Il “mito della razionalità pura”. Il ruolo delle emozioni nei processi conoscitivi.

Probabilmente, al di là delle valutazioni teoretiche, ancora profondamente legate a “sentimenti” quali sim-patia e anti-patia, il più fecondo lascito che Nietzsche ha dato in dono alla filosofia novecentesca riguarda il ruolo svolto dalle emozioni, e più in generale il “peso” rivestito dalle tensioni corporee, nella definizione dei processi conoscitivi.

Secondo Nietzsche, il concetto di “verità” è da ri-considerare alla luce della prospettiva, del punto di osservazione, da cui viene proiettato lo sguardo di chi sta “producendo” un discorso veritativo.

Ancora oggi, anche se sempre più nel ruolo di minoranza, “sacche” di studiosi continuano a perpetuare il ruolo di una razionalità pura come se Nietzsche non avesse mai retoricamente prodotto le sue argomentazioni.

Oggi, gli studi post-cognitivisti, da una prospettiva meno filosofica, ri-valutano le intuizioni Nietzschiane.

Le emozioni, come afferma Damasio nello splendido “l’errore di Cartesio”, rappresentano la spinta per i processi conoscitivi e argomentativi.

La razionalità pura non esiste, è una illusione buona per perpetuare il delirio antropocentrico di una specie che non riesce ad accettare di essere al servizio di adattamenti evolutivi volti alla salvaguardia dell’insieme di appartenenza.  Questo secondo le teorie evoluzioniste.

Diversamente potremmo affermare,  forse, con maggiori livelli di credibilità:  “siamo animali al pari di altri”. Forse maggiormente inconsapevoli perchè traditi da eccesso di hýbris.

Di seguito   un articolo sull’argomento pubblicato inizialmente su “IL Manifesto” .

La psicologia evoluzionistica impone oggi un ribaltamento prospettico allo studio della mente.

L’opinione prevalente è che al di là delle diversità culturali gli stati emotivi di base siano riconducibili a un piccolo numero di emozioni fondamentali inscritte nel nostro patrimonio genetico.

Il tentativo di espellere le emozioni dallo studio della mente ha dato l’illusione di potere studiare la ragione umana autonomamente da tutto il resto.

Un errore.

Pensiamo alla famosa saga “Star Treck” e al protagonista, il tenente Spock.

A parte le orecchie a punta e le sopracciglia arcuate, a un primo sguardo un vulcaniano è davvero molto simile a noi.

In effetti, la differenza tra umani e vulcaniani non sta nella morfologia corporea. A rendere Spock (l’ufficiale che, nella serie televisiva Star Treck, siede a fianco del capitano James T. Kirk alla guida dell’Enterprise) molto diverso dagli esseri umani è la natura dei suoi stati interni: la sua vita mentale è priva di emozioni. Come è noto agli appassionati del genere, i vulcaniani garantiscono la purezza logica dei propri pensieri dedicandosi alla soppressione delle emozioni.

Un atteggiamento del genere non è soltanto il prodotto della fantascienza: il mito della purezza logica è antico e ancora molto radicato nella visione che il senso comune ha di cosa debba intendersi per razionalità. Una concezione del genere, tuttavia, non tiene alla prova dei fatti. Per quanto Spock si adoperi a preservare le sue capacità intellettive dal contagio con gli stati emotivi, la scienza della mente contemporanea evidenzia un fatto di segno opposto: Spock è un individuo che l’evoluzione non avrebbe mai potuto selezionare positivamente.

Nella prospettiva darwiniana

Nel libro Emozioni (Laterza, 2004) Dylan Evans sostiene che il mito della razionalità pura perpetua una visione antica (e negativa) della cultura occidentale: se a questa visione contrapponiamo una concezione positiva degli stati emotivi, appare evidente che «una creatura come Spock, priva di emozioni, sarebbe in realtà meno e non più intelligente di noi».

Analizzare le emozioni nel quadro più generale della prospettiva darwiniana comporta un approccio radicalmente diverso allo studio del mentale. I tempi sembrano maturi per farlo: il crescente interesse della scienza cognitiva per i fondamenti evoluzionistici porta di nuovo alla ribalta il ruolo delle emozioni nella riflessione sulla mente.

