Il capitalismo tecno-nichilista, intervista con Mauro Magatti

 

Mauro Magatti, con “Le illusioni del capitalismo tecno-nichilista” è riuscito, a nostro giudizio superbamente, a descrivere l’epoca in cui siamo immersi. Una commistione di discorsi, dalla filosofia alla psicanalisi,  sullo sfondo della sociologia, la disciplina di cui si occupa Magatti, che offrono un ritratto completo ed esauriente di un mondo polverizzato in cui ciò che sembra scomparsa è la capacità di semantizzazione discorsiva sostituita da mere abilità funzionali.

Attraverso quest’intervista di Ivo Quartiroli presentiamo il saggio.

da: http://www.indranet.org/it/the-techno-nihilistic-capitalism-interview-with-mauro-magatti/

Ivo Quartiroli: Prof. Magatti, come definirebbe il capitalismo tecno-nichilista, oggetto del suo libro “Libertà immaginaria. Le illusioni del capitalismo tecno-nichilista” (Feltrinelli. 2009) e in cosa differisce dalle fasi precedenti del capitalismo?

Mauro Magatti: Il tentativo è di dare un inquadramento unitario agli ultimi trent’anni che cominciarono con l’avvento nei paesi anglosassoni del cosiddetto neo-liberismo. Il lavoro ricalca, riprende, sviluppa tesi di colleghi autorevoli, in particolare il lavoro di Boltanski in Francia, di Bauman in Inghilterra e di Beck in Germania. 

L’idea che questi trent’anni costituiscano qualcosa di unitario, che si distacca molto dal periodo precedente, che io chiamo capitalismo societario, è basato non solo sullo stato nazionale, ma sugli effetti sociali ed economici che lo stato nazionale non è in grado di determinare e che normalmente vanno riferiti all’idea della società del welfare. La caratteristica fondamentale del capitalismo tecno-nichilista è una sorta di nuova visione del mondo, di weltenshaung, che fa del nichilismo, tradizionalmente un impianto filosofico che si esprime nella fasi di decadenza quando si devono distruggere i valori che si sono stabilizzati nel corso del tempo, una visione utile per un’accelerazione della crescita sia economica che tecnologica molto rapida e su scala planetaria. 

C’è un capitalismo che cerca di liberarsi dal sustrato culturale che lo stato nazionale aveva depositato. Questo capitalismo cerca invece di mostrarsi in questa alleanza tra una tecnica che come tale si propone di essere astratta, cioé con un vincolo culturale molto contenuto se non addirittura assente e d’altra parte una piena disponibilità, una piena manipolabilità di tutti i significati culturali che devono continuamente essere rimessi in gioco, superati ed essere disposti alla trasformazione. 

Quartiroli: Lei afferma che la tecnica conferisce una libertà immaginaria, eppure molti, basandosi su questa stessa intervista potrebbero affermare il contrario. Ho conosciuto il suo libro in rete, le ho scritto una email, lei gentilmente mi ha concesso un’intervista, che effettuiamo tramite skype e che verrà pubblicata sui miei blog. Questo ci dà un’ampia libertà, non abbiamo le costrizioni editoriali di spazio o un direttore che debba approvare la conversazione. Non necessitiamo neanche di una data di scadenza per la pubblicazione online. Ciliegina sulla torta, possiamo raggiungere centinaia o forse migliaia di lettori in ogni parte del mondo in modo diretto.

 Kevin Kelly, uno dei più convinti fautori della tecnologia, nel suo recente articolo Expansion of Free Will afferma che “La tecnologia porta alle scelte. Internet, più di qualsiasi altra tecnologia precedente, offre scelte ed opzioni.”  E poi “il technium continua ad espandere la libera scelta mentre si scolge nel futuro. Ciò che la tecnologie vuole è più libertà e una libera scelta più ampia”. L’idea di libertà e di espansione delle nostre possibilità viene rincorsa da ogni gadget tecnologico e da ogni software che interagisce con noi. Sembra tutto molto piacevole, libero e soddisfacente, cos’è che non quadra quindi in questa espansione delle nostre possibilità? 

Magatti: La citazione di Kelly è ottima e coglie esattamente il punto, e cioé che il capitalismo tecno-nichilista, superando in questo la fase precedente del capitalismo societario, si legittima in modo di questo suo aumento delle opportunità, che poi si lega al tema della scelta. 

