Dave Eggers e Foster Wallace. Una conversazione.

Dave Eggers e Foster Wallace. Presentarli è inutile. Quella che posto di seguito è un’intervista-dialogo in cui i due scrittori “narrano” i propri mondi.

Come sanno i lettori di questo “spazio” riteniamo l’intervista un canale d’accesso privilegiato per esplorare le esistenze, i singoli esser-ci.

Questa ne è un valido esempio.

L’intervista a The Believer

Dave Eggers e Foster Wallace conversano  di molte cose: dell’infinito, di matematica, della divulgazione scientifica, ma anche di politica, metodi di scrittura e delle disastrose conseguenze del tabagismo… L’intervista è apparsa sulla prestigiosa rivista mensile di Dave Eggers The Believer. Per gentile concessione di minimum fax .

Quello che segue è uno scambio di e-mail con Wallace, anche se non è andata proprio così. Le domande sono state spedite per mail a Wallace, che poi se le è portate a casa, ha scritto le risposte sul suo computer – che non ha la connessione a Internet – ha stampato le sue risposte e le ha spedite. Come vedrete, l’intervista avrebbe potuto e forse dovuto essere più lunga. Nelle settimane precedenti la stampa di questo numero, sia Wallace che il suo intervistatore erano sempre in viaggio, quindi abbiamo fatto del nostro meglio. Credo siano più o meno seimila parole. È una buona lunghezza.

THE BELIEVER: Direi che potremmo cominciare chiedendoti cosa ti ha spinto a scrivere Everything & more: è stata una tua idea o ti è stato chiesto dalla Norton di affrontare l’argomento per la serie Great Discoveries? E se puoi rispondere a questa domanda, hai accennato al telefono che hai scritto Everything and more “due libri fa”, intendendo con ciò che nel cassetto della tua scrivania ci sono al momento altri due libri finiti di Wallace. Ne puoi parlare?

DAVID FOSTER WALLACE: Ti darò la versione breve. Si tratta fondamentalmente dello stesso concetto della serie Penguin Lives (collana di biografie di personaggi eccellenti della Penguin, ndt). Stavano preparando una nuova serie in cui gente non specializzata scriveva di roba seminale di matematica e scienza, e mi hanno scovato in Texas (lunga storia) e mi hanno incastrato nel progetto credo nell’estate del duemila. A scuola avevo fatto un po’ di filosofia della matematica e in seguito avevo mantenuto lo stupido hobby di leggere (senza un criterio sistematico) libri sull’argomento, per cui trovavo l’idea di scrivere qualcosa di non letterario sulla matematica abbastanza attraente. (Ci sono alcuni dati tristi e incidentali su quanto mi stava andando male il lavoro nell’estate del 2000 sugli altri fronti, e quanto benedicessi l’idea di fare qualcos’altro per un po’, ma su questo per lo più sorvolerò.) All’Illinois State University la mia stanza era vicina a quella di un tizio che insegnava scrittura tecnica, e dopo aver letto un po’ del materiale che usava per le sue lezioni e aver origliato le conferenze coi suoi studenti, avevo iniziato a interessarmi alla scrittura tecnica e alla retorica delle informazioni tecniche. All’inizio credo che i tizi della serie Great Discoveries avessero in mente di farmi parlare di Goedel e dei teoremi dell’incompletezza, ma poi passammo alla teoria degli insieme di Cantor perché una volta in effetti avevo seguito un corso di teoria degli insiemi, a scuola, e a essere sinceri pensai di potermela cavare in quattro, cinque mesi. E invece – per una serie di ragioni che non trovano spazio in questa versione ridotta – venne fuori che l’unico modo per presentare la cosa in modo interessante o inedito sarebbe stato provare a spiegare non solo cos’era e come funzionava la teoria degli insiemi di Cantor, ma anche da dove proveniva esattamente, il che, secondo la proprietà transitiva del da dove provengono le cose, alla fine significò ritornare indietro fino a Zenone, Aristotele e tutti gli altri per descrivere in che modo la matematica occidentale ha provato, fallendo, ad affrontare l’infinito dall’antica Grecia fino all’analisi del diciannovesimo secolo. Tutto ciò ha finito col richiedere molto più di cinque mesi, lasciamelo dire.

BLVR: Prima di approfondire l’infinito, torniamo indietro un secondo per parlare di come si inserisce questo libro nell’insieme delle tue altre cose. I tuoi libri fino adesso sono tutti riconoscibili come tuoi, non ci si può sbagliare, ma d’altro canto non hai mai ripercorso due volte lo stesso tipo di struttura. Hai scritto due romanzi diversissimi fra loro sotto molti aspetti, almeno per quanto riguarda la loro architettura complessiva. Allo stesso modo, La ragazza dai capelli strani e Brevi interviste sono entrambi raccolte di racconti, ma sono completamente diversi e si vede che hanno in comune ben poco DNA strutturale. Hai scritto articoli per riviste e saggi e adesso un libro sull’infinito. Ma raramente sei parso tornare su forme che avevi già esplorato. Per esempio, non ho letto articoli analoghi dopo quello su John McCain per Rolling Stone. Forse la mia domanda può essere questa: Una volta esplorata una forma, mettiamo per esempio il racconto breve, raggiungi un punto in cui pensi di aver esaurito tutte le sue possibilità, e perciò devi sposarti su altro? O stai solo assaggiando tante forme differenti prima di ritornare a utilizzarle tutte una per una?