La scienza cognitiva nascente (negli anni Cinquanta del secolo scorso) facendo propri alcuni assunti del razionalismo classico aveva concentrato la riflessione sui processi alti di pensiero: linguaggio e ragionamento, in primo luogo. Agli studiosi del tempo, ovviamente, non sfuggiva l’importanza delle emozioni nella vita mentale degli individui.

La loro idea era però che lo studio delle pulsioni e degli stati d’animo dovesse riguardare un campo autonomo d’indagine: principalmente perché credevano che le capacità intellettuali fossero del tutto indipendenti dalle emozioni.

La mente nel freezer

Forte della metafora del calcolatore (molto in voga in quel periodo) il risultato dell’ortodossia cognitivista è stato quello di «mettere la mente nel freezer», per mutuare una felice espressione usata da Joseph LeDoux nel libro Il cervello emotivo (Baldini e Castoldi, 1999).

Il tentativo di espellere le emozioni dallo studio della mente ha dato l’illusione di potere studiare la ragione umana in autonomia da tutto il resto. Un errore fatale, se è vero, come sottolinea LeDoux, che «una mente senza emozioni non è affatto una mente, è solo un’anima di ghiaccio: una creatura fredda, inerte, priva di desideri, di paure, di affanni, di dolori e di piaceri».

Come tenere insieme ragioni e passioni?

Con  “L’errore di Cartesio” (Adelphi, 1995), Antonio Damasio ha aperto una vera e propria breccia intellettuale su questo argomento. A mostrare come il ragionamento non sia interpretabile soltanto nei termini di un processo di calcolo formale e astratto è il fatto che la soluzione dei problemi in cui si imbattono gli umani è sempre collocata nel quadro più ampio della presa di decisioni. Come sottolinea Damasio, in effetti, si può «affermare che lo scopo del ragionare è decidere, e che l’essenza del decidere è scegliere una possibile risposta, cioè un’azione non verbale, una parola, una frase … tra le molte disponibili al momento e in rapporto con una situazione data».

Quando si guarda alle capacità intellettive degli umani nel contesto più generale della prese di decisioni, la neuroscienza ci offre risultati estremamente interessanti su cui riflettere.

Damasio racconta il caso di Elliot, un uomo colpito da un meningioma che, dopo l’asportazione del tumore, presentava danni alle cortecce prefrontali (in particolare il settore centromediano). Due deficit cognitivi caratterizzavano il comportamento di Elliot: di fronte a immagini visive di disastri o episodi cruenti, era in grado di interpretare la scena raffigurata ma non provava alcuna reazione emotiva; di fronte a scelte alternative, non era in grado di prendere una decisione. Nell’interpretare tali deficit, Damasio ipotizzò che le incapacità di Elliot di prendere decisioni dipendessero da una carenza di esperienze emotive. Per verificare questa ipotesi i comportamenti di Elliot vennero passati al vaglio sperimentale. I risultati confermarono l’ipotesi di Damasio.

Di fronte alla necessità di scegliere, Elliot rimaneva paralizzato: se gli si chiedeva di fissare un appuntamento tra due giorni alternativi, egli dava inizio a un processo infinito di calcolo dei pro e dei contro delle opzioni possibili, senza riuscire a risolvere il problema.

Risultati come questo mettono in discussione la concezione del ragionamento come un calcolo formale, ovvero l’idea di una ragione «alta» intesa come un sistema di inferenze che opera al riparo da qualsiasi tipo di contaminazione emotiva.

Per quanto possa apparire controintuitivo, il caso di Elliot rappresenta una prova empirica del fatto che una mente razionale pura possa essere realmente efficace: paradossalmente, in effetti, la prospettiva che interpreta il ragionamento nei termini di una logica astratta descrive il modo in cui ragionano i pazienti colpiti da lesioni prefrontali, non il modo in cui operano i soggetti normali.

Dire questo, ovviamente, non significa sostenere che il ragionamento astratto sia del tutto incompatibile con la scelta razionale: si può pensare a tale scelta come all’esito di un calcolo in cui sono prese in considerazione tutte le conseguenze di ogni possibile mossa; in tal caso però, come sostiene Damasio, «procuratevi un bel po’ di carta e un temperamatite robusto e non aspettatevi che gli altri abbiano la pazienza di seguirvi fino a che sarete giunti alla fine».