Indubbiamente nessuno può negare che in termini generali, passare da una situazione in cui abbiamo meno opportunità e meno possibilità di scelta ad una nella quale abbiamo invece la possibilità di fare più cose in un certo senso certamente aumenta la libertà, ad esempio potersi spostare più rapidamente da una parte all’altra del globo ci dà più possibilità di “fare”. 

La questione è cosa succede in um mondo dove la libertà di scelta, questo aumento delle opportunità si produce con la velocità che constatiamo nella nostra vita personale e collettiva. Dobbiamo anche chiederci se questo aumento poi non ha conseguenze sulla libertà che vogliamo raggiungere. 

Faccio un esempio concreto per capire il punto: la libertà è un po’ come l’occhio. L’occhio si apre a ciò che si pone davanti, è un organo di senso in qualche modo indeterminato e la sua indeterminatezza va messa in relazione a ciò che si vede. L’aumento così accelerato della scelta nell’esperienza individuale ci pone nella condizione di un eccesso di cose a cui possiamo guardare, come cambiamenti fondamentali nel nostro modo di guardare, ma anche addirittura soggetta a quei sistemi molto potenti che sono deputati a metterti davanti agli occhi questo e quest’altro. 

Questo porta al rischio che diventiamo esseri a trazione esteriore: qualche cosa viene prospettata come scelta, gradevole e che ci aumenta la nostra potenza, la nostra realizzazione, ma con il rischio che la libertà imploda su se stessa e che ci consegni mani e piedi a qualche cosa che è fuori di sé. 

A questo primo problema se ne aggiunge poi un secondo e cioé che tutte queste opportunità che ci vengono presentate, per moltissimi non sono poi così concrete come si pretenderebbe fossero. Quindi le opportunità che vengono presentate rimangono puramente illusorie, fantasticate, e ci si rifugia quindi in soluzioni, per banalizzzare il discorso, miracolistiche o addirittura magiche come potrebbe essere la vincita di 130 milioni al Superenalotto che ci consentirebbe poi di fare tutto ciò che vogliamo, almeno nella fantasia. 

Almeno per queste due ragioni, quel mondo con più opportunità che viene che in linea di principio è associato certamente ad un aumento di libertà, rischia poi soprendentemente di ingabbiarla nuovamente. Nel libro il mio tentativo non è quello di immaginare un mondo in cui torniamo a limitare le opportunità ma interrogarci sulla nostra libertà e di capire se siamo così liberi come pensiamo di essere. 

Quartiroli: A pagina 126 di Libertà immaginaria, lei scrive:

il passaggio che si realizzò tra gli anni settanti e gli anni ottanta andò coerentemente nella direzione dello spostamento del “bisogno” – legato ancora a un’idea oggettiva e materiale e, come tale, saturabile – al “desiderio” – regno della soggettività e dell’immaterialità e, come tale, non saturabile.

Neil Postman, in Amusing Ourselves to Death, confronta 1984 di Orwell con Il mondo nuovo di Huxley.

 Come Huxley ha sottlineato in Ritorno al mondo nuovo, chi si occupa di libertà civili e i razionalisti che sono sempre in prima fila nell’opporsi alla tirannia “non hanno preso in considerazione il quasi inifinito appetito umano per le distrazioni”. […] In 1984, Huxley aggiunse, le persone vengono controllate dall’infliggere dolore. Ne Il Mondo Nuovo, esse vengono controllate dall’infliggere piacere. In breve, Orwell temeva che ciò che odiamo ci avrebbbe rivinato, mentre Huxley temeva che ciò che amiamo ci avrebbe rovinato. 

Il passaggio dal bisogno al desiderio e viceversa, rendendo bisogno l’oggetto dell’infinito desiderio, è senza dubbio un meccanismo funzionale all’espansione dei fatturati aziendali, ma in quello che lei definisce “plusgodere”, che viene incoraggiato dal capitalismo contemporaneo, c’è anche l’aspetto del superego (l’insieme di regole e proibizioni conferite dallo stato, dalla morale, dalla famiglia e dalla religione), che si è allentato in quello che lei definisce come capitalismo tecno-nichilista. 

