David Grossman, Ad un cerbiatto somiglia il mio amore, Mondadori Milano 2009. , pp. 781.

Israele. 1967. Avram, Orah e Ilan hanno sedici anni. I tre ragazzi si incontrano in un tetro ed insalubre ospedale di Gerusalemme, ai tempi della Guerra dei Sei Giorni. Nascerà tra di loro una profonda amicizia che li legherà indissolubilmente per tutta la vita. Orah ed Ilan si sposeranno mentre Avram scomparirà misteriosamente per tanti anni dalle loro esistenze, salvo poi ricomparire in un momento drammatico e profondamente mutato nell’animo e nel fisico.

Il titolo del libro, nella traduzione italiana, è tratto da un verso de Il Cantico dei Cantici e fa leva sul significato ebraico del nome Ofer che significa “cerbiatto”, allontanandosi da quello che nella versione originale suona come “Una donna in fuga dalla notizia”. Ofer sta svolgendo il servizio di leva, ma accetta di partecipare a un’incursione in Cisgiordania nonostante siano ormai i suoi ultimi giorni di ferma. Orah, sua madre, che dopo la separazione dal marito aveva progettato un viaggio assieme a lui per festeggiare la fine del servizio militare, decide a questo punto di partire ugualmente. La vera Sherazade è quindi lei, Orah la quale, nel corso della narrazione, terrà un diario per appuntare le sue impressioni ed i suoi ricordi.

La scrittura viene qui intesa come modalità di procrastinare nel tempo una terribile notizia ed esorcizzare le sue paure, nel corso di un viaggio intrapreso nel vano tentativo di sottrarsi all’evidente realtà che si palesa all’orizzonte, per sfuggire all’incubo di esser svegliata di notte dagli ufficiali israeliani che le annunciano la morte del figlio, rendendosi irreperibile qualora l’evento dovesse realmente accadere. È un gesto quasi superstizioso il suo, che mira a sovvertire le meccaniche e le logiche crudeli della realtà. Come se scappando ed appuntando su di un diario tutti i ricordi più intimi, ricostruendo e raccontando passo passo la storia di Ofer, ella potesse proteggerlo in un certo qual modo.

Nel romanzo, non si parla solo della distruzione della propria terra, bensì il vero Leitmotiv ruota intorno alla notizia più dolorosa e lacerante per una madre: la perdita del proprio figlio. Non ne ha ancora la certezza assoluta, ma quello che spinge Orah ad intraprendere questo viaggio ed in compagnia dell’uomo che si rivelerà essere il padre di Ofer e che fino a quel momento non volle mai sapere nulla di lui – Avram – è un triste presentimento, un’intuizione fulminea che si rivelerà devastante nel suo concretizzarsi ed attuarsi in realtà. Con Avram, l’amico “ritrovato”, nel corso delle lunghe notti e nei giorni che seguiranno, avrà modo di ripercorrere momenti della sua vita, ricordi apparentemente cancellati, dimenticati, che riaffioreranno, emozioni rinnovate che riemergeranno, sempre però accompagnata dall’ansia sorda di una perdita insopportabile. Insieme percorreranno a piedi una parte di un sentiero che si snoda per tutto il paese, a partire dal nord “là dove finisce Israele”, da quella Galilea dove ebbe invece inizio la storia del sionismo ai primi del Novecento e che, per loro, sarebbe stato “l’inizio di una vera e completa guarigione”.

È la voce di una madre quella che risuona e si dipana, una madre atterrita dall’idea che la attanaglia e turba di più, che ripensa al passato ed ai suoi sbagli, al suo desiderio di quiete, in quel suo ostinarsi a perseguire il tentativo di costituirsi una famiglia normale, apparentemente felice – ed è così che vivranno infatti per vent’anni in una sorta di estraniazione ed isolamento dal conteso politico e militare – mentre Avram è assente dalle loro vite per ragioni che si paleseranno solo nel corso della narrazione. È solo allo scopo di allontanarsi dalla sua stessa vita che intraprende questo viaggio dai molteplici significati: geografico, potremmo dire, nei luoghi in cui il figlio ha combattuto, a voler sottolineare una distanza fra lei e quella guerra; metaforico perché la sua esistenza, narrata sul filo della memoria con continui flashback e allusioni al passato testimonia della sua storia personale, del suo destino individuale ma al tempo stesso, oltre a simboleggiare la propria esistenza, il racconto rispecchia in realtà la diaspora del popolo ebraico condannato sin dagli albori della sua storia ad essere un popolo itinerante e senza patria. Ed è anche la storia dello stesso Grossman che durante la stesura del romanzo fu colpito dalla morte del figlio Uri che combatteva in Libano (2006). Ed infine è la storia di una speranza, la speranza di poter un giorno tornare in patria, in un paese che non sia più martoriato dai conflitti interni e dilaniato, lacerato dalle lotte interne. Grossman non riporta mai notizia degli avvenimenti con la freddezza ed il cinismo dei giornalisti, limitandosi a fare il conto dei morti annunciati: egli affronta caso mai il meccanismo, il modo in cui la politica e la storia entrano in una casa, sconvolgendo una famiglia qualunque, una madre qualunque, scardinandone la routine quotidiana ed i riti giornalieri, cercando di far vibrare le corde della nostra sensibilità raccontandoci il dramma dell’individuo singolo, attingendo a piene mani nell’umanità dei suoi personaggi con un misto di amore, dolcezza, infinito ed indicibile dolore. Il dolore di una madre, che non si rassegna a perdere un figlio, il dolore di un uomo che dopo anni ha sì cicatrizzato le ferite della guerra, ma non le sofferenze più profonde infertegli nella sua anima, il dolore per una terra che non offre ai giovani un futuro sereno. E amore. Attraverso il viaggio di Orah, Grossman canta l’immane e sconsolato amore per la propria terra dilaniata, un canto di speranza e di amore per le nuove generazioni.

Giungerà così il momento anche per Orah – e con lei tutte le madri del mondo nelle medesime condizioni – di tornare a fare i conti con la vita e con il presente che, tutt’intorno, preme inesorabile. Illustrandoci il dramma di una madre e di un’intera nazione, Grossman si rivolege ad ognuno di noi e torna con un romanzo mirabile che, pagina dopo pagina, si rivela una riflessione lucida e spietata sulla linea di confine che divide vita e finzione narrativa. Un testo in cui la forza della grande letteratura trova nuovo slancio nella verità del dramma personale di uno scrittore che, suo malgrado e per destino, è ormai diventato un simbolo ed una voce dei nostri tempi.

David Grossman, Ad un cerbiatto somiglia il mio amore, Mondadori Milano 2009. € 14,00, pp. 781.

di Emanuela Catalano

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...