Michela Marzano, Estensione del Dominio di manipolazione. Dall’azienda alla vita privata, Mondadori 2009.

di Fabio Milazzo

“Vi fu un tempo in Occidente in cui chi aveva la fortuna di avere un lavoro si sentiva felice”.

Chi non sottoscriverebbe per sé quest’indizio di felicità?

Con la retorica della crisi imperante, il “possesso” di un posto di lavoro è considerato ancor di più come uno dei motivi per i quali essere felici.

Ma è davvero così?

Lungo questa domanda si snoda il percorso intorno a cui Michela Marzano (di lei abbiamo parlato qui: http://sentierierranti.blogspot.com/2009/11/lo-strano-caso-della-prof-ssa-marzano.html), ricercatrice presso il CNRS di Parigi, costruisce le sue argomentazioni relativamente ad uno degli assunti socialmente condivisi della nostra epoca: Il lavoro è il “luogo” in cui si struttura la nostra personalità.

In esso l’uomo trova la sua identità, il suo esserci. Sembrano lontanissimi gli echi della “cacciata dall’Eden” con gli strazianti pianti dei progenitori puniti per la loro “colpa” anche attraverso l’imposizione del “lavoro” necessario, da allora, per garantirsi la sopravvivenza.

Come è avvenuto questo cambiamento?

A partire dagli anni Settanta, come ha ben spiegato Michel Foucault, è avvenuta un cambio di paradigma all’interno della società; si è passati dalla società disciplinare, con il suo ordine, le sue regole e i suoi ruoli ben definiti, alla società individualista , in cui l’individuo, ora padrone di sé stesso e delle sue determinazioni, sceglie autonomamente chi essere, la propria concezione del bene, ciò che vuole o non vuole fare.

Nel nuovo paradigma, ci dice la Marzano, la nostra acquisita libertà si manifesta secondo tre direttrici valoriali: autenticità, volontarismo e autonomia. Libero dalle rigide prescrizioni della società pastorale l’individuo crede di essere in grado di determinare esattamente ciò che desidera.

Di questa autonomia si è giovato lo “spirito del capitalismo tecno nichilista” (Magatti), “il misto di avventura, spirito pratico” e desiderio di riuscire per essere non sono funzionali, infatti, alla logica di un’ideologia che esalta “lo spirito pratico” dell’uomo, il teukein, così ben concettualizzato da Castoriadis?

D’altra parte l’esaltazione, o la sovra-significazione del teukein lascia intatte tutta quella serie di domande che per millenni sono ricadute nella sfera dello “spirito”. Quelle davanti le quali si spalanca l’angoscia dei possibili teorizzata da Kierkegaard.

Chi siamo?

La Marzano dice che per venire incontro a questa potenziale zona di libera espansione per il mercato sono nati dei “nuovi profeti”: consulenti di management e/o di comunicazione, coach, terapeuti comportamentali, specialisti del benessere psico- qualcosa, etc.

Tutte questa figure sono accomunate dall’avere, sempre, una risposta buona per ogni problema. Abili dialettici, forniti di un linguaggio manageriale , lo applicano a ogni ambito della vita.

Propugnano un saper essere di cui conoscono le regole e le modalità.

Queste alcune delle qualità comportamentali che i coach ritengono necessarie per “riuscire nella vita”: fiducia in sé stessi, autostima, curare la propria immagine, sapersi vendere, imporsi… Le soluzioni, per lo più vuote formule, riguardano l’aspetto formale, piuttosto che quello sostanziale.

Il “mitico” circolo della fiducia sempre presente come Sacro Graal capace di donare la soluzione eterna…

Questa figure, novelli profeti detentori di verità,  sono, dalla Marzano considerati il prodotto dell’estensione dell’organizzazione manageriale delle aziende all’intera vita sociale.

Il Management da modalità organizzativa della vita e della conduzione delle aziende, si sarebbe esteso all’intera vita sociale rappresentando il modello per la costruzione identitaria oggi.

Il problema, secondo la Marzano, è che le prassi manageriali, pur se rivestite di valori e significati socialmente condivisibili,  in realtà sarebbero eticamente neutre, in altre parole propugnano la riuscita e l’affermazione del singolo a scapito di tutto e di tutti, proprio secondo il più classico dei dogmi del mercato: l’accumulo incessante del capitale come unica ragione significante.

“Il fare le scarpe agli altri e il non lasciarsi coinvolgere dai dettagli della moralità” sono gli unici imperativi veramente vincolanti in questa nuova ideologia.

Proprio come all’interno delle aziende dove “lodevoli intenzioni” sbandierate dai manager come “creatività”, “apertura”, “spirito di adattamento” in realtà nascondono biechi calcoli di potere funzionali soltanto ai “padroni” e agli azionisti.

Il valore di ciascuno, in questa realtà ri-disegnata, si misura in termini di competenze, obiettivi e risultati.

L’estensione del linguaggio manageriale alla vita privata è avvenuto e questo non fa che rendere come sempre più ovvio un insieme di significati che fino a un decennio fa rivestivano un senso soltanto all’interno delle aziende. Gestire o imparare a gestire è un verbo che oramai troviamo in tutti i contesti, dalle scuole agli ospedali, dalla vita matrimoniale allo smaltimento dei rifiuti, dalle relazioni amorose all’acquisto del vestiario.

In tale ordine simbolico avere successo equivale a saper gestire la propria autonomia, il proprio linguaggio, il proprio potenziale, la propria efficacia.

Ma sarà poi vero che tutto è riconducibile alla nostra volontà?

E Freud e il suo inconscio? E Marx e i suoi condizionamenti strutturali? E tutto quell’insieme variegato di forze che ci stanno alle spalle e che determinano il nostro agire inconsapevole?

Tutto da dimenticare: siamo gli artefici del nostro destino!

Non avremo raggiunto la felicità? Avremo fallito gli obiettivi prefissati?

Soltanto colpa nostra!

La Marzano conclude affermando che siamo tutti “figli del nostro tempo” (Hegel), tutti, quindi, subiamo il fascino di un’ideologia che presenta la vita come il risultato del nostro volere.

Il problema è che non è così. Cercare di mostrare le incongruenze sofistiche del linguaggio manageriale non equivale ad evitare le trappole insite nel discorso del “volere e potere”, permette, però di “prendere un minimo le distanze” da discorsi che oramai consideriamo ovvi, tanto da non mettere più in discussione.

Come afferma l’autrice, qui, non è in questione l’affermazione legata alla possibilità di “cambiare le cose”, soltanto non bisogna dimenticare che non tutto è in nostro potere e che, probabilmente, la maggior parte degli accadimenti rilevanti nella nostra esistenza avvengono al di fuori della sfera di pertinenza della nostra volontà.

Michela Marzano, Estensione del Dominio di manipolazione. Dall’azienda alla vita privata, Mondadori 2009.

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