Aristotele e la Storia

 di Fabio Milazzo

Molte delle critiche rivolte tradizionalmente alla validità epistemologica del discorso storiografico  fanno leva sulla nota sentenza Aristotelica, contenuta nella”Poetica”:

 “La (poesia) è attività più filosofica e più elevata della storia. Rappresenta eventi generali e possibili secondo il verosimile o il necessario; (la storia) eventi particolari o reali (ciò che Alcibiade fece o cosa subì)”.

Tale affermazione sembrerebbe perimetrare le possibili ermeneutiche relative alle opinioni aristoteliche sull’argomento.

Ma di quale storia Aristotele parla? Di quella che si regge sui segni, gli indizi, la ricerca d’archivio? No, perché come ha mostrato Finley in “Problemi e metodi di storia antica”, quella sarebbe iniziata tempo dopo, proprio con alcuni discepoli di Aristotele, e avrebbe avuto come designazione quella di “antiquaria” o “archeologia”.

Tucididide, “inventore” della disciplina storiografica,  ha utilizzato, come metodologia retrostante il suo discorso, la ricerca e la definizione di tracce mediante numerosi entimemi.

Cosa sono questi ultimi? Pappresentano uno degli elementi centrali della retorica così come è stata analizzata da Aristotele, quando, proprio  nella “Retorica”, afferma che tra gli elementi imprescindibili dell’arte discorsiva ci sono le “prove” (1354a).

 

Aristotele riconosce tre tipi di retorica: deliberativa, epidittica e giudiziaria. Ognuna di essa è caratterizzata da una diversa dimensione temporale: il futuro, il presente e il passato. Le prove considerate sono “utilizzate” e ripartite secondo due declinazioni: prove tecniche e non tecniche. Appartengono alle prime (che a noi interessanno per questo discorso) il paradigma, o esempio, e l’entimema; quest’ultimo corrispondente al sillogismo.

L’entimema differisce dal sillogismo per un minor numero di premesse che, in questo caso, sono implicite, poiché  conosciute ai più (un esempio potrebbe essere l’inutilità di precisare il possesso di un diploma di scuola superiore, allorquando si faccia presente il fatto di essere laureati; l’informazione contiene già la prima conoscenza).

L’entimema acquista particolare valore nella retorica poiché essa è indirizzata ad una particolare comunità che condivide un bagaglio di informazioni; nell’esempio sopra indicato, il fatto che il possesso di una laurea presupponga quello del diploma. Ovviamente queste premesse implicite non possono essere date per scontate nella logica che ha una valenza metodologica universale, cioè non si indirizza ad insiemi definiti, avendo come finalità quella di rappresentare un metodo valido “sempre”, quello del “ben ragionare”.

Quando Tucidide stende il suo racconto storico fa largo utilizzo proprio di entimemi, prove e indizi tipici dell’antiquaria, vera antecedente della storiografia.

La storia criticata da Aristotele mi sembra, invece, più simile a quella “praticata” da Erodoto, ben poco interessato a prove e indizi, forse potremmo dire, più narrativa, più romanzata.

Perché questo slittamento semantico tra “storia”e “antiquaria”? Per lo stesso motivo per cui il concetto di “democrazia” presenta oggi un significato totalmente diverso da quello rivestito in Grecia:la storia è il frutto di contingenze e di scarti semantici come ben aveva compreso il Foucault lettore di Nietzsche (cfr.: “Nietzsche, la genealogia e la storia“)

Simili “scivolamenti” causano un gran numero di fraintendimenti e equivoci. Infatti, moltissime incomprensioni linguistiche derivano dall’ ignoranza storica che ci rende incapaci di cogliere le differenze semantiche celate dietro significanti che sono rimasti inalterati nel tempo pur avendo subito notevoli evoluzioni nella sfera del significato.

Quindi ritenere che il sapere storiografico sia in fin dei conti un mero discorso narrativo facendo leva sulla sentenza Aristotelica risulta essere scorretto tanto quanto credere che la retorica come noi la intendiamo sia la stessa di quella dello Stagirita.

Se una conclusione possiamo trarre è quella legata al bisogno, quasi ontologico, dimostrato dall’uomo occidentale di narrare il proprio passato, sia nella dimensione trasfigurata dei miti, sia in quella, basata sulle prove e gli indizi, della storia. Voler ridimensionare questa preminenza legata alla dimensione “cronologica” della produzione semantica in ordine alla costruzione identitaria (di gruppo, individuale…) appoggiandosi ad una sentenza di Aristotele, letta peraltro “ingenuamente”, lascia intravedere un progetto di ridimensionamento del sapere storico a vantaggio di quegli ordini discorsivi che oggi definiscono cosa è l’ente “Uomo”.

Per approfondire:

– M.De Certeau, La scrittura della storia, Jaka Book, Milano 2006.  

-M.I. Finley, Problemi e metodi di storia antica, Laterza, Roma-Bari 1998.

– M.Foucault, Nietzsche, la genealogia e la storia in Il discorso, la storia, la verità. Interventi 1969-1984, Einaudi, Torino 2001. 

– J.Topolsky, Narrare la storia, B.Mondadori, Milano 1997.

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