Simulacri e semantiche nel lessico politico odierno.

di Fabio Milazzo

Riprendo un tema già affrontato riguardante il lessico e la semantica in politica.

Le prospettive dialogiche attraverso le quali gli schieramenti politici cercano di “mostrare” le proprie ragioni ne sono, ovviamente, intessute.

Per tale ragione non riflettere sulle modalità attraverso le quali viene utilizzato “l’ordine discorsivo” all’interno dell’insieme politico rischia di celarci “le parole e le cose”.

Detto in altri termini, dando per assunto, che il “linguaggio è la casa dell’essere”, secondo la ben nota affermazione Heideggeriana, non interrogarci sul linguaggio della politica rischia di non farci comprendere di cosa “parlano i politici quando parlano”.

Quasi tutti coloro i quali ambiscono ad un riconoscimento minimo in politica tendono ad usare il concetto di “Democrazia”.

Non sfuggirà credo a nessuno che la “Democrazia” cui si riferiscono gli uni ha ben poco a vedere con ciò cui si riferiscono gli altri. Un significante cui corrispondono diversi significati.

Ma è proprio così? Possiamo veramente ritenere che un significante resti qualcosa di inerte in attesa di venir rivestito delle semantiche più disparate? Ci sembra una distorsione della ben nota posizione platonica secondo la quale i paradigmi-idee, Eventi escatologici ir-raggiungibili, denoterebbero di senso i significanti terreni in cammino lungo i “sentieri” di avvicinamento al kairos sempre di là dal venire…

Ma se con Deleuze iniziassimo a ritenere i concetti delle produzioni singolari legati a piani di immanenza unici che determinano la loro inequivocabilmente singolare produzione?

In altre parole se riconoscessimo una singolare unità di significante e significato frutto della produzione di piani di immanenza unici perché legati all’ unicità della macchina producente?

Individui singolari non possono che produrre concetti unici legati a piani di immanenza non ri-producibili perché inestricabilmente prodotti da individualità non riproducibili.

Assunto ciò appare in tutta la sua vacuità la sopramenzionata prassi discorsiva politica che utilizza alcuni significanti che funzionano quali “universali”, quali “loghi” privi di denotazione semantica chiara.

In questa “vuota” produzione discorsiva ciò che sfugge è che non è possibile utilizzare i concetti quali universali dotati di semantica “buona per tutti”.

La “democrazia” greca non è quella “liberale” che a sua volta non è quella socialista che a sua volta non è quella dei modelli tribali, solo per citare qualche esempio.

Esiste quindi una democrazia?

Possiamo affermare che sono esistite diverse concettualizzazioni contingenti legate a piani di immanenza singolari (la Grecia di Pericle, l’Afganistan di Karzai…).

Nel caso sopra citato, dobbiamo mostrare come l’utilizzo del termine “democrazia” da parte di tutti gli schieramenti politici è legato alla “benevola accettazione emotiva” che il significante-simulacro si trascina dopo decenni di indottrinamento.

Ma, come detto, ci siamo chiesti se dietro il termine usato c’è una sostanza che significhi in maniera comune il termine nelle accezioni dei rispettivi schieramenti politici? In altre parole il concetto di Democrazia è lo stesso per i diversi contendenti?

Non ci sembra.

E’  dotato di significati che lo rendono perimetrabile, distinguibile, individuabile, analizzabile? O è soltanto uno “specchietto per le allodole”?

Svilupperò, per brevi cenni, soltanto l’ultimo interrogativo.

La comunicazione umana nella contemporaneità è andata incontro a sempre maggiori difficoltà. Le problematiche relazionali tra gli individui non sono soltanto causa di individualismo e patologie narcisistiche varie.

Oggi venute meno e grandi narrazioni ideologiche (?) e religiose gli unici significati socialmente condivisi sono quelli stabilizzati della tecnica (non a caso l’ultima grande ideologia:la più tenace!). Le difficoltà, come dicevo, nei rapporti umani, derivano proprio dalla mancata condivisione di concetti e significanti che sono rigidamente definiti soltanto nel dominio tecnico-scientifico. Banalizzando: possiamo trovare un accordo comunicativo quando ci riferiamo all’ordine dei significati che funzionano (teukein). Es: questa macchina funziona così…; questa operazione bancaria si svolge così…; questo mutuo ha queste regole…; questo algoritmo ha questa ri-soluzione… Lo stesso accordo non siamo (più) in grado di raggiungerlo quando facciamo riferimento ai significanti che esulano dal mero funzionamento secondo le procedure rigidamente formalizzate del dominio tecnico-scientifico.

Per poter ovviare a ciò, visto che comunque dobbiamo interloquire, abbiamo ridotto i termini della comunicazione a forme sempre più elementari. L’esempio è quello degli sms: un insieme di simboli, di loghi ( Ronchi R.) che utilizziamo automaticamente, come dispositivi, senza riflettere più sul significato cui rimandano. Significato che è sempre più povero, elementare e che comporta sempre meno differenze, come la classica “faccina” con cui chiudiamo tante comunicazioni via sms.

Ora questi loghi, e spero di essere chiaro, non appartengono soltanto all’universo degli scambi via cellulare, infatti le modalità di utilizzo sono le stesse che utilizziamo nel linguaggio quotidiano. Termini come progresso, sviluppo, democrazia, fascismo, scienza rappresentano alcuni dei “loghi” della quotidiana comunicazione, vale a dire: significanti che manipoliamo senza dar conto del loro utilizzo e della loro semantica.

Assunti per buoni, come postulati al di fuori di ogni chiarificazione semantica, guidano inconsciamente lo svolgersi “fittizio” delle nostre comunicazioni che, non avendo termini di riferimento ben specificati (la Democrazia cui si riferiscono gli “uni” è la stessa cui si riferiscono gli altri?), funzionano mimando le macchine: senza nessun riferimento all’ordine dei significati.

Rendersi conto di queste procedure che guidano il nostro esser-ci, come dicevo, può rendere meno in-consapevole il nostro abitare la polis.

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