Richard Powers, Il tempo di una canzone, Mondadori 2010, pp. 835.

di Emanuela Catalano

Un romanzo abbagliante quello di Richard Powers, scrittore americano nato nel 1957 e definito dal New Yorker Times uno dei maggiori esponenti della iper-autocoscienza postmoderna.

Una storia; anzi la storia: quella di tre fratelli, due fratelli Jonah e Joey, ed una sorella, Ruth, per l’esattezza, che un triste destino ed un avvincente racconto separerà da giovani per poi ritrovarli di nuovo insieme vent’anni dopo.

I tre ragazzi sono figli di un ‘esperimento’ se ci è lecito il termine, poiché dal matrimonio di David Strom, uno scienziato tedesco di origine ebraica costretto a fuggire dal suo paese mentre in Germania divampava la tragedia – tutti i parenti di David, rimasti in Germania, moriranno infatti nei campi di sterminio – e Delia Daley, ragazza afroamericana che farà della musica la sua ragion d’essere, fino a quando un tragico incidente la strapperà al suo destino, condannando il marito ed i figli ad un futuro apparentemente senza via d’uscita e senza risposte.

Decisi a sposarsi ugualmente, al di là della razza e delle convenzioni, e accomunati dalla passione per il canto, il loro intento principale diventerà quello di crescere ed educare i propri figli “al di là della razza e al di là del tempo”.

La loro storia si dipana attraverso continui flashback, si intreccia con la grande Storia il cui soffio non manca di farsi sentire, si scontra a più riprese con una vera e propria battaglia ideologica che è quella dell’America del secondo dopoguerra, nella quale, al di là del mito e del sogno americani, domina ancora incontrastato il razzismo ed i tre saranno costretti a fare i conti con il pregiudizio legato all’appartenenza alla loro razza, ed affrontare gli eventi più disparati, pur di farvi fronte e rimanere fedeli a se stessi in un tentativo ultimo di costruire la propria identità.

Sarà Ruth – la più piccola dei tre e anche la più “nera” – la più impegnata sul fronte dei diritti civili attraverso il suo arruolamento e la sua partecipazione alle lotte delle cosiddette Black Panthers, la rottura netta con la propria famiglia e con la musica dei “bianchi”, l’esperienza del carcere vissuta attraverso il marito e i figli; mentre Jonah – che è anche il più chiaro dei tre – tenterà la via dell’esilio, nella vecchia Europa, alla ricerca del successo in virtù della sua voce da tenore e chissà, forse delle proprie origini, ma manterrà sempre l’etichetta di “negro”.

La voce narrante invece è costituita da Joey, che lavorerà prima per il fratello dedicandosi a lui nella vita privata e in quella artistica e poi per Ruth che aprirà una scuola per bambini disagiati.

Accanto a queste due culture – quella bianca, dominante e quella nera – il cui incontro avviene nel corso della marcia su Washington del 1963 guidata da Martin Luther King, emerge un terzo tipo di cultura, che è quella scientifica, quella del padre, David, convinto assertore della teoria della relatività di Albert Einstein ed ossessionato dalla teoria dei quanti di Mach.

L’idea basilare è che non ci sia un unico piano temporale ma che i diversi piani siano poi destinati a confluire nella grande Storia, che li accomuna tutti quanti e, per quanto possa sembrare spietata e crudele, finisce sempre con il conferire loro senso e compimento.

Per concludere, appongo una meravigliosa frase pronunciata da Delia e indirizzata al marito, che riprende in realtà un antico detto ebraico: “il pesce e l’uccello possono innamorarsi.

Ma dove costruiranno il loro nido?” Questo è il dilemma e la grande sfida che l’autore, attraverso questo libro, vuole affrontare.

Richard Powers, Il tempo di una canzone, Mondadori 2010, pp. 835.

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