La liberazione dal superego e la ricerca del piacere hanno un effetto positivo nel rilascio di nuove energie vitali e nell’apertura all’esplorazione di sé e del mondo. Ma a mio parere se questo, pur benvenuto allentamento delle regole non va di pari passo con lo sviluppo delle qualità umane essenziali (compassione, perseveranza, ricerca del vero, ecc…), ci porta a vivere solamente le nostre parti istintive in associazione con la sfera mentale iperstimolata dalla tecnologia, senza una mediazione del cuore. Dei bruti intelligenti. Una combinazione che ritengo pericolosa sia dal punto di vista dei rapporti tra umani che nel settore ambientale (molti dei desideri sono rappresentati da beni e prodotti che in qualche modo contribuiscono al disastro ambientale). 

D’altra parte, non vedo e non mi auguro neanche un ritorno alle regole del “vecchio” capitalismo che conferivano struttura, regole e ruoli rigidi. Difficilmente si potrà rinunciare ai desideri, per quanto questi possare essere un miraggio. Il genio è già uscito dalla bottiglia. Qual è la sua visione a proposito?

 Magatti. La domanda è molto impegnativa. Intanto una battuta sul fatto che Lacan (foto) aveva ragione rispetto a Marx. Non è il capitalismo che si inventa i nostri desideri ma è il capitalismo come sistema, capace di prendere  il posto addirittura dalla religione, che ha capito l’importanza del desiderio nell’esperienza umana e gli dà carne, gli dà sostanza, lo rende completo. In particolare, con lo sviluppo della società dei consumi prima e della società della comunicazione poi in quello che chiamo capitalismo tecno-nichilista, il desiderio è reso godimento. 

Il punto non è rimettere lo spirito nella lampada, cosa che è assolutamente impossibile, il punto è riappropriarsi non solo a livello individuale ma a livello collettivo del desiderio. Nel Novecento, anche in reazione all’approccio repressivo sia delle esigenze industriali, delle burocrazie pubbliche e della religiosità intesa come sistema di regole, il desiderio è stato sicuramente riscoperto anche in rapporto al corpo e questo è stato sicurametne un punto che non bisogna assolutamente buttare, anzi da valorizzare e apprezzare. 

Il problema è che il capitalismo tecno-nichilista lo ha di nuovo sequestrato e “costringe”, nel senso che la mia sensazione, la mia esperienza è come vivere in una grande cattedrale, quasi un convento medioevale in cui non si può girare la testa senza essere continuamente sollecitati, prima di tutto dal punto di vista sensoriale, nel ridurre il nostro desiderio a ciò che è venduto dal mercato o venduto da qualche televisione. Il desiderio in questa maniera è schiacciato drammaticamente in un’esperienza materialistica che produce lo sfruttamente reciproco nelle relazioni e dal punto di vista ambientale ha degli effetti devastanti sugli equilibri perché soddisfare questo desiderio senza limite produce le conseguenze che conosciamo. 

Il capitalismo ha capito che questo desiderio può essere riprodotto a volontà e quindi ci è entrato con il massimo della disinvoltura. Io credo che se c’è una soluzione e naturalmente questa è molto difficile e molto complessa da trovare, sta nel tornare a reinterrogarsi su questo tema del desiderio, che è sempre un mistero per tutti noi. Del desiderio da una parte possiamo coglierne gli aspetti fisici, sensoriali e della profondità del nostro Io di taglio psicoanalitico e dall’altra parte anche le dimensioni metafisiche, cioé collegate al senso del mistero, dell’infinito, dei significati di orizzonte che possono orientare la nostra vita. 

E anche provare una nuova sintesi tra l’elemento pulsionale, sensoriale del desiderio, l’elemento profondo che risale alla formazione della nostra persona ma dall’altra parte anche con l’elemento intellettivo. Nel Novecento abbiamo creato questa opposizione tra ragione e desiderio, quasi che le due si debbano escludere per forza di cose. Io credo invece che vi possa essere un dialogo, una comunicazione tra l’aspetto pulsionale e quello della ragione e che tutti e due siano elementi importanti per alimentare il desiderio, anche se con forme e con modi differenti.