DFW: Ecco un esempio di domanda più profonda e interessante della risposta che posso dare. Io so che la ragione non ha a che vedere con la mia sensazione di avere esaurito una forma. In effetti non comprendo molto bene il concetto di forma e di forme, e neppure i vari modi in cui forme e generi differenti vengono distinti e classificati. Né mi interessa granché, devo dire. Il mio modus operandi di solito è cominciare a lavorare su un sacco di cose diverse allo stesso tempo, e a un certo punto o prendono vita (ai miei occhi) oppure no. Una buona metà di loro non prende vita, e a me manca la disciplina/forza di lavorare a lungo su qualcosa che mi sembra morto, per cui lo abbandono o lo metto via o gli rubo dei pezzi per altre cose. È tutto molto caotico, o almeno a me sembra così. Ciò che la gente alla fine legge di me è il prodotto di una specie di lotta darwiniana nella quale solo le cose che per me, empaticamente, sono vive, solo quelle vale la pena di finirle, sistemarle, editarle, copyeditarle, fare gli ultimi minimi interventi eccetera. (So che conosci l’angoscia e la fatica esistenziale di dover tornare e ritornare sulle tue cazzate quando devi pubblicarle.) E potrebbe darsi che per fare in modo che una cosa della lunghezza di un libro mi sembri veramente viva, debba essere e suonarmi differente da tutto ciò che ho fatto prima… Oppure, altrimenti, potrei risponderti soltanto heeeey, il nuovo libro di racconti non è poi così diverso, strutturalmente, da La ragazza dai capelli strani o dalla maggior parte dei libri di racconti.

BLVR: Hai di nuovo tirato in ballo questo libro di racconti, ma non ne abbiamo ancora parlato. Vuoi farlo? Io non ne so niente. Decidi tu.

DFW: Va bene, senz’altro, parliamone. È un libro di racconti. Il più breve è di una pagina e mezzo, il più lungo di cento pagine. Doveva uscire il primo gennaio ma ero in ritardo di sei mesi. A meno di disastri editoriali, dovrebbe uscire la prossima primavera.

BLVR: Hai coperto John McCain per le elezioni del 2000, e quel pezzo così fresco onesto e senza fronzoli è diventato praticamente un book-on-demand. Continui a occuparti di politica? E se sì, stai progettando di scrivere ancora di politica? E hai qualche commento da fare sul fatto che, a quanto pare, ci siano pochi giovani scrittori disposti a commentare direttamente la realtà politica? Secondo te i romanzieri dovrebbero esprimere la loro opinione su affari nazionali, politica e guerre presenti e future?

