SENSO e VALORE in NIETZSCHE secondo DELEUZE

di Fabio Milazzo

 

Lo stile deve dimostrare che si crede ai propri pensieri,

che essi vengono non solo pensati ma anche sentiti

F.Nietzsche

 

 

In “Nietzsche e la filosofia” (1962) Deleuze afferma che la filosofia novecentesca (almeno quella a lui presente in quel momento…) “vive” di Nietzsche anche senza esserne consapevole.

L’affermazione nietzschiana secondo la quale non esisterebbero i “fatti” ma soltanto le “interpretazioni” è di una radicalità assoluta. Tutto il pensiero Novecentesco si è, infatti dovuto confrontare con l’ipotesi secondo la quale non esistono cose, fatti, sostanze o avvenimenti ma soltanto interpretazioni di interpretazioni, in un processo senza fine.

Deleuze, situandosi in una prospettiva che riconosce “valore” alla tesi sopra indicata,  tra i primi, “offre” dignità filosofica ad un autore, per l’appunto Nietzsche, ignorato in quanto accusato di dare “spazio” ad un pensiero poco filosofico, estetizzante, ir-razionale. Un pensiero che mette sotto accusa la possibilità stessa di fondamenti, principi, idee, universali e necessarie , non può non far “tremare” il polso a quanti, per abitudine o pigrizia intellettuale, sono abituati a dare per “scontata” la modalità di pensiero fin lì attuata. Una modalità che “pensa” l’essere come sostanza posta di fronte all’osservatore, “dimenticando” che l’osservatore “fa parte”  di quell’essere che ha la pretesa di indagare. In altre parole il grande interrogativo “urlato” da Nietzsche è: da quale “punto” di osservazione il soggetto “costruisce” le procedure discorsive  (questa è la lettura esplicitata dal Nietzsche di Foucault) che ha la pretesa di definire “universali”?

Il bersaglio polemico più o meno esplicitato dell’opera Nietzschiana è, secondo Deleuze, Hegel e il suo procedere argomentativo basato sulla “dialettica”.

Quest’ultima “vive di opposizioni perché ignora i ben più sottili e sotterranei meccanismi differenziali”. Il lavoro del “negativo” (per dirla con Green) orienta l’affermazione in un “gioco di specchi” in cui a venir sacrificata è la polifonia delle differenze, “vera” matrice del Reale che è sempre al di là delle nostre simbolizzazioni (Lacan).

La “grandezza” filosofica dell’autore di “Umano, troppo umano”, consisterebbe, per Deleuze,  nell’aver introdotto i concetti di SENSO e di VALORE. 

Che valore dare a questi due concetti? In che ambito collocarli? Qual è il loro “luogo?

Nietzsche mette in discussione, non negandolo, il concetto di verità come adequatio tra le proposizioni e la realtà presunta oggettiva. Questa valenza del concetto  egli la giudica troppo semplicistica, banale, paradossalmente “poco vera” in quanto in-fondata, cioè priva di fondamenti.

 Le nozioni di “vero” e “falso”, deriverebbero da “necessità” evolutive legate alla necessità per la specie umana di costituire un mondo ospitale capace di “accoglierlo”.

Cosa vuol dire? Possiamo dire che, per Nietzsche, i fondamenti che danno possibilità esistentiva ad ogni nostra affermazione sulla realtà, lungi dall’essere considerati come “punti di partenza” necessari da cui lanciarsi per “costruire” discorsi, devono, proprio alla luce di un’esigenza veritativa, essere ricondotti alla loro origine “vitale”, pulsionale, concreta, legata cioè alle esigenze vitali.

I bisogni della specie, causa “obliata” di ogni “pensare”, caratterizzerebbero quello che Deleuze definisce come il pensiero dogmatico.