 Quartiroli: Questo mi ricorda un’immagine del Buddismo, dove nella loro tradizione vi è il reame dei cosiddetti “hungry ghost”, fantasmi famelici che non riescono mai a soddisfare il loro appetito, avendo uno stomaco enorme e una bocca piccolissima, rappresentando l’impossibilità di soddisfare tutti i desideri. In questa tradizione, il modo per uscire da questo chiamiamolo girone infernale, è l’amore per la verità, cioé sostituire la compulsione con il desiderio del vero. In questo senso è quell’aspetto metafisico e spirituale, che nella diverse tradizioni si attuano in diverse forme, che potrebbe farci uscire da questo vicolo cieco, per cui non possiamo tornare indietro negando i desideri, ma neanche andare avanti sulla strada del desiderio perché il desiderio, prima di essere soddisfatto in pieno, devasterà il pianeta e forse anche la nostra psiche. 

Magatti: Premesso che Oriente ed Occidente hanno percorsi molto diversi, in alcuni aspetti complementari, quindi le strade sono entrambe interessanti se colgono parte della questione. Mi riallaccio a quest’ultima battuta, cioé l’amore per la verità. Ecco, una delle cose penso drammatiche che stanno dietro la fase storica che stiamo vivendo è certamente la crisi della verità che l’Occidente ha avuto, della verità per come l’hanno costruita i secoli precedenti, fino al  rifiuto anche di porre la questione della verità. 

Un conto è pretendere di avere la  verità e pretendere di imporla a tutti gli altri; un conto è  il desiderio della verità e accettare che essa è una misura che in qualche modo ci supera ma verso la quale tutti quanti tendiamo. Voler separare totalmente qualunque nesso tra libertà e verità è sicuramente per me una della ragioni di fondo che portano poi progressivamente a quello che chiamo capitalismo tecno-nichilista. Da questo punto di vista sono perfettamente d’accordo che queste popolazioni fameliche che corrono dietro al loro desiderio reso godimento fanno davvero impressione. 

Il desiderio, se non lo schiacciamo immediatamente sulla dimensione materiale ma lo si lascia aperto alla dimensione spirituale, ha un’orizzonte tale per cui questa conseguenza distruttiva che nell’occidente tende a produrre, se non altro si attenua e si riduce. 

Riuscire a riaprire questo spazio nella cultura occidentale oggi è veramente un’impresa titanica anche perché l’ossessiva presenza di questo ambiente di fantasmi che è costituito dal sistema mediale è come se riempisse continuamente tutto il nostro orizzonte, e contenesse il nostro orizzonte. Quindi la riapertura al senso del mistero, alla ricerca della verità mi sembra letteralmente impedita. 

Quartiroli: Poiché il desiderio è ciò che tiene in piedi la grande macchina di produzione, esso deve essere stimolato constantemente. I nudi sulle copertine delle riviste sono sì anche funzionali alla vendita della rivista stessa, ma soprattutto forse lo sono per predisporre il lettore ad un atteggiamento desiderante che poi riverserà anche sui prodotti pubblicizzati al suo interno. La depressione, forse anche come conseguenza della frustrazione di un desiderio che non potrà essere soddisfatto da parte dei più, è il disagio mentale contemporaneo più diffuso. 

L’uso degli antidepressivi e degli stimolanti di ogni genere, legali ed illegali, è in continua crescita da decenni. La depressione, che è la vera nemica del mercato che necessita di individui sempre desideranti, ha così trovato il suo mercato nel trattamento della stessa, arrivando a patologizzare anche comportamenti che fanno parte della normale esperienza umana, quali la tristezza o la semplice introversione. Qualunque momento di vuoto e di silenzio va riempito, se non altro, da un farmaco che agisce sul nostro sistema nervoso. In questi giorni leggevo addirittura di psichiatri che suggeriscono l’uso di antidepressivi per bimbi inferiori ai 3 anni. Come lei scrive a pagina 187, 

Davanti alla complessità della realtà e al suo continuo mutare, il sé deve rinunciare alla sua unità, poiché esso altro non è che l’infinita catena di stimoli a cui viene esposto. Questa pressione è infinitamente più potente di qualunque interiorità. 