DFW: La ragione per cui scrivere di politica al momento è così difficile è probabilmente la stessa per cui la maggior parte dei giovani (ne faccio ancora parte?) scrittori dovrebbero farlo a maggior ragione. Alla data del 2003, è un’impresa disperata. Il 95% del commento politico, sia orale che scritto, è al momento inquinato dalle stesse politiche di cui dovrebbe trattare. Nel senso che è diventato ideologico e riduttivo. L’oratore/scrittore ha certe convinzioni e affiliazioni e procede a filtrare tutta la realtà e a valutare ogni sua informazione secondo le sue convinzioni e la lealtà che deve alle sue relazioni. Sono tutti scazzati, esasperati e irraggiungibili dagli argomenti della controparte. I punti di vista opposti non sono solo sbagliati ma condannabili, corrotti e malvagi. I pensatori conservatori sono più espliciti riguardo a questo modo di fare: Limbaygh, Hannity, quella persona terribile che è O’Reilly. Coulter, Kristol, ecc. Ma anche la sinistra si è lasciata infettare. Hai letto il nuovo libro di Al Franken? Alcune parti sono divertenti ma è totalmente velenoso (cioè, che reazione possono avere gli esperti sapientoni della destra agli assalti verbali di Franken se non ulteriore rabbia e altro veleno?). O guarda per esempio le ultime colonne di Lapham su Harper’s, o gran parte della roba di The Nation o perfino Rolling Stone. Ormai è tutto come Zinn e Chomsky ma senza l’immenso corpo di dati seri con cui questi tizi più esperti supportano le loro filippiche. Non c’è più una discussione (o “dialogo”) complessa, incasinata e comunitaria; il dibattito politico ormai è un problema solo formale di predicare per il proprio coro e demonizzare l’opposizione. Tutto viene reso o bianco o nero. Visto che la verità è molto ma molto più grigia e complicata di quanto possa cogliere una sola ideologia, questo atteggiamento è non solo stupido ma perfino stupefacente. Guardare O’Reilly contro Franken è come guardare uno sport violento. Come può tutto ciò essere d’aiuto a me, il cittadino medio, nel decidere a chi affidare il potere di scegliere la politica macroeconomica del mio paese, o nel decidere quali potrebbero essere secondo me i lineamenti di una buona politica, o come ridurre al minimo le possibilità che la Corea del Nord sganci bombe atomiche trascinandoci in una guerra straniera pazzesca, o come mediare fra le preoccupazioni di sicurezza nazionale e le libertà civili? Domande del genere sono profondamente complicate, e gran parte di ciò che è complicato non è sexy, e ben oltre il novanta percento dei commenti politici al momento incoraggia l’illusione, arrapante nella sua assenza di complessità, che un lato sia Giusto e Virtuoso e l’altro sia In Torto e Pericoloso. Il che ovviamente è una piacevole illusione, in un certo senso – così come lo è la convinzione che ogni singola persona con cui sei in conflitto sia un cazzone – ma è infantile e totalmente incapace di portarci verso un pensiero complesso, al do ut des, al compromesso o all’abilità degli adulti a funzionare come comunità.La mia convinzione personale, un po’ da sognatore, forse, è che visto che chi scrive roba letteraria si suppone abbia un qualche interesse speciale nell’empatia, nel provare a immaginare com’è essere l’altro, gli scrittori potrebbero avere un ruolo utile in un dibattito politico come il nostro, con i problemi che presenta. Se ciò non dovesse funzionare, potremmo almeno aiutare l’elevazione di determinati giornalisti politici professionisti che sono (1) educati, (2) desiderosi di vagheggiare la possibilità che gente intelligente e ben intenzionata possa essere in disaccordo con loro e (3) capace di venire a patti col fatto che alcuni problemi vanno semplicemente oltre l’abilità di una singola ideologia di rappresentarli accuratamente.Implicita in questa breve, petulante risposta è l’idea che almeno una parte dello scrivere politico dovrebbe essere platonicamente disinteressata, dovrebbe elevarsi sopra lo scontro, eccetera; nel mio caso attuale ciò è impossibile (e perciò potrei essere accusato da un avversario ideologico di essere un’ipocrita). Facendo il pezzo sui McCain che hai citato, ho visto certe cose (o meglio: credo di aver visto certe cose) sul nostro attuale presidente, sul suo circolo ristretto e sulla loro campagna per le primarie, che hanno stimolato dentro di me reazioni che mi rendono impossibile elevarmi sopra lo scontro. Al momento sono un partigiano. Ancora peggio: sento una tale profonda e viscerale antipatia che non mi sembra di poter pensare parlare o scrivere in nessun modo con giustizia e sfumature a proposito dell’attuale governo. Dal punto di vista della scrittura, penso che questo stato interiore sia dannoso. È quando uno sente molto personalmente qualcosa che è più tentato di alzare la voce (“esternare” è il termine che usa in questo momento, carico di retorica com’è), ma in quel momento si rivela meno produttivo che mai – è pieno di scrittori e giornalisti che “esternano” e scrivono pezzi sull’oligarchia e il neofascismo e la mendacità e la deprimente vista corta implicita nelle definizioni di “sicurezza nazionale”, “interesse nazionale” ecc., e molti pochi di questi scrittori mi sembrano produrre pezzi utili o potenti o veramente persuasivi rispetto a chi non condivide già le opinioni dell’autore. Il mio piano per i seguenti quattordici mesi è bussare a porte e riempire buste, forse perfino mettermi la giacca, provare ad aggregarmi con altre persone per formare una massa demograficamente significativa per provare veramente a fare esercizio di pazienza, educazione e immaginazione nei confronti che coloro con i quali mi trovo in disaccordo. E anche usare più spesso il filo interdentale.

BLVR: Questo potrebbe essere un buon collegamento per passare a parlare del tuo processo di scrittura, del quale sono credo molto curioso. Se vuoi parlare di come e quanto spesso e dove scrivi, sono certo che alla gente interesserà.

DFW: Forse potresti parlare tu per primo dei tuoi processi di lavoro. Perché? (a) Perché alla gente interessano i tuoi almeno quanto i miei. (b) Perché hai sempre un sacco di roba in ballo, sia dal punto di vista della scrittura che da quello dell’amministrazione. (c) Così posso farmi un’idea migliore di cosa intendi per “processi di lavoro”.