Quest’ultimo reificato nella presunta ricerca del vero è contraddistinto da tre presupposti fondamentali:

a) Il pensiero desidera e cerca per sua costituzione il “vero”.

b) In questa ricerca disinteressata il pensiero deve combattere con forze a lui esterne: le passioni in primis e il corpo nel suo aspetto carnale e viscerale.

c) Per aggirare i condizionamenti esterni il pensiero deve servirsi di un “metodo” capace di configurare la ragione sulla dimensione dell’essere universale.

A questi tre postulati Nietzsche controbatte  con l’affermazione : “il pensiero non pensa mai di per se stesso, non più di quanto trovi di per se stesso il vero”.

         L’insieme delle procedure veritative che “significano”  un pensiero devono essere cor-relate e valutate (senso e valore) in ordine a quelle esigenze vitali,  a quelle forze, a quegli scarti, a quelle pulsioni che indirizzano il pensare “questo piuttosto che quello”.

Nessun atto di pensiero avviene “liberamente”. Condizioni necessarie per qualsiasi indagine sul reale sono quell’insieme di pre-supposti che guidano e offrono una direzione, un limite, un orizzonte.

Il pensiero dogmatico si regge, quindi, su un non detto: siamo noi ad offrire “predicati” alle cose; quei predicati che le cose non hanno. Questo significa dis-conoscere  le “cose in quanto sostanze”.

L’errore di considerare le cose denotate di predicati in sé deriverebbe da una “dimenticanza”, un oblio. Quest’oblio, come più volte afferma Nietzsche, è originato da una necessità esistentiva per l’uomo che  deve “addomesticare” quel flusso assoluto che è il Reale. (scorgiamo l’importanza di questa posizione per l’Antropologia Filosofia del XX secolo, in particolare per Gehlen).

Il mondo delle cose, il mondo permanente degli oggetti, risponde ad un nostro “ineliminabile bisogno”. Certo, quest’invenzione è necessaria per la vita. “L’esistenza che volesse organizzarsi sulla verità ultima del flusso assoluto verrebbe distrutta” (Perissinotto). I nostri organi sono modulati sull’errore anche se la ragione, di per sé autoreferenziale,  permette di intravedere questo velo di Maya.

Il mondo non è logico ma ci appare tale in quanto frutto di una nostra opera di logicizzazione, opera necessaria per vivere. La logica è il tentativo di rendere calcolabile, formulabile, secondo uno schema da noi posto, il Reale. E’ la modalità adottata per dominare il flusso caotico delle cose.

Il pensiero dogmatico, tipico di buona parte della tradizione filosofica dominante, quella “canonizzata”, concepisce il proprio procedere secondo modalità ricognitive, necessarie, universali e astratte.

“Vi sono pensieri imbecilli, discorsi imbecilli che sono costituiti per intero da verità”. Secondo quali spinte questi pensieri danno luogo alle loro verità?

Nietzsche ritiene debba essere compito imprescindibile della Filosofia quello di rispondere a questa domanda. Come? Attraverso la ri-costruzione  dell’insieme di bisogni, pulsioni, istinti, affetti e desideri attraverso i quali interpretiamo il mondo. In altre parole il “gioco di forze” che organizzano la “nostra” ricerca della verità.

L’uni-direzionalità del pensiero dogmatico procederebbe secondo necessità verso il vero. A questo procedere Nietzsche vuole sostituire la ricerca delle molteplici schegge originanti i diversi veri.

Ai due concetti, quelli di “vero” e di “falso”, non relativizzati come farebbe uno scettico, ma prospetticamente considerati, si sostituiscono così le nozioni di SENSO  e di VALORE.

Il senso di ciò che viene detto indica la semantica che orienta, pre-costituisce,  plasma, informa il come narriamo l’essere. IL valore indica la valutazione di colui che parla. La verità, in tale ottica, è strettamente correlata alla semantica che orienta il nostro esperire il mondo e ai valori (priorità) che scegliamo di far parlare.

I significati e le valutazioni, ovviamente, riguardano quell’universo pre-concettuale che ci costituisce in-consciamente.

A Nietzsche non interessa quindi discutere di vero e di falso ma di come si originano le singole verità.