Quindi nel momento in cui questi stimoli si fermano si apre un vuoto interiore, una voragine che sgomenta, che si cerca di evitare a tutti i costi ma che potrebbe essere essa stessa la porta verso la ricostruzione di un’identità basata sul proprio sentire profondo invece che dai messaggi che provengono dall’esterno. Quando la macchina del capitalismo tecno-nichilista si ferma, chi siamo dott. Magatti? 

Magatti: La cosa drammatica dell’Io contemporaneo, della soggettività è di ritrovarsi paurosamente vuota. Questa sproporzione che c’è tra il mondo circostante è così strabordante rispetto alla nostra psiche, che ci costringe continuamente a cercare di adeguarci piuttosto che investire sulla nostra interiorità, piuttosto che amare e preferire ciò che consente di depositare dentro un processo di personalizzazione l’esperienza che facciamo e di tracciare la nostra strada. Strada che certamente può essere unica solo a condizione che ne accettiamo i limiti, come quando il pittore ha davanti tutta la tavolozza dei colori. Se non si decide di sceglierne alcuni e di stare dentro i limiti della cornice, alla fine si rischia di fare un pasticcio. 

E’ una delle sindromi contemporanee, l’incapacità di molte persone, come ci dicono gli psicoterapeuti, di poter raccontare narrativamente della propria esperienza, che è fatta di momenti, esperienze, situazioni singole e separate che nemmeno ci sappiamo spiegare perché sono saltate fuori e perché ci siamo ritrovati in esse.

 La depressione interviene sia quando gli stimoli vengono meno, pensiamo ai pensionati tanto per fare un esempio, o da chi esca dal mercato del lavoro, o avviene per sfinimento: la fatica fisica  e psichica che ci è richiesta per correre dietro a tutte queste opportunità è immensa. Viene un momento nella vita in cui può essere che non ce la facciamo più o ci sentiamo inadeguati rispetto a questo modello che è molto esigente. la depressione avviene anche per mancanza di senso, che produce non solo l’incapacità di capirci, di comprenderci e di capire e comprendere gli altri, ma ad un certo punto anche nella crescente difficoltà nel sentire qualche cosa in queste opportunità ed esperienze più o meno meravigliose nelle quali ci buttiamo. 

Dunque abbiamo un essere che si dimostra potente e capace ma che in realtà nasconde un’incapacità incredibile nel tracciare la sua particolare storia, la sua particolare visione del mondo. Questo porta anche a quella massificazione nei comportamenti che vediamo così drammaticamente risultare nelle statistiche dove tutti noi ci comportiamo in maniera simile. 

Una delle tesi di fondo del libro è che il discorso che Nietzsche ha introdotto alla fine dell’Ottocento sulla volontà di potenza è oggi un elemento centrale per capire quello che succede. La nostra volontà di potenza viene continuamente evocata come un’energia fondamentale per spingere l’individuo ad essere adeguato al mondo circostante. Solo che questa volontà di potenza di riduce ad essere totalmente diretta all’esterno  e rivelarsi del tutto fittizia rispetto a quel desiderio e quell’istinto profondo che tutti noi abbiamo di esistere e di fare esistere. 

Una delle cose impressionanti che mi sembra di leggere nella realtà contemporanea è che noi in molte situazioni della vita possiamo fare tante cose, abbiamo tante opportunità ma perdiamo la cosa fondamentale, cioé quella di essere e di fare essere e questo. Per un tempo che si vanta di essere il modello dal punto di vista delle libertà è un’esito drammatico. 

Quartiroli: Una giovane donna, una cosiddetta nativa digitale, facente parte della generazione cresciuta con la Rete e con le tecnologie avanzate, recentemente mi ha scritto, riferendosi alla precarietà del tutto (lavoro, relazioni d’amore) che “in questo smarrimento la rete con ciò che offre paradossalmente è come un punto fermo.” 

Internet, e in particolare i social network quali Facebook, rappresentano quindi quella continuità, come fossero un oggetto di relazione primario, antico. Come preside della facoltà di Sociologia dell’Università Cattolica di Milano, lei si trova anche in un osservatorio privilegiato sui nativi digitali. Come vengono ridefiniti i rapporti con gli altri e in particolare il rapporto con se stessi insieme alla questione dell’identità? 