BLVR: Al momento la mia postazione di lavoro è una piccola biblioteca fuori San Francisco, al tavolo di consultazione perso fra gli scaffali della narrativa. Cambio le mie abitudini ogni quattro mesi circa, quando il mio bisogno naturale di distrazione prende il sopravvento su qualunque progetto di autodisciplina io stia usando per riuscire a lavorare senza distrarmi. Quest’ultimo posto lo sto usando da una settimana e finora ha funzionato. Dopo aver scritto a casa, in camera di mio fratello, per sei mesi, ora vado in biblioteca. Alla 826 Valencia ho una piccola scrivania, ma lì non riesco a scriverci – è nel centro dell’ufficio, mi serve solo a insegnare, parlare con lo staff e i volontari, incontrare la gente, eccetera. Dato che c’è molto da fare a McSwys/826, diventa difficile – sono sicuro che per chiunque insegna è così – ricavarsi quegli intervalli di tempo ininterrotti di cui si ha bisogno per lavorare come si deve. La scorsa notte ho insegnato ai ragazzi del liceo fino alle 21:30 e avrei dovuto fare lezione ai ragazzi della quinta alle nove e mezza di stamattina; ho dovuto affidare a un altro insegnante la gita d’istruzione di oggi perché stasera insegno di nuovo e stavo scoppiando. Sono una sega, comunque: sono certo che esistono barche di scrittori che insegnano molto più di me. Ma credo di avere bisogno, come molti scrittori, di isolarmi al punto da impedirmi di usare il telefono o l’e-mail o il tagliaerbe o la bici anche se mi servono – ci si deve tenere lontani dalle distrazioni. Insomma, comunque mi ricordo che una volta mi hai risposto al telefono dicendo, invece di “Pronto”, “Distraimi”. Mi ha colpito, perché era il modo migliore di porre la cosa – quando alzi la cornetta stai emergendo dalla buona concentrazione scrittoria. Hai anche detto che lavori su varie cose contemporaneamente. Puoi dirmi come trovi il tempo, se scrivi di notte o di giorno, con un metodo o in modo impulsivo, se lavori su Pc/laptop/Commodore 64, o quanto spesso insegni, eccetera?

DFW: Ancora non sono sicuro di avere niente da dire. So di non lavorare in qualcosa che risponde alla definizione di ufficio, per esempio l’aula che uso a scuola solamente per ricevere gli studenti e accumulare libri che non leggerò molto presto. So di aver lavorato, nel passato, quasi solo nei ristoranti, ma il fatto di masticare tabacco l’ha resa un’opzione impraticabile, come è facile immaginare. In seguito ho lavorato per un certo periodo nelle biblioteche. (Per “lavorare” intendo le prime stesure e le revisioni, che faccio a mano. Ho sempre battuto il testo a casa e non considero battere al computer un vero lavoro.) Comunque: a un certo punto ho cominciato ad avere dei cani. Se vivi da solo e hai dei cani le cose cambiano. So di non essere l’unica persona al mondo a proiettare le proprie nevrosi freudiane sui suoi animali domestici o da compagnia o quant’altro. Ma a me ha preso male; per gli amici è una fonte di divertimento. Come prima cosa ho iniziato a pensare che per i cani era un trauma essere lasciati soli per più di un paio d’ore. Questa cosa, di per sé, non è da psicopatici come sembra: la maggior parte dei cani che mi è capitato di avere hanno avuto infanzie difficili – compreso un ex proprietario che è andato in prigione… Ma non è questa o quella cosa. Il punto è che ormai non li lascio volentieri da soli per molto tempo, e da un po’ di tempo a questa parte ho proprio bisogno di averceli intorno quando scrivo, altrimenti non mi sento a mio agio. Il che ha compromesso seriamente le possibilità di lavorare fuori casa: un cambiamento di abitudini che col senno di poi non è stato troppo un bene per me, visto che (a) tanto le tendenze agorafobiche mi rimangono lo stesso, e (b) casa mia è ovviamente piena di una serie di distrazioni che il box per la consultazione di una biblioteca invece non offre. In breve quindi al momento lavoro per lo più a casa, anche se so che lavorerei meglio, più rapidamente e con maggiore concentrazione se andassi da qualche altra parte. Se il lavoro va di merda, cerco di far sì di ricavare almeno un paio di ore la mattina per quella faccenda di disciplina chiamata Lavoro. Se invece procede bene, continuo a lavorare anche nel pomeriggio, sebbene nel caso in cui vada bene non sembra più lavoro disciplinato o con la L maiuscola visto che è ciò che farei comunque. Ciò che accade di solito è che quando il lavoro va bene la disciplina la frullo dalla finestra semplicemente perché non mi serve, e quando comincia a non andare bene mi affanno per riuscire a ricostruire un metodo su cui basarmi e abitudini a cui aggrapparmi. Che è in parte quello che intendevo quando ti ho detto che il mio modo di procedere può sembrare caotico se confrontato a quello di altre persone che conosco (incluso te, a partire da oggi).

