e “costruire” il “mondo là fuori”. Con ciò Nietzsche non intende negare, come da più parti banalmente sostenuto, la realtà esterna ma soltanto subordinarla a quel processo di selezione legato all’abitare una certa prospettiva, un determinato punto di vista.

Sappiamo tutti che gli studi di Chomsky stanno alla base di una delle maggiori rivoluzioni culturali di questi ultimi decenni, vale a dire quella costituituente quel composito insieme di studi accomunati sotto l’etichetta di “scienze cognitive”.

Queste ultime si occupano, per lo più, di studiare i processi cognitivi che ci contraddistinguerebbero in quanto uomini: la memoria, i processi decisionali, le modalità di ragionamento, soltanto per citarne qualcuno.

Questi processi sarebbero riproducibili dagli elaboratori informatici (anche se, recentemente, le scienze cognitive stanno cercando di emanciparsi da quest’ultimo scomodo paradigma).

Ma come si sarebbe giunti a questa “strana idea” secondo la quale, in ultima istanza, non saremmo altro che sofisticati elaboratori di informazioni?

Dietro questa massa di studi stanno proprie le intuizioni chomskyane sul linguaggio, inteso da quest’ultimo come una grammatica universale.

Per essere più chiari: la specie umana sarebbe contraddistinta da una innata capacità della mente di apprendere e articolare il linguaggio sulla base di elementi minimi costituenti un insieme pre-definito.

Tutto questo secondo ben precise regole, individuabili, analizzabili e sulle quali, quindi, poter innestare una scienza dell’uomo per certi versi veramente definitiva.

La pretesa di essere in grado di dire l’ultima parola sull’ente uomo riposa su questa convinzione di fondo: l’esistenza di un invariante biologico che “ingabbierebbe” le diverse, possibili, espressioni del nostro essere uomini.

Secondo Foucault, questa pretesa natura umana, lungi dall’essere un sintagma utile alla produzione della “verità ultima” sulla specie umana, non sarebbe altro che un criterio epistemologico funzionale alla circoscrizione dei possibili ambiti di ricerca.

Come ci si può facilmente rendere conto, le posizioni dei due pensatori sono inconciliabili, infatti , dopo il 1971, tenderanno sempre più a divergere, producendo elaborazioni concettuali sempre più divergenti.

Il colloquio, avvenuto sotto la supervisione di un mediatore incapace di sostenere il ruolo minimo di chiarificatore delle diverse posizioni, si svolse su questo instabile, quanto non condiviso, piano di immanenza: il presunto sfondo biologico entro il quale si realizzerebbero le vicende umane.

Nella prima parte del dialogo è Chomsky a sostenere la funzione “positiva” di chi espone le proprie posizioni. Chiarisce, argomenta, discute della “sua” grammatica universale.

Foucault si limita a procedere in parallelo, con tagliente ironia dissente, senza, però, mai affondare il colpo.

Il risultato è, come è stato affermato, un dialogo tra sordi.
Il dibattito prende tutta un’altra piega nella seconda parte, allorquando il tema diventa più prettamente politico.

C’è da dire che su molte questioni “concrete”, come la Guerra in Vietnam, i due sono d’accordo.

Da segnalare un interessante intervento di Foucault in cui si pone in evidenza la possibile problematicità di una presa del potere da parte del proletariato come sostenuto dalla più rigida ortodossia Marxista.

Il dissenso resta insanabile su una questione fondativa, vale a dire l’idea Chomskyana di poter trarre delle conseguenze politiche dallo studio di quell’invariante biologico cui sopra si faceva riferimento.

Nessuna società giusta può articolarsi dallo studio delle “verità biologiche” della specie umana, afferma invece Foucault.

Secondo il “francese”, l’affermazione di questa “verità biologica” sarebbe il mezzo attraverso cui certi rapporti di potere eserciterebbero il loro controllo sull’uomo, ridotto ad oggetto conoscibile, quindi “ingabbiabile” secondo appositi discorsi.

Il testo presentato dalle edizioni Derive e Approdi è impreziosito da tre saggi di Marconi, Catucci e Virno; essi cercano di delineare e presentare le specificità degli attori in campo, le loro posizioni, i loro dissensi.
Marconi sostiene la “verità Chomskyana”; Catucci, autore di una pregevole introduzione all’intera opera Foucaultiana, delinea l’origine Kantiana dell’antropologia Foucaultiana; infine Virno cerca di mediare e presentare le ricadute delle posizioni di entrambi sulla situazione attuale.

In conclusione un testo veramente utile, forse poco conosciuto, per cercare di “mettere a fuoco” i fondamenti che sorreggono tanti nostri “attuali” discorsi che, proprio perché apparentemente ovvi, non vengono colti nella loro problematicità di fondo.

N.Chomsky, M.Foucault, Della natura umana. Invariante biologico e potere politico, Derive e Approdi, Roma 2005.

 

Un commento su “N.Chomsky, M.Foucault, Della natura umana. Invariante biologico e potere politico, Derive e Approdi, Roma 2005.

  1. Metheny ha detto:

    Contributo chiaro, piacevole e utile su un incontro storico di straordinario interesse. L’unica cosa su cui nutro dubbi, diciamo anzi più direttamente che non la condivido, è che le scienze congnitive “stiano cercando di emanciparsi dal paradigma” della riproducibilità informatica di (molti/tutti) processi cognitivi. Minsky, Fodor, in parte Dennett e molti altri oggi non ritengono che la mente sia molto altro che quello. Di fronte a loro stanno i difensori dei cosidetti ‘qualia’, ma l’attualità e la forte presenza di questi due fronti è innegabile. Minsky addirittura ha ricevuto fino a pochissimo tempo fa laute sovvenzioni governative per la ricerca sull’intelligenza artificiale.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...