Il concetto di nobiltà nel regno di Sicilia da Federico II a Manfredi.

di Fabio Milazzo

Spada da cerimonia di Federico II

Intorno al XIII secolo, in Italia, si andò sviluppando un “dibattito cultural-politico” sul concetto di nobiltà; principali fautori ne furono gli ambienti giuridici legati alle grandi scuole di diritto. Loro interesse sembra essere la ridiscussione dell’egemonia fino allora esercitata dalle “antiche aristocrazie” sull’onda di consuetudini radicate nel tempo.

 Fin dall’età  greco-romana si era peraltro discusso della liceità di un’ idea di nobiltà legata esclusivamente alla nascita e dei diritti ad essa connessi; il dibattito, come accennato, sulla spinta di istanze legate alla contemporaneità, riprese proprio intorno al 1200.

 Per il periodo oggetto della nostra analisi la ricerca storiografica ha abbondantemente studiato la situazione in relazione all’Italia comunale; così non è avvenuto per il regno di Sicilia.

Noi, in questo articolo, ci gioveremo delle analisi di Enrico Pispisa, compianto titolare per molti anni della cattedra di “storia medievale” dell’Università di Messina.

Pispisa rintracciava nel mito di un Federico fervente “anti-nobile”, “tutto impegnato a scardinare la preponderanza aristocratica del regno”, il motivo di tale disinteresse.

In generale possiamo però affermare che ha pesato la duratura e persistente fissazione di una tradizione storiografica che ha eletto nello scontro “baronaggio-Corona” uno “schema tipo” interpretativo della realtà del tardo Medio-Evo (e, in generale di tutto l’Antico Regime)  Siciliano. Solo recentemente alcuni studi hanno dimostrato che la realtà gestionale del potere e dei ceti dirigenti del Regnum è più complessa e meno inquadrabile in rigidi schemi di quanto solitamente creduto; ciò ha dato il via agli studi.

La problematica legata all’ascesa di alcuni esponenti dei ceti emergenti, definiti homines novi,e al connesso potenziale pericolo per la stabilità della Monarchia, risulta presente già nel XII secolo; individui quali Maione da Bari e Matteo d’Ajello avevano, infatti, scatenato la reazione dell’aristocrazia che si era placata solo in concomitanza delle dure lotte sorte per il “controllo” del giovane Federico II.

L’affermazione del carattere “particolare” della nobiltà siciliana è da relazionare  all’affermazione degli Altavilla; con loro si andò definendo una particolare situazione dei ceti dirigenti: non la coincidenza di questi ultimi con la carica di miles (come nelle aree di tradizione franco-germanica) ma la titolarità di feudi, e soprattutto “il vincolo di consanguineità” con gli esponenti della monarchia costituivano gli elementi caratterizzanti i detentori di una “superiorità sociale” (superiorità, è bene precisarlo, che è disciplinata dalla Corona in un processo di devoluzione di poteri dall’alto, dal vertice della società.

  Morto Tancredi, il particolare legame Corona-aristocrazia tipico dell’età Normanna mutò; Federico, almeno all’inizio della sua opera riorganizzativa, non si “pose il problema teorico della natura di nobiltà”; nel liber Augustalis del 1231 avviene, però, la mutazione di fatto che delinea una nuova realtà sociale. In questa nuova dimensione, “la funzione cavalleresca” (come nella tradizione franco-germanica) genera formalmente preminenza e prestigio e identifica unitariamente l’aristocrazia feudal-militare come ceto giuridicamente definito. E’ importante evidenziare che qui Federico definisce e struttura l’aristocrazia come un ordine chiuso, regolato “dalla fedeltà ad uno specifico stile di vita”. Che non basti la “rilevanza di nascita” (Pispisa) lo chiarisce  un’epistola del 1238 dello stesso Federico al figlio Corrado, in cui si specifica che ai natali si deve accompagnare l’esercizio delle virtù, della morale. Questi erano sicuramente gli “orientamenti culturali” degli ambienti imperiali tedeschi che riconoscevano una funzione etica alla cavalleria, non sorprende quindi riscontrarli nelle “posizioni Fridericiane”.

Sempre nella stessa ottica l’autore segnala una testimonianza di Nicolò di Jamsilla che riferisce dei criteri utilizzati dall’Imperatore nella scelta dei collaboratori: non soltanto la “rilevanza della stirpe” ma anche le qualità morali. Alla luce di ciò verranno premiati con l’ascesa sociale individui, quali Giovanni Moro, Pietro Ruffo e Pier della Vigna, di non rilevante nascita ma di alte qualità “spirituali”.