BLVR: Hai dato una spiegazione molto più chiara della mia. Devo aggiungere che per me funziona allo stesso modo: il metodo serve per quando sei meno ispirato, o, nel mio caso, quando sto cercando di completare gli ultimi 7/8 di qualcosa, che è sempre la parte più difficile. Visto che hai parlato di tabacco nella tua risposta, ti faccio un’altra domanda. Quando ti ho incontrato la prima volta a New York circa cinque anni fa, stavi masticando tabacco in un ristorante – avevi una ciotolina sotto il tavolo in cui sputavi a intervalli regolari. Puoi tracciare la storia del tuo rapporto con le varie forme di tabacco?

DFW: Premettiamo però che questa domanda in verità veniva prima della precedente, e che hai inserito apposta questo tuo piccolo intermezzo facendolo sembrare quello che non è. So che ti interessano molto sia il tabacco sia il suicidio graduale dissimulato che è l’uso di tabacco. La mia situazione non è molto diversa da quella di Tom Bissell, che l’anno scorso ha pubblicato su Tumescent Male Monthly o qualcosa del genere un articolo che parla del masticare tabacco; mi ci sono identificato sotto molti aspetti. Ho cominciato a fumare a ventitré anni dopo due anni a perdere tempo con le sigarette ai chiodi di garofano (che nei primi anni ottanta andavano alla grande). Mi piacevano tanto le sigarette, ma non piaceva quanto influivano sui polmoni e sul fiato per quanto riguarda sport, rampe di scale, coiti, eccetera. Dei miei amici delle mie parti mi hanno iniziato al tabacco da masticare come sostituto per le sigarette; avevo credo ventott’anni. Masticare tabacco non fa male ai polmoni (ovviamente), ma è pieno zeppo di nicotina, almeno paragonato alle Marlboro Lights. (Anche questa storia l’ho veramente ridotta all’osso; perdonami la stringatezza). Negli ultimi dieci anni ho provato seriamente almeno dieci volte a smettere di masticare tabacco. Ho resistito sempre meno di un anno. Al di là di tutte le ben documentate conseguenze psichiche, la cosa che mi rende più difficile smettere è che mi fa diventare stupido. Veramente stupido. Tipo che entro in una stanza e mi dimentico cosa ci sono andato a fare, o che mi perdo a metà di una frase o che sento freddo sul mento e scopro che mi sto sbavando addosso. Ho la capacità di attenzione di un poppante. Ridacchio e sbuffo quando non dovrei. E tutto mi pare molto molto lontano. Di fatto è come essere fumati tutto il tempo, solo che non è piacevole… E per quanto ne so non è qualcosa che a un certo punto finisce. Una volta ho smesso per undici mesi e sono stato così tutto il tempo. D’altra parte masticare tabacco ti uccide – o se non altro i denti ti fanno male e diventano di colori spiacevoli e alla fine ti cadono. In più è disgustoso, e stupido, e ti fa disprezzare te stesso. Perciò ho smesso per l’ennesima volta. Al momento sono poco più di tre mesi. In questo momento ho in bocca una gomma, una mentina e tre stuzzicadenti australiani che mi procura un mio amico Wiccan (appartenente alla Wicca, setta religiosa neopagana, ndt). Una delle ragioni per cui io e te stiamo comunicando per iscritto e non a voce è che mi ci sono voluti venti minuti per pensare e premere i tasti da usare per comporre questo paragrafo. Al momento parlare con me sarebbe come visitare un demente in una casa di cura. Non solo mi interrompo a metà delle frasi, ma comincio anche a canticchiare a casaccio e senza rendermene conto. Inoltre, se ti interessa, la mia palpebra sinistra trema senza interruzione dal diciotto agosto. Non è un bello spettacolo. Ma preferirei vivere fino a cinquant’anni. Questa è la mia storia di tabagista.

BLVR: Un altro bel collegamento, a proposito di cervelli. [Dico questa cosa mentre ricompongo l’intervista che in realtà non è stata per niente formulata nella sequenza in cui la presento adesso. Ma continuo a trovare questi bei collegamenti e a voler condividere il mio piacere con te, lettore del Believer]. In Everything & More alludi al fatto che i matematici hanno ricoperto sempre più un ruolo in qualche modo arrapante nella mitologia popolare, cui ha contribuito Genio ribelle tra le altre storie, e nell’immaginario collettivo avrebbero addirittura soppiantato gli artisti come principali esseri affetti da quella sorta di sindrome del “genio pazzo”, che risponde all’idea che queste persone spingono così in là i limiti del proprio pensiero che la vita normale e la loro stessa salute mentale a un certo punto crollano. Primo, potresti commentare questa affermazione secondo cui per raggiungere altissimi livelli in matematica uno debba sacrificare la propria salute mentale? Secondo: a frase di G.K. Chesterton che citi “i poeti non impazziscono ma i giocatori di scacchi sì” mi ricorda qualcosa che disse il mio prof di Evoluzionismo all’Università dell’Illinois (dove ha insegnato tuo padre). Stava parlando di un concetto definito involucro omeostatico descrivibile in parole povere come (credo) lo spazio che limita le proprie esperienze normali, dalla gioia alla depressione. Disegnò un rettangolo allungato e dentro ci fece una linea a zig-zag tipo sensore della macchina della verità, dicendo che l’ideale era che uno stesse dentro l’involucro, evitando le linee che escono dai margini per troppa gioia o troppa tristezza. In ogni caso, una cosa che disse fu che gli artisti tendono a stare dentro i confini dell’involucro, grazie a quelli che presumo lui considerasse sfoghi naturali e vie di fuga costituiti dalle loro opere, che i cassieri del mondo invece non hanno. (Ragazzi, mi chiedo se tutto questo abbia un senso). Suppongo di doverti chiedere di commentare questa cosa in relazione alla frase di Chesterton e alle false convinzioni sulla salute mentale di Cantor e anche rispetto agli stessi viaggi mentali che fai col tuo lavoro. Io dico sempre ai miei studenti che prima o poi nella vita tutti dovrebbero provare a scrivere un romanzo perché irrevocabilmente la mente si espanderà nel corso del processo di stesura. Avendo scritto un romanzo di 1.100 pagine e adesso E&M puoi parlarci delle tue espansioni cerebrali/autoscoperte/fughe temporanee nella “pazzia”?

