Richard Powers, Il fabbricante di eco di Richard Powers, Mondadori 2008. Un’intervista

Neuroscienze,  natura molteplice e illusoria dell’io, il rapporto tra percezione della propria identità e sentimenti contraddittori per il prossimo, e poi catastrofi ecologiche prossime venture, natura ancestrale dell’uomo, speculazioni edilizie, sindrome delle torri gemelle, insincerità, maschere, uso degli altri a fini di autoconsolazione, mercato editoriale, tutto questo e molto altro ancora è il mondo “creato” da Richard Powers ne “Il fabbricante di eco”.

Presentiamo il romanzo attraverso le parole dell’Autore.

VALERIA GENNERO INTERVISTA RICHARD POWERS

Dal quotidiano “Il manifesto” del 15 luglio 2008 col titolo “RichardPowers. Lo specchio di un trauma collettivo”.
Nel Febbraio del 2002 Mark Schluter, un operaio di ventisette anni, rimane coinvolto in un grave incidente stradale a Kearney, in Nebraska. Quando si risveglia dal coma Mark e’ convinto che sua sorella Karin, che da settimane lo assiste in ospedale, sia stata sostituita da una sosia….questo il folgorante inizio del romanzo di Powers che qui l’Autore ci introduce attraverso quanto detto in quest’intervista.

– Valeria Gennero: All’inizio del romanzo scopriamo che Fabbricante di eco (Echo Maker) e’ il nome che alcune tribu’ indiane assegnavano alle gru in virtu’ della potenza del loro verso. Come mai ha scelto di attribuire a questi uccelli un ruolo cosi’ centrale nel romanzo?

Richard Powers: In alcune tradizioni le gru sono considerate una specie di divinita’, incaricate di trasportare le anime, proprio a causa del modo in cui il loro verso sembra rimbombare dal profondo. Il nome indiano ci invita a riconoscere in questi animali un’eco dell’intelligenza umana e dei meccanismi della coscienza. Nel corso del romanzo infatti il titolo si affranca dal riferimento iniziale alle gru per suggerire invece che la creazione di eco e’ alla base dell’attivita’ cerebrale, l’eco ostante del mondo che i nostri cervelli creano e in cui noi viviamo.*-
 
Valeria Gennero: Il parallelismo tra la coscienza umana e quella animale e’ qualcosa che i personaggi del romanzo arrivano a cogliere gradualmente. Gerald Weber, lo scienziato, e’ quello che fa piu’ fatica a riconoscere nel comportamento delle gru la presenza di un segreto che lo riguarda.
 
Richard Powers: Si’, e’ Karin a mostrarglielo, quando di fronte alle centinaia di gru confluite sulle rive del fiume gli dice “Lo vedi? Tutto danza”. Ed e’ allora che Gerald, fissando lo sguardo in quello di una gru, si rende conto delle affinita’, spesso negate, con le altre forme di vita. Chiunque abbia mai guardato negli occhi un altro essere senziente e abbia intravisto la presenza di qualcosa di riconoscibile pur nella sua assoluta differenza ha gia’ provato in parte il senso di straniamento, lo stato di disidentificazione (o sindrome di Capgras) che costituisce la metafora centrale del romanzo. Quello che Weber osserva, venendone a sua volta osservato, e’ un altro genere di eco: forme ancestrali di intelligenza che sono ancora in noi, i fondamenti evolutivi del nostro cervello. Il problema e’ che queste strutture sono seppellite dentro di noi, sommerse da strutture corticali piu’ recenti, di livello “piu’ alto”, che ci rendono incapaci di comunicare non solo con gli animali, ma anche con una gran parte di noi stessi.
 
Valeria Gennero: Leggendo Il fabbricante di eco si ha l’impressione che l’identita’ non possa essere se non una forma di autoinganno.  E’ d’accordo?
 
Richard Powers: Il problema e’ che noi ci consideriamo integri, coerenti e continui. Pensiamo che l’immagine che ci facciamo del mondo esterno sia immutabile, attendibile. Ma non siamo gli stessi neppure da un momento all’altro, da un avvenimento a quello successivo. Ogni contatto ci cambia. Mettiamo in scena noi stessi in modo diverso ogni volta che incontriamo qualcuno. La neuroscienza contemporanea ci spiega che il cervello e’ un parlamento rumoroso e caotico, in cui si fronteggiano senza pausa centinaia di sottosistemi neurali. Il lavoro della coscienza e’ quello di creare, da quel baccano scoordinato, un’illusione di continuita’ e solidita’. Il se’ ‘un’improvvisazione sempre fluida. Un’interruzione tra due sottosistemi cerebrali puo’ rovesciare l’intera costruzione della realta’: le persone perdono la capacita’ di identificare oggetti familiari. Non riescono piu’ a individuare la differenza tra due volti, non sanno se le mele sono piu’grandi o piu’ piccole di un pallone. In alcuni casi negano che il loro braccio sinistro gli appartenga, in altri sviluppano la convinzione che le loro case siano state sostituite da copie perfette. Certi pazienti credono di essere ciechi mentre non lo sono, oppure al contrario non ammettono una cecita’ conclamata. Tuttavia, anche senza che siano presenti delle patologie cerebrali, ognuno di noi sperimenta in forma lieve sindromi analoghe come parte del funzionamento regolare della coscienza.-
 
Valeria Gennero: Ma esiste, secondo l’idea che ha derivato dalle sueletture, la possibilita’ di pacificare questo parlamento rissoso? E’ possibile individuare dei punti fermi, dei valori di riferimento?
 