Secondo Deleuze la filosofia novecentesca è Nietzschiana perché non avrebbe, in maniera più o meno esplicita, mai smesso di discutere di senso e di valore, ovviamente secondo accezioni molto diverse, al limite inconciliabili. IL senso di Freud e la concezione marxista del valore riguardano aspetti molto diversi eppure affini sul piano dell’immanenza a quelli trattati da Nietzsche.

Dopo la seconda guerra mondiale, lo spiritualismo, e certa teologia, cercarono di piegare il concetto di valore alle loro istanze più tradizionali. I valori, qui, dovevano orientare l’esser-ci secondo un conformismo che chiaramente si rifaceva a concezioni cosmologiche pre-Copernicane.

Secondo Nietzsche, i concetti di senso e di valore sono imprescindibilmente legati ad un’idea di filosofia quale critica radicale del mondo- così come esperito a livello semantico- e della società.

Questa modalità di fare filosofia ha fatto avanzare da più parti, poco informate, la critica secondo la quale il pensiero Nietzschiano rappresenterebbe una mera pratica demolitiva che una volta portata a termine lascerebbe un universo di significati ridotto ad un cumulo di macerie.

In Nietzsche (come in Deleuze), però, la critica è inseparabile da un processo creativo non meno radicale, spinto da quelle forze pulsionali imbalsamate dalle costrizioni e dai legacci lasciati in eredità da secoli di pensiero ridotto a mero strumento per le necessità evolutive della specie.  

Critica e creazione…

La filosofia “a colpi di martello” implica una “distruzione del riconosciuto” (Deleuze) in vista di una creazione dell’ignoto. Se l’oggetto dell’analisi filosofica viene a coincidere con la ricerca geneaologica, cioè dell’origine, dei valori che orientano il nostro processo di significazione, cioè la direzione verso la quale si indirizza il nostro procedere “conoscitivo” (ma qui viene ovvio pensare a quel Logos che si fa Ethos come indicato da Foucault), non c’è più posto per una Verità intesa come mera adequatio, quasi stesse ad attendere un cercatore capace di ri-conoscerla. Esiste un procedere veritativo che cerca di raggiungere “qualcosa” che sfuggirà sempre.

Il senso, in Nietzsche, come in Freud, non è da pensare secondo la modalità dell’essenza, detto altrimenti non c’è un qualcosa tipo un senso (o una verità) che deve essere scoperto, liberato dall’oblio, riutilizzato (qui è chiara la differenza con Heidegger…), esiste invece un campo di forze che danno senso al nostro battezzare veritativo alcuni simulacri che, reificati, diventano le Verità oggettive che crediamo a-temporalmente di “scoprire”.

In Nietzsche, e anche in Freud, come ricorda Deleuze , il concetto di senso rimanda ad una critica assoluta volta a scoprire (nel senso di ricostituire parzialmente) l’insieme di forze che originano la logica (qui intesa non secondo l’accezione “tecnica” di modalità del “corretto pensare” ma come “costruzione” del significato condiviso) del senso.

Il senso è un “effetto”,  un effetto prodotto, di cui si devono “scoprire” le leggi di produzione” (Deleuze). Quest’ultima citazione chiaramente mostra quanto il lavoro di scavo archeologico-genealogico portato avanti da Foucault sia “vicino” a questa modalità di “fare” filosofia.

Il senso è un effetto (non deterministicamente causale) di certe relazioni di potere, di sapere, di pratiche di soggettivazione (direbbe Foucault), di certe relazioni o pratiche culturali, di certe credenze, di certe angosce, di certe paure, di certi tabù, di certi desideri innominabili, di certi dispositivi, paradigmi, di certi effetti fisici (la fame e la libido generano più “senso” di tante analisi teoretiche…), di certe sensazioni tattili, sonore, visive.

La vecchia dicotomia tra uomo e Dio viene a perdere di senso, così come la relazione universale/particolare.  Esistono soltanto delle singolarità pre-individuali che esperiamo in base a “costruzioni di senso”.

