Buzzati Dino, Il deserto dei tartari Mondadori Milano, pp. 202

di Emanuela Catalano

Pubblicato nel 1940, Il deserto dei Tartari fu il romanzo che segnò la consacrazione di Dino Buzzati tra i grandi scrittori del Novecento italiano.

Il deserto di cui si fa menzione sin dal titolo dell’opera rappresenta la metafora della condizione umana ed esistenziale in generale e simboleggia il profondo stato di solitudine nel quale si trova a dover vivere l’uomo. Condizione che ognuno di noi esperisce sulla propria pelle e che ci accomuna tutti. L’idea – nelle intenzioni dell’autore – era quella di sottrarsi a quella routine apparentemente senza senso e che sempre continuamente ritorna che è la vita degli uomini, una monotonia che la porterebbe a consumarsi, ad esaurirsi senza che se ne abbia sentore né la minima consapevolezza. Pochi sono coloro che si accorgono del fluire ineluttabile del tempo verso la sua fine, che secondo l’accezione greca del termine telos, può anche esser intesa come suo fine precipuo: in ultima istanza: l’incombere della morte ed il nostro non poter sottrarci ad essa. Si può tentare di procrastinare il tempo, di rinviare il momento, posticipare l’evento ma tutti prima o poi soccombono.

A questo punto, non si può fare altro che prenderne atto e decidere se non il proprio destino e la propria fine per lo meno le modalità nelle quali starci dentro.

È nell’intento di contravvenire a questo assioma che l’autore intraprese la trascrizione di questo romanzo:

  « Probabilmente tutto è nato nella redazione del Corriere della Sera. Dal 1933 al 1939 ci ho lavorato tutte le notti, ed era un lavoro piuttosto pesante e monotono, e i mesi passavano, passavano gli anni e io mi chiedevo se fosse andata avanti sempre così, se le speranze, i sogni inevitabili quando si è giovani, si sarebbero atrofizzati a poco a poco, se la grande occasione sarebbe venuta o no, e intorno a me vedevo uomini, alcuni della mia età, altri molto più anziani, i quali andavano, andavano, trasportati dallo stesso lento fiume e mi domandavo se anch’io un giorno non mi sarei trovato nelle stesse condizioni dei colleghi dai capelli bianchi già alla vigilia della pensione, colleghi oscuri che non avrebbero lasciato dietro di sé che un pallido ricordo destinato presto a svanire. »
  (Dino Buzzati in un’intervista premessa all’edizione degli Oscar Mondadori 1966)

 

  « Così è nato Il deserto dei Tartari, il personaggio di Giovanni Drogo: lezione di dignità, di decoro, di antiretorica, severa come un’epigrafe, dentro un tempo che non si sgretola »
  (Alberico Sala al termine della precedente intervista, Oscar Mondadori 1966)

Il romanzo segue tutta la vita di Giovanni Drogo, dal momento in cui questo, ventunenne pieno di ambizioni, arriva alla Fortezza Bastiani, sua prima destinazione dopo la nomina a tenente. La Fortezza, ultimo avamposto ai confini settentrionali del regno, domina la desolata pianura chiamata “deserto dei Tartari”, un tempo teatro di rovinose invasioni da parte dei nemici. Il deserto che richiama il nome di un’antica popolazione indica in realtà il pericolo tenuto costante dalla preoccupazione di eventuali incursioni nemiche e straniere, è una landa che si trova a nord della Fortezza e di cui una leggenda dice che fosse appunto abitata dai Tartari; tuttavia i Tartari non erano mai arrivati. E da molti anni nessun attacco era più giunto da quel fronte, ragion per cui la Fortezza, svuotata ormai della sua importanza strategica, era rimasta solo una costruzione arroccata su una solitaria montagna, e di cui molti in paese ignoravano persino l’esistenza.
Dimenticata da tutti, essa continua tuttavia a vivere secondo le norme ferree che regolano le istituzioni militari, ed esercita sui suoi abitanti una sorta di sortilegio che impedisce loro di abbandonarla. Un mondo altro potremmo dire, una dimensione alternativa, nella quale la vita ed il tempo scorrono paralleli senza che nessuno apparentemente ne sappia nulla o finga di non conoscere I militari che la abitano sono, infatti, animati e sorretti da un’unica ed inconfessata speranza: quella di vedere apparire un giorno all’orizzonte, contro le aspettative di tutti, i nemici. Fronteggiarli, combatterli, diventare degli eroi, appagare il loro desiderio di fama, gloria ed onori terreni: sarebbe questa l’unica via per restituire alla fortezza la sua importanza, per dimostrare il proprio valore ed, in ultima istanza, per dare un senso agli anni trascorsi in quel luogo lontani dalla vita e dagli affetti di un tempo.