Magatti: Intanto penso che essere giovani oggi, e questo avviene già da diversi anni, è un’esperienza esattamente opposta a quella che ha vissuto la generazione del ‘68. Là c’era un mondo degli adulti e un mondo delle istituzioni che pretendeva di essere coerente, di essere coeso, di esprimere dei significati e dei valori. Si poteva essere d’accordo e integrarsi o si poteva contestare quel mondo e prendere una posizione contrappositiva. 

Oggi invece l’esperienza del crescere è un’esperienza completamente diversa: il mondo degli adulti è un mondo molto confuso, contraddittorio, le istituzioni sono sostanzialmente afone e il livello di legittimazione bassissimo. Il problema fondamentale di chi cresce non è di contrapporsi a qualcuno, perché non ci si contrappone proprio a nessuno, semmai il movimento fondamentale è quello dello spostarsi, cioé si incontra un problema, si incontra una contrapposizione, si girano le spalle e ci si muove in un’altra direzione e si evita il conflitto. 

Il problema principale dei ragazzi oggi è quello di capire eventualmente se si sussiste come entità personali, seppur mobili e contraddittorie, cioé se appassiona ancora la ricerca di un qualche centro di gravità permanente attorno a cui possiamo basare la nostra vita. Questo spiega perché i giovani appaiono spesso smarriti e spesso sono come attoniti rispetto al mondo circostante. Naturalmente sono assetati e si buttano con l’entusiamo e la creatività che caratterizza quell’età per trovare dei punti di appoggio, dei luoghi in cui sia possibile realizzare questo processo circolare e complesso di circumnavigazione della propria esperienza senza sentirsi immediatamente chiusi o sentirsi identificati in una posizione particolare. 

Da questo punto di vista la rete sicuramente si prospetta come uno strumento allettante e per molti aspetti lo è e lo può essere nella misura in cui dentro la rete si sarà in grado di far nascere esperienze, questioni, contesti che abbiano come sensibilità almeno quella di sfuggire all’effimero che caratterizza questo tempo. Ovviamente il limite grande della rete è la mancanza della relazione diretta, della relazione faccia a faccia, della complessità della relazione contestuale e in qualche modo il suo limite è quello di costruire una rete di relazioni che rimangono per definizione sempre suscettibili di essere sciolte da parte del soggetto che partecipa. 

Le potenzialità che si possono ritrovate in questo ambiente sono sicuramente elevate. Queste possibilità vanno compensate con i limiti laddove la persona che interagisce può sempre partecipare a un processo mantenendo un piede fuori da essa. 

Questo è sempre successo nelle relazioni anche faccia a faccia, lo facciamo tutti i giorni ogni volta che mostriamo una faccia e ne lasciamo altre nascoste o non impegnate. Però forse nelle relazioni dirette questa operazione è più difficile, mentre nelle relazioni di rete è più semplice e questo è un aspetto che credo non dev’essere sottovalutato. 

Quartiroli: In questi giorni mi ha particolarmente impressionato l’indifferenza delle risposte collettive rispetto alla tragedia degli immigrati morti in mare cercando di raggiungere le nostre coste e in generale sui temi del dolore. Sulla compassione, a pagina 265 lei scrive: 

Smobilitando i valori – visti come inutili impedimenti – e cavalcando la volontà di potenza, il capitalismo tecno-nichilista erode le basi della compassione e della capacità tipicamente umana del prendersi cura. 

Trovo la sua affermazione vera e mi interrogo sulla radice della mancanza di compassione. Riporto qui una frase di Mark Slouka tratta da War of the Worlds (Basic Books, 1995), uno dei libri facenti parte della prima ondata di critica alla tecnologia dell’era Internet: 

Il mondo fornisce un contesto, e senza un contesto, il comportamento etico è impossibile. Sono i fatti fisici della nascita e del dolore e del piacere e della morte che ci forzano e ci consentono di effettuare dei giudizi di valore: questo è meglio di quello. Il nurtimento è meglio della fame. La compassione è meglio della tortura. I sistemi virtuali, offrendoci una realtà separata dal mondo, dai limiti e dalla responsabilità della presenza, ci fanno intravedere un universo piuttosto amorale. 