Il concetto di nobiltà, sull’onda delle discussioni da qualche tempo sorte, divenne, per ovvi motivi, oggetto di dispute anche alla corte dello Svevo. Nella commedia De Paulino et Polla (1228-29) Riccardo di Venosa esalta la preminenza dei ceti burocrati intellettuali sui nobili “di sangue”. Anche nella Contentio de nobilitate generis et probitate animi, l’opera con protagonisti Taddeo di Sessa, Pier della Vigna e “un magister T.”, pur non svalutando l’importanza dei nobili natali, si esaltano le qualità etico-morali. In generale possiamo affermare che da una aristocrazia, quale quella Normanna, che riconosceva come criteri distintivi  “l’esercizio di poteri territoriali” e il “vincolo di parentela” con la dinastia regnante (l’importanza del “sangue”), si passò con Federico  a una concezione più o meno meritocratica (dell’aristocrazia stessa); vale a dire che “la capacità di onorare degnamente il titolo di miles (ora identificato con il ceto dirigente) era ritenuto più importante della nascita stessa.

 Morto Federico, Corrado IV tentò di ricondurre il concetto di aristocrazia al possesso di poteri feudali con le conseguenti prerogative di natura signorile (piena giurisdizione sull’entità territoriale “controllata”). Il tentativo non fu, però, supportato da un sistematico processo teorico.

 Conquistato il potere (1254-58), Manfredi si trovò a dover affrontare molteplici pressioni: il Papato, gli Hohenburg e la “nuova” aristocrazia, frutto quest’ultima dell’ascesa di quegli “uomini nuovi” cui si è fatto riferimento. Manfredi reagì “creando” dei ceti dirigenti legati  da vincolo di consaguineità con Federico II, strettamente legati al possesso feudale e agli onori ad esso connessi ; questo sulla scorta di una “prassi politica della prima età Normanna”(Pispisa). Svalutata era adesso l’aristocrazia “priva di terra”, proprio quella che era ascesa soprattutto negli anni Fridericiani.

Il processo avviato da Manfredi fu teorizzato nell’Historia di Nicolò di Jamsilla (nella foto il volume dedicato a Jamsilla da Pispisa), il quale, pur non negando esplicitamente la linea portata avanti da Federico, intraprese un’opera di esaltazione delle regali origini e, in generale, della nobiltà strutturata in un ordine ereditario che riconosce preminenza ai  vincoli di sangue. In tale ottica venne rappresentata la figura dello Svevo legata a “nobilissimi” ascendenti. Problemi sorsero, invece, nel presentare la figura di Manfredi “macchiata” da una nascita illegittima; il cronista operò allora rifacendosi ad un altra chiave interpretativa, quella che riconosceva nelle capacità, nelle doti morali e intellettuali le necessarie caratteristiche per l’ascesa alla primogenitura (nel caso di Manfredi) e quindi al vertice della scala sociale. Chiaramente problematiche diverse guidarono la non lineare trattazione del Nicolò. Al di là della “particolare” lettura appena segnalata, il  cronista nell’Historia  cerca di teorizzare sistematicamente un concetto di aristocrazia (come detto) legata al “sangue e alla terra”; per fare ciò, presenta il pessimo agire di alcuni funzionari della corte di Federico da lui “condotti al potere” in virtù di presunte alte qualità morali; vengono così condannati, proprio dove dovrebbero primeggiare (nel retto agire), Giovanni Moro e Pietro Ruffo, tratteggiati come poveri e di “nascita oscura”.  Accanto a questi malfattori privi di nascita vengono, da Nicolò, segnalate grandi figure di aristocratici, come i fratelli Corrado e Marino , entrambi ricchi di “terre e castelli”.

Interessante risulta altresì notare, per la comprensione dei criteri concettuali utilizzati nella redazione dell’opera, come un altro malfattore, Bertoldo di Hohenburg, pur colpevole di diversi tradimenti, venga perdonato in virtù del legame di sangue che lo lega a Manfredi. Dunque, al contrario di quanto avvenuto con Federico,  la discendenza e la rilevanza dei legami parentali appaiono come i criteri necessari per l’ascesa al vertice sociale. Importante è evidenziare che l’essere miles non è più un criterio sufficiente per l’appartenenza al ceto dirigente; con Manfredi è necessaria la proprietà della terra, con gli annessi sopra indicati. Certo, l’appartenenza alla cavalleria permette di occupare un posto (in basso) nell’ordine feudale, la cui vetta è, però, appannaggio dei “feudatari con responsabilità politiche, diplomatiche e belliche”(Pispisa).

Tra Federico II e Manfredi sembra realizzarsi una situazione esplicativa della non chiara definizione del concetto di aristocrazia, soprattutto nella sua univocità. I ceti dirigenti, dai Normanni a Manfredi, si sono caratterizzati per connotazioni diverse, fluide, legate al contesto storico e al rapporto con la “Casa Regnante”; ciò che sembra non essere in dubbio (come forse è ovvio) è il ruolo disciplinante della Corona, da cui sembra sempre derivare il potere dell’aristocrazia. Potere, non ultimo, che si esplica nella concettualizzazione dei criteri necessari all’appartenenza ai ceti dirigenti stessi.

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