Remo Bodei, Logiche del delirio. Ragione, affetti, Follia,Laterza, Roma-bari 2000, 128 pagg.

di Fabio Milazzo

La follia è un tema caro alla filosofia, basti pensare agli studi iniziali di Foucault e al successo di un’opera come la sua “Storia della follia nell’età classica”.

L’opera che segnaliamo, sviluppata da un ciclo di lezioni tenute da Remo Bodei presso l’Università di Pavia, analizza proprio il delirio ma da una prospettiva parallela, eppure per certi aspetti distante, dall’elaborazione Foucaltiana di “Storia della follia”.
E’ necessario ricordare che, per Foucault, la follia rappresenta l’intima essenza della libertà umana, il non-senso, l’inscrivibile; ciò che di più inafferrabile c’è nell’uomo, appunto l’istanza di libertà.
La follia, viene letta da Foucault in relazione a quell’insieme di pratiche di potere attraverso le quali la stessa è stata perimetrata, esclusa,  indicata come la “totalmente altra” rispetto alla ragione, metro e criterio di paragone per decidere la norma e, quindi, l’anti-norma, appunto la follia.

Ciò che interessa Foucault è mostrare come, ad un certo punto, la cultura europea nel XVII sec., abbia scelto di identificarsi con la Ragione e di riconoscersi nel gesto di esclusione con il quale poneva un limite, quello della razionalità (matematica).

Questo per chiarire quanto il discorso verta sulle pratiche di potere e sui procedimenti di esclusione, meno sulla follia come patologia.
Remo Bodei critica proprio l’assunto di base dell’opera foucaultiana, quella sorta di apologia della follia letta come liberazione dalle catene della razionalità.

Infatti, se la follia è inafferrabile, se non la si può leggere attraverso le lenti di quella razionalità dalla quale si è emancipata, non si rischia di escludere ancora di più i folli dal consesso umano? Non si rischia di porli al di fuori di quel solco contraddistinto da una grammatica esistenziale comune in cui, e grazie a cui, si “costruisce” la comunità umana?

Questa, in estrema sintesi, la critica condivisibilissima di Bodei a Foucault; appunto condivisibilissima se il discorso Foucaultiano riguardasse  la sfera delle patologie mentali, eppure: non è così.

E’ utile un’analitica concettuale. Il delirio  rimanda al mondo contadino in cui de-lirare significava andare al di là della lira, la porzione di terreno compresa tra due solchi.

Ma, al di là di questo limite, quello della ragione legata al “senso comune”, c’è soltanto il caos magmatico dell’indefinito, quello in cui tutte le vacche sono indistintamente nere?

Bodei non lo crede e per cercare di mostrare ciò utilizza la psicoanalisi e gli studi di psicologia cognitiva vertenti sulla logica delle emozioni.

Queste ultime, tradizionalmente escluse dal novero della legittimità “culturale” per il loro carattere apparentemente privo di controllo, di razionalità, vengono riscoperte e concettualizzate come dotate di una loro logica, la stessa che animerebbe anche il delirio.
Quindi, lungi dall’evidenziare la dicotomia ragione/follia bisognerebbe, secondo Bodei, individuare quei “ponti” utili alla comprensione delle dinamiche dei due mondi: ragione/follia.
Secondo l’autore, l’errore di fondo sarebbe stato proprio quello di considerare la follia come irrazionale, il caos, l’assenza di logica; in realtà, il suo dispiegarsi sarebbe il risultato di ben articolate geometrie proprie dello stato delirante.
Abbiamo parlato di ponti ma qual è quello capace di unire questi spazi, apparentemente, tanto diversi?

Il ponte è quello costituito dall’affettività.

Quest’ultima, intesa come bagaglio emotivo proprio di ogni essere umano, contraddistinguerebbe tanto lo stato della follia, quanto l’apparentemente “normale” ragione (come non ricordare che uno dei maggiori best seller nel campo psicologico di questi anni si intitola proprio “l’intelligenza emotiva” ?).

La comprensione delle dinamiche proprie all’emotività permetterebbe, secondo Bodei (e non è il solo), di gettare una luce sul “funzionamento” dell’ente pensante “uomo“.
Sulla scorta delle intuizioni freudiane, Bodei, individua due ambiti in cui opererebbe il pensiero: quello “muto” delle fantasie, dei ricordi, delle credenze, in altre parole dell’inconscio incomprensibile e, comunque, sconosciuto al soggetto; quello conscio articolato nel linguaggio (qui la dicotomia rimanda, chiaramente, ai postulati del cognitivismo.)

Quando l’ambito inconscio, con cui il soggetto non vuole o non riesce ad avere a che fare, ha il sopravvento su quello organizzato linguisticamente, il soggetto cade in preda dello stato delirante, caratterizzato dalla deformazione della logica propria del soggetto conscio.

Ho precisato il termine deformazione perché di questo si tratta e non di sovvertimento, in altre parole la ratio non scomparirebbe ma verrebbe alterata a seguito della contaminazione con istanze  magmatiche e non organizzate quali quelle pulsionali in-consce.
Questa ermeneutica della follia permetterebbe, secondo Bodei, un rovesciamento teoretico tale da garantire una genealogia sulle modalità attraverso le quali si è andata costituendo la normalità, o per meglio dire il concetto di “normalità”.

Remo Bodei, Logiche del delirio. Ragione, affetti, Follia,Laterza, Roma-bari 2000, 128 pagg., euro 9,30.

 

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