L’io appare così una costruzione priva di senso non perché falsa ma perché incapace di esaurire la multiforme complessità semantica che il vecchio concetto obliava.

Il disordine o l’angoscia che segue la “perdita” delle reificazioni è l’altra “faccia” della possibile gioia creatrice.

“La filosofia deve creare modi di pensare” (Deleuze), nuove concezioni di ciò che “significa pensare”, creare concetti capaci di dare un “senso” altro ad un mondo che ha perso le essenze e che si sente orfano e narcisisticamente spinto a ripiegarsi sull’oggetto perduto…

Secondo Deleuze il praticare la filosofia è inseparabile dalla “critica”. Esistono, però, due modi di criticare. Si possono criticare le “false conoscenze”, le false verità”, le “false religioni”, le “false morali” come avrebbe fatto Kant nelle “sue Critiche”. Questo procedere lascia intatta l’idea di una verità/oggetto; c’è ancora un’ essenza della conoscenza, c’è ancora una morale, c’è una fede. Le essenze sono state liberate dallo “scavo” critico.

Un secondo modo di fare critica è quello di mettere in discussione le vere morali, le vere religioni, le vere conoscenze, i veri contenuti. Si criticano “le forme vere e non i falsi contenuti” (Deleuze). Si mostra l’origine differenziale delle forze costituenti le singole verità di senso. Il procedere genealogico mira alla “scoperta” di quei modi d’essere da cui si originano i valori e le valutazioni.

In tale ottica che “Dio sia morto” non ha nessuna importanza se il suo posto viene “preso” dall’uomo super-ente. Nietzsche si occupa di cercare di dare un nome a quelle relazioni che noi abbiamo cosalizzato dando loro il nome di Dio o di Uomo. Singolarità pre-individuali, vacuità…

Si mette in discussione la nostra immagine del pensiero, quella che organizza il nostro pensare, la vaga idea che abbiamo di ciò che significa pensare, dei “mezzi e degli scopi”. Il pensiero non è guidato da un io padrone del flusso mentale che lo attraversa: un insieme multiforme di forze lo attraversano determinandolo. Questi “segni” possono essere significati nella loro origine differenziale? Sì, se considerati come sintomi cui il medico-filosofo deve dare  un “senso”.

Il Nietzsche pensiero annulla il “vecchio stile”? No, come Schonberg non annulla Mozart…La storia della filosofia diventa qui un puzzle al suo stato pre-ordinato, i singoli filosofi vengono utilizzati per essere fatti “tessere” di un nuovo mosaico tutto da “pensare”. Le “tessere” più propriamente vengono ad essere i “concetti” di cui questo “modo” di fare filosofia si serve per risolvere “situazioni locali”, contingenze e singolarità semantiche.

Il vero avversario di questo procedere discorsivo è, come detto, il “pensiero degli imbecilli”. Quello di chi ritiene che il pensiero ami il vero e sia disinteressatamente indirizzato verso la sua ricerca. Ad essi Nietzsche sostituisce i concetti di Senso e di Valore, “pietre angolari” di un’ermeneutica dell’affettività, pratica infinita di delucidazione di quelle forze costituenti il pensiero.

2 commenti su “SENSO e VALORE in NIETZSCHE secondo DELEUZE

  1. […] [5] Come aveva compreso benissimo il Deleuze dei primi studi su Nietzsche; vedi: “Senso e valore in Nietzsche secondo DEleuze” su https://haecceitasweb.com/2010/05/30/senso-e-valore-in-nietzsche-secondo-deleuze/ […]

  2. […] il Deleuze dei primi studi su Nietzsche; vedi: “Senso e valore in Nietzsche secondo Deleuze” su https://haecceitasweb.com/2010/05/30/senso-e-valore-in-nietzsche-secondo-deleuze/ [6] F.Nietzsche, La volontà di potenza, trad.it. di A.Treves, riveduta da P.Kobau e M.Ferraris, […]

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