DFW: Beh, mmm. Penso che eviterò di citare i passaggi del libro nei quali la cosa della pazzia vs. genialità viene menzionata. Potrebbero essere troppo specifici per dare il tipo di risposta che la tua domanda sembra richiedere. La risposta vera è troppo complessa per entrarci genericamente in un contesto come questo, anche se avrei gli strumenti giusti per farlo. (Ho il sospetto che in una discussione generica spruzzerei in giro un sacco di parolame e alla fine concluderei che non credo che nessuno abbia davvero aggiunto niente al lavoro di Nietzsche sul dualismo Apollo-Dioniso come modo di interpretare sia la cosa della pazzia vs. genialità sia la nostra occidentale attrazione tipicamente che ne deriva.) Ci sono due motivi per citare il tema del genio e della follia all’inizio di E&M. Uno è di introdurre l’idea dell’astratto sia come elemento matematico che come motore di nevrosi, introduzione che poi abilita la lunga descrizione del primo capitolo su quello che è l’astrazione e perché è così importante parlando di matematica. Non mi ricordo se è stato tagliato durante una delle miriadi di revisioni e casini editoriali, ma a un certo punto verso il capitolo 5 c’era un pezzo breve vero al 100% sul simbolismo matematico che è così intimidatorio per la maggior parte delle persone, non perché sia difficile da capire in sé (cosa che in effetti non è) ma perché è una compressione astratta assolutamente perfetta di una massiccia quantità di informazioni. Comunque…L’altro motivo richiede un po’ di tatto da parte mia. È successo che appena iniziato il lavoro preparatorio di E&M, è uscito un certo libro: una biografia pop di Cantor a cura di un certo autore di cui non voglio fare il nome, tranne che per dire che le sue iniziali sono le stesse di quelle di una famosa compagnia aerea. Pubblicata da un editore il cui nome a sua volta suona come la descrizione di una stanza fatta da un autistico. Questo libro innominabile aveva due tesi principali sull’infinito secondo Cantor: la prima era strettamente legata al giudaismo mistico e alla metafisica della cabala. L’altra era che l’infinito era un concetto così mentalmente devastante che a forza di misurarsi con esso Cantor impazzì, follia i cui sintomi, ricoveri ecc. sono descritti nel dettaglio ed esibiti con tutta una serie di aneddoti e fotografie. La questione della cabala era abbastanza interessante sebbene il libro non argomentasse granché le varie connessioni logiche. Ma la questione “l’infinito fece impazzire Cantor” era squallida, il peggior tipo di richiamo ad una moscia e avventata versione pop di quella che tu hai appena chiamato la “sindrome del genio pazzo”. L’origine, i razionali e il contesto dell’effettivo lavoro di Cantor hanno ricevuto un trattamento ben poco serio in questo libro innominabile, sostanzialmente perché penso che le iniziali-della-compagnia-aerea e/o la-descrizione-di-una-stanza-fatta-da-un-autistico hanno pensato che la matematica sarebbe stata troppo noiosa per un pubblico mainstream. La matematica in quel libro è sputtanata perché fa credere che l’infinito sia una sorta di terreno proibito e trascendentale, misurandosi col quale Cantor ha perso la testa. In realtà è più plausibile che Cantor non fosse bipolare, che le sue insicurezze professionali e i suoi travagli interiori aggravarono semplicemente la sua malattia ma non la causarono, che la maggior parte degli episodi peggiori e i ricoveri ospedalieri accaddero quando era già vecchio e il meglio del suo lavoro era già stato compiuto da molto tempo. Eccetera eccetera.Molta della verità nuda e cruda è descritta in E&M. Ma ciò che più mi ha infastidito di questo libro innominabile è l’assunto dell’autore e dell’editore in base al quale le teorie di Cantor di per sé non erano abbastanza belle o accessibili o importanti per costruirci attorno un libro di interesse generale (invece lo sono) e che la matematica dell’infinito dovesse essere ricondotta a qualche sorta di Santo Graal intellettuale che fece sciogliere la faccia di Cantor quando ci guardò dentro. Spero di aver mantenuto un po’ di tatto. La verità è che questo libro innominabile mi ha veramente infastidito: riesce in un colpo solo ad insultare Cantor e il suo lavoro, il lettore e la stessa possibilità di scrivere onestamente di argomenti tecnici per un ampio pubblico. Comunque per quel poco che E&M tratta a proposito di genio e follia, quasi tutte le citazioni vogliono essere repliche dirette ed enfatiche a questo innominabile libro.