Quando non si ha carta, matita e un buon temperamatite (e, cosa più importante, un sacco di tempo a disposizione) è a sistemi di altro tipo che dobbiamo affidarci per scegliere la risposta più appropriata a una determinata situazione.

Quello dell’appropriatezza al contesto è il punto veramente decisivo della questione: è a questo proposito che le scelte razionali chiamano in causa i processi di valutazione in cui le emozioni giocano un ruolo fondamentale.

Gli aspetti valutativi sono stati ampiamente analizzati dalla scienza cognitiva. In almeno due modi (fortemente contrastanti). Il primo, tipico dell’ortodossia cognitivista, è quello che fa riferimento a una concezione top-down delle emozioni. Secondo tale concezione, gli stati emotivi devono essere analizzati in riferimento a ciò che li accomuna al pensare in generale. Orientamenti del genere, tuttavia – come sottolinea Joseph LeDoux – «hanno dato troppo peso al contributo dei processi cognitivi, cancellando così la differenza tra emozione e cognizione». Esaltando gli aspetti coscienti (e in larga parte linguistici) alla base dell’interpretazione del ruolo valutativo delle emozioni, le concezioni top-down hanno perso di vista le proprietà che caratterizzano l’esperienza emotiva in senso proprio.

Considerate in questo modo, in effetti, le emozioni vengono «fagocitate dal mostro cognitivo»: diluite nel pensiero perdono le proprietà e le funzioni che le caratterizzano nello specifico.

La psicologia evoluzionistica impone oggi un capovolgimento di prospettiva allo studio del mentale: di contro agli approcci top-down si apre la strada a una costruzione dal basso (bottom-up) dei processi cognitivi. In tale capovolgimento di prospettiva le emozioni vengono ad assumere un ruolo centrale. Più precisamente, in una prospettiva di questo tipo è il ruolo valutativo delle emozioni ad assumere un nuovo rilievo: inserite nel quadro della relazione di base tra organismo e ambiente, le emozioni rappresentano il meccanismo di classificazione di cose ed eventi come «buoni» o «cattivi» ai fini della sopravvivenza.

Gli aspetti valutativi delle emozioni vengono così ad essere ripensati nel quadro più generale della teoria dell’adattamento. In una prospettiva di questo tipo la pretesa distinzione tra una ragione alta e i livelli bassi del piano pulsionale non ha più alcuna ragione di esistere: la prospettiva bottom-up, imposta dalla visione evoluzionistica allo studio delle emozioni, elimina ogni residuo dualistico di una mente distinta dal cervello e, più precisamente, distinta dalla corporeità. Con un ulteriore risultato importante da sottolineare.

Il cambiamento di prospettiva imposto dalla psicologia evoluzionistica allo studio delle emozioni comporta la messa al bando di una concezione – fortemente radicata anche nel senso comune – fondata su una interpretazione dualistica dei fenomeni mentali. Si tratta del «costruttivismo sociale»: un’idea che considera gli stati emotivi legati esclusivamente al contesto sociale e culturale in cui gli individui sono immersi.

Questa ipotesi interpretativa, che trova in Margaret Mead un punto di riferimento, deve essere oggi sostanzialmente riveduta. Non per negare che esistano aspetti delle emozioni dovuti al contesto sociale e culturale, ovviamente: casi del genere esistono e devono essere considerati parte integrante di una teoria generale delle emozioni.

Ciò che oggi, invece, non è più sostenibile è l’idea delle emozioni come entità esclusivamente istituzionali e non anche come fenomeni fortemente legati alle determinanti biologiche degli individui. Per quanto i costruttivisti sociali possano portare lunghi elenchi di casi in cui le emozioni variano al variare delle culture, l’opinione oggi prevalente è che al di là delle differenze culturali gli stati emotivi di base siano riconducibili a un piccolo numero di emozioni fondamentali inscritte nel patrimonio genetico degli umani.

La diversità sta nell’espressione.

Gli esperimenti sulle espressioni facciali di americani e giapponesi fatti da Paul Ekman negli anni Sessanta del secolo scorso rappresentano una pietra miliare della psicologia delle emozioni. Nella situazione sperimentale i soggetti erano ripresi – a loro insaputa – mentre guardavano un film da soli o in compagnia di uno sperimentatore con camice bianco e aria autorevole.