Anche Drogo, che pure si proponeva di rimanere alla Fortezza per pochi mesi, ne rimarrà affascinato, dalle rassicuranti e pigre abitudini che vi scandiscono il tempo, dalla speranza di una futura gloria che lo porterà ad investire i suoi vent’anni, e poi la sua intera vita, in una speranzosa, e infine rassegnata, attesa. Ciò che domina in particolar modo è la certezza di non poter più tornare indietro. Sin dalla sua prima licenza, dopo quattro anni di permanenza, Drogo sentirà un senso di estraneità e di smarrimento nel ritornare al suo vecchio mondo, ad una casa che non può più dire sua, ad affetti a cui scopre di non saper più parlare.

Nell’attesa della “grande occasione” si strugge e consuma così la sua vita e quella dei suoi compagni; su di loro trascorrono, inavvertiti, i mesi, poi gli anni. Drogo vedrà alcuni dei suoi compagni morire, altri lasciare la fortezza ancora giovani o ormai vecchi. Fino alla beffa finale: proprio nei giorni in cui i nemici, finalmente, avanzano verso il confine, Drogo dovrà lasciare la Fortezza, indebolito da una malattia che non gli consente di proseguire oltre la vita militare. La morte lo coglierà solo, in un’anonima stanza di una locanda di città, ma non in preda alla rabbia e alla delusione. Egli, infatti, crederà di riconoscere, nei suoi ultimi istanti di vita, la sua personalissima missione, l’occasione per dimostrare il suo valore che aveva atteso per tutta la vita: affrontare la Morte con dignità, “mangiato dal male, esiliato tra ignota gente”. Drogo non ha quindi centrato l’obiettivo della sua esistenza ma ha sconfitto il nemico più grande: la morte.

In chiave allegorica, il significato del libro è compendiato da un’acuta riflessione da parte del protagonista, in quella notte che egli definisce come la notte in cui ebbe inizio “l’irreparabile fuga del tempo”. Mentre durante la giovinezza si avanza con calma, sotto gli sguardi incoraggianti e gioiosi degli adulti che indicano la strada per “arrivare”, giunge un momento in cui ci si domanda se per caso non si è già arrivati. All’improvviso qualcuno chiude un cancello alle nostre spalle e non si può più tornare indietro.

“Così si svolgeva a sua insaputa la fuga del tempo”.

Il tempo che sembra essersi fermato, l’abitudine, la solitudine, il sentimento di impotenza, il senso di estraneità che subentra nel momento in cui si fa ritorno a casa dopo molto tempo, la consapevolezza che la donna di cui ci si credeva innamorati è in realtà divenuta un’estranea, il sentirsi straniero nella propria città”, sono tutti temi che ricorrono nel libro, assieme alla tenace e caparbia attesa di un improbabile evento che possa finalmente conferire senso all’esistenza e alla quotidianità, fino allo sgomento supremo provato dinanzi all’unica certezza veramente tale: la morte, l’unica capace di conferire senso e dignità a tutto ciò che si è vissuto consentendoci finalmente di uscire dall’impasse nella quale si credeva di essere precipitati.

“Il maggiore Drogo sentì che il duro carico dell’animo suo stava per rompere in pianto. Proprio allora dai fondi recessi uscì limpido e tremendo un nuovo pensiero: la morte.”

“Gli parve che la fuga del tempo si fosse fermata, come per rotto incanto.”

“La vita dunque si era risolta in una specie di scherzo, per un’orgogliosa scommessa tutto era stato perduto.”

“… perché forse era davvero giunta la sua grande occasione, la definitiva battaglia che poteva pagare l’intera vita.”

Frutto di bizzarre ed assurde coincidenze, guidate da forze oscure, talvolta malevoli ed imperscrutabili, la vita giunge così al suo termine. Il tempo si è consumato, ed il viaggio è concluso. A nulla valgono i ricordi ed il rammarico degli anni perduti, rimane la solitudine nel momento più cruciale, la dipartita dell’anima dal corpo, il trapasso definitivo dopo aver atteso tutta la vita un evento che non è mai accaduto Poi nel buio, un sorriso, sebbene nessuno lo veda.” L’unica vera battaglia che Drogo abbia mai combattuto – la morte – è stata infine vinta. 

Dino Buzzati,  Il deserto dei tartari Mondadori Milano, pp. 202, € 8,40

 

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