BLVR: Secondo i lettori di Believer più appassionati di scienze, oggi c’è un’ondata di libri sulla nuova matematica “pop”. Quali sono quelli che pensi vadano letti? Ti piace Flatland? Gödel, Escher, Bach? Mi sembra tu abbia detto che ti è piaciuto A mathematical apology

DFW: Dipende da cosa intendi per “pop”. L’Apology di Hardy è pop nel senso che è accessibile a chiunque abbia una preparazione liceale, ma non è pop nel senso che solo chi è in grado di considerare anche la psicologia e l’estetica della matematica pura può veramente appassionarsi all’argomento. G, E, B è un bellissimo libro, ma tosto. Personalmente penso che Hofstadter tralasci quei concetti fondamentali che, invece, danno un senso alle sue argomentazioni e ai suoi dialoghi per le persone che al college non hanno avuto molte basi di logica e di teoria della ricorsività. (Negli anni ottanta ho vivamente consigliato questo libro a gente che poi mi ha detto che era una palla; è venuto fuori che gli mancava la preparazione). Andiamo avanti. Allora, i tuoi lettori “scientifici” vorrebbero sapere da me una sorta di bibliografia di base. Generalmente, tutte le cose che si vendono abbastanza bene, per esempio i libri di Aczel, sono stronzate. E in effetti la maggior parte della roba pop-tech di della serie Four Walls Eight Windows è una porcheria. Ciò in cui sono veramente bravi è il marketing della stronzata. Ma non tutto quello che fanno le case editrici più importanti è brutto. Il libro di Seife sullo zero, uscito per Viking qualche anno fa, era sorprendentemente buono, sebbene quanto a complicazione fosse un inferno. In generale, penso che l’intero filone della matematica pop sia confuso e “confondente”, perché nessuno sa esattamente quale sia il pubblico di riferimento o quale sia il nodo cruciale della discussione.

 

BLVR: Ho qui tra le mani una bella domanda, piena di implicazioni, di Gideon, un nostro copyeditor e assistente di redazione: nella storia (e per estensione anche nella filosofia, e filologia e simili) della matematica, il concetto di infinito è stato non solo ambiguo & confuso & “confondente” in relazione alle varie tassonomie matematiche, ma assolutamente pericoloso: la cosa più vicina al concetto d’infinito che i Greci avessero era, essenzialmente, l’idea del disordine, di una caotica, dionisiaca disorganizzazione. Così l’infinito si scontrava con le loro rigorose idee di logica e ordine. I cristiani e gli scolastici avevano paura del concetto di infinito in matematica perché, in qualche modo, metteva in discussione l’onnipotenza e l’unicità dell’unico Dio. Ma dopo, nella seconda metà del diciannovesimo secolo, quando finalmente si fa un tentativo concreto, interessante e coraggioso di capire e definire il concetto di infinito, ne viene fuori che è affascinante, intelligente, matematicamente rivoluzionario ed è anche una spaventosa scoperta poetica, però, come credo di aver capito, questo concetto non ha molta rilevanza al di fuori del ristretto mondo della matematica, e non è neanche particolarmente pericoloso. Quand’anche fosse importante e/o pericoloso, non si saprebbe comunque in che campo delle scienze extra-matematiche applicarlo. Hai qualcosa da dire a riguardo? Ci sono delle implicazioni delle scoperte di Cantor relative all’infinito davvero interessanti al di fuori di quelle matematiche?