L’ambiente tecnologico è di base disincarnato, dove il corpo ha un ruolo marginale, se non addirittura visto come un impedimento, analogamente a come lo considerava Cartesio nel suo metodo scientifico. Questa negazione del corpo ha radici più antiche della filosofia cartesiana che ha caratterizzato lo sviluppo scientifico degli ultimi secoli. Esso ha radici nella tradizione Giudaico-Cristiana che ha relegato il corpo in un ruolo lontano dal divino quando non fautore di peccato. Lei termina il libro parlando di ritorno alla nuda fede come antidoto alla perdita di senso ed auspica una fede aperta e non dogmatica.

Ritiene che il corpo possa essere riportato a nuova dignità e sana vitalità in questa fede, invece che lasciarlo solamente in gestione alla società del “plusgodere”? La cristianità, negando il corpo, ha negato a mio parere le basi stesse della compassione, che si attiva come processo integrato di corpo, empatia, emozioni, mente e valori divini presenti in ogni essere umano, che possiamo contattare tramite il nostro corpo. 

Magatti: Una delle tracce culturali del Novecento è questa ambigua, ambivalente riscoperta del corpo, contro anche la sua negazione nelle strutture culturali precedenti. Il problema è che lo sviluppo tecnico produce una nuova compressione della corporeità, fondamentalmente perché la tecnica ha bisogno di astrazione. Nel suo linguaggio costitutivo e nel tipo di condizioni che crea, queste devono essere sovracontestuali e basate sulla creazione della distanza. 

Questo genera una nuova riduzione dell’elemento corporeo, che sembra indebolirsi in particolare per quanto riguarda la relazione, quella faccia a faccia, e poi la relazione d’aiuto, la compassione. Io credo che il nostro tempo paga il grande scotto ad una concezione antropologica che coglie in maniera molto precisa una dimensione dell’essere umano, quella volontà di potenza a cui faceva riferimento Nietzsche, che è una forza molto complessa, naturalmente non solo negativa ma di difficile gestione, ma dimentica altre dimensioni antropologiche che sono ugualmente fondamentali. 

In particolare dimentica l’esperienza che noi facciamo degli altri attraverso quello che il volto d’altri ci esprime secondo Levinas oppure secondo Ricoeur attraverso quella che lui chiama benevolenza originaria, cioé questa attitudine dell’essere umano a intendersi, a trovare riconoscimento nell’altro e a prendersi carico reciprocamente delle proprie necessità. 

Tutte queste dimensioni si fondano anche su un’esperienza corporea diretta, faccia a faccia, e sono invece dimensioni che nella vita sociale organizzata vengono drammaticamente negate e sequestrate. Questo crea non solo dei danni dal punto di vista della psicologia individuale ma crea anche tutta una serie di problemi nelle relazioni interpersonali e nei mondi sociali che viviamo. E’ impressionante vedere che nel capitalismo tecno-nichilista sembra quasi fastidioso fare riferimento, parlare, di questioni che riguardano i temi della giustizia, della povertà, di chi sta peggio, ai temi legati a questa sensibilità che gli uomini hanno reciprocamente. 

Credo davvero sia un difetto di definizione antropologica che si traduce poi in assetti istituzionali e in modi di vita che ulteriormente indeboliscono questa attitudine. Da questo punto di vista a me sembra che una delle strade che anche istituzionalmente vanno battute è invece quella di dar credito a questa attitudine e di creare spazi, occasioni, conduzioni, stimoli, perché tutto questo non sia  dimenticato, negato, messo da parte, ma che possa invece esprimersi, compensare ed equilibrare gli aspetti distruttivi che la volontà di potenza lasciata a se stessa rischia di determinare. 

Quartiroli: Il nichilismo afferma la mancanza di significato e di valore di molti aspetti della vita. Il nichilismo emerge di tanto in tanto emerge nelle società occidentali in diverse forme. Lei afferma che il capitalismo contemporaneo, anche con l’importante ausilio della tecnologia, tende a frammentare, smontare e sciogliere qualsiasi significato di valore, lasciando solo la società del plusgodere.

 Mi interrogo sulle radici del nichilismo nella società occidentale e del perché spesso non si vede una prospettiva esistenziale, chiamiamola metafisica o spirituale, oltre le ideologie e il mondo della materia.
Mentre alcune tradizioni religiose in particolare orientali  prevedono per l’essere umano il raggiungimento di stati spirituali divini in questa vita e in questo corpo, nella tradizione Cristiana non si può diventare come Cristo, che è l’unico figlio di Dio e come tale, può essere al più imitabile tramite le nostre azioni virtuose, ma non raggiungibile come stato dell’essere, perlomeno nella vita terrena. 