Richard Powers: In un certo senso si’. Se, come dicevo, i nostri se’ sono in parte il prodotto di un’interazione che ci vede protagonisti insieme agli altri e per mezzo degli altri, allora forse e’ solo attraverso la coesione sociale e il contatto che noi siamo messi in condizione di creare triangoli e dunque di stabilizzare provvisoriamente il nostro Io nel flusso ininterrotto delle narrazioni. Detto in modo piu’ romantico:l’interdipendenza umana e l’amore ci richiamano ai se’ che non smettiamo mai di perdere.
Valeria Gennero: I tre protagonisti pero’ con il passare dei mesi sembrano sempre piu’ convinti che non sia in effetti possibile entrare in contatto con gli altri esseri umani. Alla fine abbiamo l’impressione che la distanza tra la patologia di Mark e la “normalita’” di Karin e Weber sia come cancellata, e che ognuno si ritrovi imprigionato nella propria gabbia percettiva.
 
Richard Powers: Tutti i personaggi scoprono che ogni narrazione del se’ e’ una finzione, si accorgono di essere rinchiusi nelle loro camere d’eco interiori. Eppure qualcosa e’ cambiato, si sono trasformati a vicenda. Hanno rinunciato al loro senso di continuita’ e di integrita’ personale per abbracciare invece questo flusso ininterrotto di negoziazioni che avvengono non solo dentro ognuno di loro ma anche tra di loro. Noi non siamo quello che pensiamo di essere, e non possiamo sapere che cosa significa essere intrappolati nella stanza chiusa della coscienza altrui. Eppure proprio questo rovesciamento di prospettiva e’ il punto di partenza per dare senso alle cose che facciamo. C’e’ una vecchia barzelletta americana in cuiqualcuno racconta a un amico: “Mio fratello e’ pazzo, pensa di essere unagallina”. L’amico gli risponde: “Perche’ non lo porti da uno psichiatra?”,al che il narratore risponde: “Non posso, altrimenti poi le uova chi me le fa?”.
 
Valeria Gennero: Quella personale non e’ pero’ l’unica configurazione identitaria ad apparire in crisi. In un’intervista lei ha raccontato comesia diventato difficile, dopo il Patriot Act e Abu Ghraib e Guantanamo,riconoscersi in un’America sempre piu’ difficile da conciliare con l’idea di democrazia.
 
Richard Powers: Non e’ un caso che la vicenda narrata nel Fabbricante di eco abbia inizio subito dopo gli attacchi alle torri gemelle e si concludacon l’invasione dell’Iraq. La storia della sindrome da misidentificazione di Mark Schluter diventa, se non proprio una metafora di questa lunga fase didefamiliarizzazione della sfera pubblica statunitense, almeno un suo riflesso: un esempio di quanto sia facile persino per la coerenza narrativa di un’identita’ pubblica e condivisa – religiosa, familiare, nazionale -ritrovarsi in mille pezzi. Cosi’ come accade a molti di coloro che sitrovano oggi a vivere negli Stati Uniti, tutti i personaggi del romanzo provano quotidianamente un forte senso di disorientamento politico. E’ un po’ come quando Mark dice: “questa donna assomiglia a mia sorella, parla come mia sorella, si muove come lei, eppure io non sento nulla per lei”: l’assenza di emozioni porta Mark a credere che Karin sia in realta’ unasimulatrice, coinvolta in un complotto ai suoi danni. Allo stesso modo, vivere nell’America di Bush spesso mi fa venire in mente i sintomi del Capgras: “questo sembra il mio paese, parla come il mio paese, si comporta come se fosse il mio paese eppure e’ un posto che non riesco piu’ a riconoscere. Non puo’ che trattarsi di un’impostura, dev’esserci stata una sostituzione”. Gli Stati Uniti sembrano oggi, a giudicare dalle loro azioni unilaterali all’estero, vittime di un autoinganno persistente che li ha separati dalla famiglia delle nazioni. In questo senso il libro e’ anche l’esplorazione di una derealizzazione collettiva. La mia speranza e’ che il commento di Luria che ho scelto come epigrafe del romanzo “Per trovare l’anima e’ necessario perderla” – sia valido, oltre che per l’identita’ personale, anche per quella nazionale. E che l’America sia finalmente sul punto di intraprendere il lungo e difficile cammino per ritrovare la propria anima.
 

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