DFW: Probabilmente il più veloce e concreto modo per risponderti è dire che questa domanda porta dritto dritto al cuore del perché i libri di matematica pop debbano avere una specifica utilità nella cultura odierna. La grande differenza è che le cose sono molto più segmentate oggi di quanto non lo fossero durante, che so, il Rinascimento. E anche più specializzate e più appesantite con ogni sorta di specifico contesto. Non possiamo aspettarci di trovare oggi un matematico grandioso, ai massimi livelli, che sia anche un filosofo e un teologo grandioso, ai massimi livelli ecc. (questa è una risposta molto molto semplice certo, forse al limite del semplicistico). Quando Cantor, nel 1870, si misurò con il concetto di infinito, questo apparteneva a una disciplina tecnica estremamente specialistica che richiedeva decenni per essere compresa a fondo e per consentire di produrre dei contenuti innovativi. Per Cantor e R. Dedekind (e da qui in poi è tutto solo una sorta di condensato del libro (condensato di cui fa parte anche la domanda)), la matematica dell’infinito deriva da uno dei modi di risolvere certi problemi spinosi riguardanti l’analisi post-calcolatoria (vale a dire, rispettivamente, le espansioni delle funzioni trigonometriche e le rigorose definizioni dei numeri irrazionali), problemi che derivano essi stessi dalle soluzioni di K. Weierstrass a certi problemi più recenti, e così via. E’ tutto così astratto e specialistico che larghe parti di E&M finiscono per dedicarsi semplicemente alla scomposizione dei problemi in maniera sufficientemente chiara da permettere a un lettore generico di farsi almeno un’idea realistica di dove derivino la teoria degli insiemi e la topologia dell’Equatore, matematicamente parlando. Credo che la questione abbia a che fare con qualcos’altro che finisce per essere citato velocemente solo nell’ultima versione del libro. Viviamo oggi in un mondo in cui la maggior parte degli sviluppi veramente importanti in qualsiasi campo, dalla matematica alla fisica, dall’astronomia alle politiche sociali, dalla psicologia alla musica classica, sono così astratti, così complessi dal punto di vista tecnico e così legati ad uno specifico contesto di riferimento che è praticamente impossibile per una persona comune capire quanta importanza abbiano nella sua vita quotidiana. Quando persino due persone in due sotto-sotto-campi di specializzazione molto vicini tra di loro fanno fatica a comunicare perché le loro rispettive scoperte richiedono così tanta competenza e conoscenza e così via, allora la scrittura tecnica-pop può avere un valore (oltre al semplice valore in dollari di un libro) come parte di una più ampia frontiera di comunicazione tecnica chiara, lucida e libera. Forse uno dei problemi veramente significativi della cultura di oggi è quello di far dialogare tra di loro le persone superando la barriera della specializzazione radicale. Suona un po’ stucchevole ma penso che in fondo sia vero. E non solo il chimico polimerico che parla al semiologo, ma gente con un’esperienza particolare che acquisisce la capacità di parlare sensatamente con noi sciocchi. Alcuni esempi: pensa al brivido di trovare un tecnico informatico competente e brillante che è anche in grado di spiegarti quello che sta facendo in modo da farti credere che stai capendo quello che si è guastato nel tuo computer, e perfino che sei in grado di poterlo aggiustare da solo la prossima volta. O pensa a un oncologo in grado di parlare chiaramente e umanamente con te e tua moglie di quali sono i possibili trattamenti per il suo neoplasma e di come agiscono effettivamente le diverse terapie elencandone esattamente i pro e i contro. Se sei uno come me praticamente ti inginocchi e abbracci le gambe di quel tecnico informatico, se lo trovi. Ma ovviamente questi casi oggi sono rari. In realtà non esiste nemmeno una bella parola univoca che esprima questo tipo di genialità, che abbia proprio quel significato. Forse ci dovrebbe essere una parola; forse bisognerebbe insegnare a comunicare con gli altri al di là della propria sfera di competenza, bisognerebbe parlarne e considerarlo come un requisito di competenza di qualità… In ogni caso, credo che questo tipo di concetti fosse ciò a cui alludeva la tua domanda ed è un argomento incredibilmente interessante.

BLVR: Noto che non stiamo granché parlando del tuo insegnamento. Ho incontrato degli studenti che frequentano Pomona soprattutto perché tu insegni là. Come si chiama la tua materia? Cosa prevede il tuo programma didattico? Usi il gesso o i pennarelli cancellabili?

DFW: Questa domanda contiene l’idea che io stia dicendo che le persone in grado di comunicare attraverso le diverse specializzazioni diventino insegnanti migliori, anche se non sono sicuro che stessi effettivamente dicendo questo. Insegnare è diverso, penso, poiché gli studenti sono lì volontariamente, e perché sono giovani, plasmabili, e pre-specializzati. Comunque so che non è quello che mi stai chiedendo. A Pomona faccio una specie di lotteria-premio: i doveri formali sono leggeri, gli studenti hanno tutti voti migliori di quelli che avevo io e io posso fare più o meno quello che voglio. Attualmente sto facendo “Introduzione alla Narrazione” che è divertente perché hai l’opportunità di prendere ragazzi con molta esperienza di critica letteraria e di scrittura e mostrargli che ci sono modi a volte diametralmente opposti di leggere e di scrivere. Ci vorrebbe troppo per parlarne, comunque per la maggior parte del tempo mi diverto molto e adesso che non mi interrompo ogni due minuti per sputare marrone in una tazza da caffè, la mia credibilità presso i ragazzi è cresciuta un sacco e penso che finché non farò qualcosa di veramente egregio potrò star lì fino a quando mi pare.

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