Alfonso Mateo-Sagasta, Ladri di inchiostro, Tropea editore, 2010.

Ennesimo romanzo storico sulla Spagna del “secolo d’oro”? Ulteriore prova narrativa che “sfrutta” l’abusato filone degli apocrifi letterari?
Non soltanto. Il romanzo  «Ladri di inchiostro» di Alfonso Mateo-Sagasta (Tropea editore) è tutto questo ma anche molto di più.
Innanzitutto la trama ma soltanto per brevi cenni. “È l’estate in cui un certo Alonso Fernández de Avellaneda pubblica un romanzo spacciandolo per la seconda parte del Don Chisciotte cervantesco uscito dieci anni prima con grande successo e nel prologo infama lo scrittore: finto guerriero in battaglia, vero sodomita in carcere, è l’insinuazione. Ma chi è veramente de Avellaneda? Chi si nasconde dietro quel nome che si scopre falso? Un antico compagno di galera di Cervantes che lo ha sempre odiato, un giovane ambizioso che lo vuole derubare della sua gloria, un collega illustre, Alarcón, Lope de Vega, Tirso de Molina, che vuole regolare così qualche conto letterario? Su quello che è un fatto vero, Mateo-Sagasta costruisce il romanzo di una ricerca, una sorta di indagine poliziesca affidata a Isidoro Montemayor, un tirapiedi dell’editore Robles, l’uomo che da anni attende da Cervantes il seguito dell’opera” (Solinas).
La trama ben congegnata, non è l’unico punto d’interesse di questo romanzo che riesce a tuffare il lettore nel clima non facilmente percepibile di una Madrid che nello stesso tempo riesce a presentarsi come altera e macilenta, sporca e agghindata, divisa e nello stesso tempo “costruita” tra il fango e la sporcizia delle sue strade putride e lo splendore degli ambienti di una corte che celebrava lo sfarzo e “la grandezza” di un Impero intrinsecamente marcio che cercava, in ogni modo, l’ostentazione e il nascondimento.
Alfonso Mateo-Sagasta, l’autore, riesce, come e più di Perez Reverte, a delineare soprattutto questi elementi del “carattere” spagnolo che tanto ritroveremo (e ritroviamo) nella grandezza e nella  miseria di quelle zone d’Italia che alla Spagna per tanto tempo sono state legate.
Cervantes, il ladro, il ruffiano, il cavaliere, lo scrittore, il cristiano, il povero, il truffaldino… ecco l’altro protagonista di questo bel racconto. Un Cervantes che tarda con la consegna del “seguito” del Chisciotte, un Cervantes di cui molti invidiano le fortune, un Cervantes tacciato di sodomia, stanco che ben raffigura la “stanchezza” di un Impero incapace di gestire il suo successo, le sue dimensioni, il “suo essere grande, immenso”, proprio come il romanzo di Cervantes.
Quest’ultimo, insieme ai “suoi colleghi”, viene descritto attraverso il modus vivendi del letterato dell’epoca che si divide equamente tra le risse in osteria e i voli pindarici compiuti con la penna d’oca (o con lo stilo).
Una perfetta mescolanza di pulsionalità e di intelletto, di creatività e “sangue caldo” che non può non attirare il nostro interesse “Nietzschiano” in un’epoca che sempre più rigidamente cerca ( e riesce) di alzare i confini tra le diverse zone pulsionali del nostro esserci.
Forse, proprio quest’elemento, alla fine, è quello che più ci ha interessati nella “felice” rappresentazione di Mateo-Sagasta, la capacità di “disegnare” con un’abilità quasi da contemporanei un clima per noi assolutamente “altro”, quello di persone che vivevano delle grandezze e delle miserie, delle intensità emotive, intensive e estensive della scrittura pur abitando “totalmente” il mondo.
Quanto lontani siamo dai salotti e dai premi letterari ma anche dai circoli dei soliti noti in cui si ricicla la stessa paccotiglia s-venduta quale produzione culturale?

Alfonso Mateo-Sagasta , Ladri di inchiostro, Tropea editore, Milano 2010.

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