Le fallimentari deduzioni del ”cervello consapevole” di Guglielmo da Baskerville.

 di Fabio Milazzo

Ben prima che il genere del giallo storico divenisse talmente inflazionato da risultare simile ad un Big Mac di MacDonald, Umberto Eco, al principio degli ani 80, era riuscito ad offrirci una pregevole, quanto narrativamente esaltante, ricostruzione del Medioevo monastico in quello splendido esempio di giallo (gli elementi ci sono tutti: i cadaveri, la ricerca del colpevole, le inferenze…) che è stato “Il nome della Rosa”.

La trama la conosciamo tutti: una serie di morti misteriose avvenute in un convento dell’Alta Italia, durante la permanenza di alcuni importanti ospiti: i delegati papali e i frati francescani che devono, davanti al pontefice, discutere del tema della “povertà” nella Chiesa (ovviamente i brevi cenni sono ridotti qui all’osso…). Per evitare lo scandalo e l’intervento delle forze maggiormente reazionarie, incarnata dall’Inquisizione (ricordiamo che è ancora quella vescovile e non quella Romana creata negli anni 40 del XVI secolo…), l’abate del complesso monastico chiede a Guglielmo di risolvere il caso.

Le morti proseguono e Guglielmo inizia a vedere dietro ad esse una trama diabolicamente umana che segue le tessiture dell’Apocalisse Giovannea. Alla fine, però, la soluzione dell’intricato giallo giunge quasi per caso, seguendo una serie di errori inferenziali.

Che ne deduco?

Che la costruzione razionale costruita da Guglielmo per dirimere la matassa non è riuscita a cogliere la molteplice, rizomatica, struttura del reale, quindi lo scarto che esiste tra le nostre “letture” del reale e…la realtà!

Le recenti intuizioni delle neuroscienze direbbero che Guglielmo, e la sue deduzioni, hanno fallito mancando di…emotività!

Sì, proprio l’aspetto emotivo, quello apparentemente meno indicato, almeno nelle considerazioni dell’opinion comune, per risolvere le problematiche dove bisognerebbe soppesare i pro e i contro.

Sempre più veniamo informati di come la tradizionale riduzione dell’intelligenza umana in razionale o emotiva sia scorretta e frutto di sovrapposizione indebita sul reale.

Platone riteneva che dovessimo educare la sfera razionale presente in ognuno di noi al fine di controllare con sempre maggior successo le passioni. Oggi, dobbiamo ritenere indebita questa lettura pluri-millenaria. L’uomo (e probabilmente i primati a lui biologicamente vicini) è l’ente nel quale maggiormente possiamo, al momento, cogliere, l’interdipendenza della sfera emotiva e di quella razionale nel costituirsi della sua vita psichica.

Cosa vuol dire?

Pensiamo semplicemente agli esami cui tutti siamo stati soggetti durante la nostra esistenza. Un esame di maturità ad esempio. I momenti prossimi alla prova, soprattutto se prevedono il confronto diretto tipico delle interrogazioni “frontali”, scatenano, in un rapido elenco: aumento della pressione, sudorazione eccessiva, accelerazione del battito cardiaco, impressionanti vuoti di memoria…cosa è successo alla nostra sfera razionale?

Semplicemente, e ce ne rendiamo conto in questo esempio di vita comune, è stata influenza dalla nostra sfera emotiva.

Cosa comporta ciò?

Sicuramente una diversa resa in ordine alle prestazioni possibili.

Migliori, peggiore?

Diverse.

Esistono infatti numerosi soggetti che, invece, riescono, se sottoposti a stati di pressione emotiva (tipici degli esami), ad offrire un rendimento qualitativamente superiore rispetto al solito, questo perché, per l’appunto, subiscono l’influenza del loro aspetto emotivo.

Tornando a Guglielmo, possiamo dire che il suo fallimento come detective “razionale” deriva dall’aver privilegiato esclusivamente la sfera razionale. Sembra, infatti, che l’insieme delle prestazioni cosiddette “razionali”, laddove escludano il bagaglio esperienziale contenuto nel patrimonio emotivo, siano, in un certo qual senso monche.

Il cervello consapevole, quello che agisce, per l’appunto, per inferenze, non è capace di attingere a quel serbatoio di conoscenza costituito dal sapere emotivo; quest’ultimo si è costituito anche sulla base degli insegnamenti ricevuti dal passato, con i suoi errori e i suoi successi.

E’ proprio questo tipo di sapere che garantisce la “riuscita” di tante nostre scelte nella vita di tutti i giorni.

Mi vien da pensare che Lacan non era molto lontano dal vero quando affermava quale necessaria prerogativa etica il riconoscimento del “desiderio” “sommerso in ognuno di noi”.

Infatti anche quest’ultimo, contrariamente a quanto siamo stati educati a pensare, agisce sulla base di una sua razionalità, frutto di un insieme di esperienze, di un sentire che non può essere perimetrato sulla base della sola sfera razionale, ma non per questo privo di una sua semantica, di un suo valore, di una sua verità.

2 commenti su “Le fallimentari deduzioni del ”cervello consapevole” di Guglielmo da Baskerville.

  1. Roberto ha detto:

    Ma se Guglielmo non avesse dato retta alla razio, almeno all’inizio della sua indagine, avrebbe potuto finire per inseguire “l’insana” pista dellìApocalisse, irrazionale ma molto accomodante. Probabilmente la grandezza dell’uomo completo sta proprio in quello strano “cocktail ” tra pensiero razionale e intuitivo, laddove l’intuizione diviene ad un certo punto addirittura razionale poichè si tratta di una verità che si conosce e si ha dentro, anche se all’esterno non ha niente di razionale .

    • sentierierranti ha detto:

      Sono fondamentalmente d’accordo con quanto dici; parlerei di una ragione intuitiva per contemplare i due aspetti.

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