I risultati furono sorprendenti: quando il soggetto guardava il film senza la presenza dello sperimentatore, le emozioni espresse durante il film erano molto somiglianti tra i due gruppi. Alla presenza del ricercatore in camice bianco, tuttavia, la situazione cambiava notevolmente: i giapponesi sembravano molto più contenuti e meno sorridenti di quanto non apparissero gli americani.

Il fatto decisivo dell’esperimento è che l’analisi al rallentatore rivelò che le espressioni più contenute dei giapponesi si sovrapponevano a brevi movimenti facciali in cui trapelavano quelle che, secondo Ekman, erano le emozioni di base presenti in tutti gli individui (gioia, sofferenza, rabbia, paura, sorpresa, disgusto sono emozioni universali e innate).

In altre parole, anche i giapponesi provavano le stesse emozioni fondamentali degli americani: la diversità era nel controllo della loro espressione.

La morale da trarre da questo esperimento è che le diversità culturali possono (devono) essere comprese all’interno di uno sfondo più ampio di comunanze.

Non siamo angeli disincarnati

Le emozioni rappresentano un proficuo terreno di analisi per lo studio delle capacità universali degli esseri umani. Dal punto di vista degli stati emotivi, in effetti, gli umani sono tra loro molto più simili di quanto non lo siano per le credenze e gli stati cognitivi.

Il carattere universale delle pulsioni primarie dipende dallo straordinario ruolo adattativo giocato dalle emozioni nella storia evolutiva della nostra specie.

L’atteggiamento evoluzionistico che caratterizza la parte più avanzata della scienza cognitiva contemporanea ci aiuta a comprendere il primato logico oltre che temporale dell’emozione sulla cognizione.

Questo risultato dovrebbe metterci al sicuro da ogni pretesa di considerare la razionalità pura di Spock un buon modello per l’indagine della storia filogenetica della nostra specie. La ragione senza emozioni è affare degli angeli disincarnati non delle donne e degli uomini in carne e ossa: un risultato di notevole interesse per la riflessione sul posto da assegnare agli umani nella natura.

Per un sentiero di lettura

Da Darwin a Paul Griffiths

Il punto da cui partire per saperne di più è il testo di Charles Darwin, «L’espressione delle emozioni» (Bollati-Boringhieri, 1999) corredato dalla corposa introduzione di Paul Ekman. Sempre di Ekman si veda «Darwin and Facial Expression: A Century of Research in Review» (Malor Books, 2006). Sulla psicologia evoluzionistica: Adenzato e Meini (a cura di), «Psicologia evoluzionistica», Bollati, 2006; Tartabini, «Psicologia evoluzionistica», McGraw-Hill, 2003. Per la storia delle emozioni, molto utile è il libro di K. Oatley, «Breve storia delle emozioni», Il Mulino, 2007. Sugli aspetti cognitivi delle emozioni, si veda «Psicologia ed emozioni», di K. Oatley, (Il Mulino, 1997).Di Antonio Damasio oltre al libro citato consigliamo (entrambi di Adelphi), «Alla ricerca di Spinoza. Emozioni, sentimenti e cervello» (2003) ed «Emozione e coscienza» (2000). Per lo studio del ruolo delle emozioni nell’argomentazione retorica si veda Francesca Piazza, «Linguaggio, persuasione e verità» (Carocci, 2004). Probabilmente il libro più bello sui fondamenti filosofici delle emozioni è il testo di Paul Griffiths, «What Emotions Really Are» (University of Chicago Press, 1997).

Un commento su “Il “mito della razionalità pura”. Il ruolo delle emozioni nei processi conoscitivi.

  1. Carmelo Ingegnere ha detto:

    Più di Nietzsche, bisognerebbe riprendere le argomentazioni riportate da Spinoza nella sua “Etica”, a proposito di emozioni. Oggi, le scoperte recenti sul ruolo dell’amigdala all’interno di un quadro strutturato della nostra mente e del suo relativo funzionamento, sul ruolo giocato da questa piccola parte del nostro cervello in relazione a quelle parti (vedi la corteccia frontale) deputate ad una razionalità pura, ha fatto ricredere sia la ricerca cognitivista, sia i “post-cartesiani” che, sotto mentite spoglie, ripropongono un dualismo mente – corpo, ragione – sentimenti. Di fondamentale importanza gli studi di Damasio,che ripropongono uno studio unitario delle nostre “funzioni corticali superiori”.

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