Non mi stupisce che, di fronte all’impossibilità di raggiungere il trascendente, e di fronte all’intrinseca debolezza delle ideologie nel dare senso all’umanità, si insinui il nichilismo che annulla tutto quanto e ci si appoggia alle sole certezze del consumo e della materialità. 

Umanamente incapace di attendere un ipotetico Regno dei Cieli, l’essere richiede un qui e ora che gli è negato. Forse la volontà di potenza Nietzsche è in realtà il bisogno di sentirsi infiniti, che la società dei consumi rincorre come un miraggio sul piano materiale. 

Aurobindo scriveva: “Ogni finito si sforza d’esprimere un infinito che sente essere la sua reale verità”. In mancanza dell’”autentico” infinito trascendente, l’ego brama l’infinito sul piano mentale, che si attua a livello delle tecnologie, dell’informazione, della produzione, che danno la speranza di ottenere poteri divini (poter essere in ogni luogo contemporaneamente in rete, prolungamento della vita con la bioingegneria, gestione medica della vita e della morte, onniscienza con Google. ecc…). Qual è il suo parere a proposito? 

Magatti: Il punto sollevato è di portata capitale tanto da stare alla base di vicende secolari, che segnano nel profondo le diverse civilizzazioni. Non intendo, in questa sede,  prender posizione per il punto di vista nel quale sono stato educato e in cui mi ritrovo, che è quello Cristiano e occidentale. Su un punto però trovo una convergenza importante, e cioè che l’essere umano è il mediatore tra finito e infinito e il modo in cui tale mediazione viene giocata decide molte cose nella nostra vita concreta e negli assetti della vita sociale. 

Nella tradizione cristiana, la trascendenza costituisce la fonte ultima del desiderio, la spinta profonda che muove l’essere umano. Come scrive Severino, tutta la storia della modernità è segnata dalla pretesa di  ridurre tale trascendenza all’immanenza,  mediante l’applicazione sistematica della volontà di potenza all’ampliamento della libertà di scopo. 

Per quanto apportatrice di benessere materiale,  un tale movimento è destinato a creare molti problemi, come la storia che abbiamo alle spalle ci insegna. Ecco allora la soluzione cristiana che chiede di non chiudere mai questa frontiera  ma di tenere sempre aperto lo sguardo sull’infinito. 

Il capitalismo tecno-nichilista è un sistema che vuole basarsi su una immanenza-immanente, asservita ai sistemi di potere che imprimono un cambiamento continuo. Anche se si presenta senza pretese, il capitalismo tecno-nichilista è una visioone del mondo e della storia, In qualche modo è un sistema religioso. 

Smascherare questa pretesa è il primo passo per la riapertura del discorso sulla libertà e sulla felicità. 

Mauro Magatti. Libertà immaginaria. Le illusioni del capitalismo tecno-nichilista ,Feltrinelli, Milano, 2009

 

 

 

2 commenti su “Il capitalismo tecno-nichilista, intervista con Mauro Magatti

  1. Ennio ha detto:

    Se ho capito bene, l’uomo nel suo incedere temporale è sempre chiamato a dare risposte rispetto al suo bisogno di essere rassicurato, prima c’erano le religioni metafisiche ora l’attenzione sembra spostarsi su oggetti fisici, averli disponibili o desiderarli non ha mutato il rapporto uomo/libertà, ma sono cambiati gli addendi ?

    • sentierierranti ha detto:

      @Ennio.
      La libertà è una pre-condizione difficilmente assolutizzabile in un sistema quale quello bio-politico che ci struttura nel senso (quindi in quella dimensione che contraddistingue, inclinandole, le nostre prese di posizione) dalla “culla alla cassa”. Credo che soltanto adeguate “tecniche del sè” permettano quell’incontro con la vacuità virtuale che siamo che può permettere una presa di distanza rispetto a quanto siamo indotti a vivere perchè inscritto nella nostra carne (e mente) dalla nascita.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...