Remo Bodei, Destini personali. L’età della colonizzazione delle coscienze, Feltrinelli, 2002, pagg. 421.

di Fabio Milazzo

Il tema dell’identità è uno dei baricentri intorno al quale si organizzano le riflessioni filosofiche odierne: filosofia, psicoanalisi e scienze della mente interpretando la declinazione soggettivista del pensiero moderno analizzano i fondamenti attravero la “lente” costituita dal sé.

Oggi che la metafisica, dopo i fasti della “Scolastica”, sembra essere un residuo da “manuale di Filosofia medievale”, il tema dell’Identità viene analizzato da un variegato insieme di saperi che, in forme e modalità diverse, hanno sostituito la classica “scienza prima”.

Premesso ciò, cosa possiamo dire del tema: Identità?

Indubbiamente, questo, è uno dei concetti che più orientano lo stare al mondo degli “occidentali”; in quest’ottica lo possiamo definire come uno dei fondamentali a-priori del “nostro” esperire la realtà.

Bodei, nello studio che qui presentiamo, definisce l’Identità come <<la capacità degli individui di aver coscienza di permanere se stessi attraverso il tempo e attraverso tutte le fratture dell’esperienza>>.

Nel testo di Bodei viene analizzato il concetto di Identità a partire dalla “decisiva svolta” impressa da John Locke, nel 1694, con il suo “Saggio sull’intelligenza umana”, fino alla contemporaneità, con la svolta neuro-scientifica.

La scelta di Bodei di iniziare da Locke viene spiegata puntualizzando come con questo autore avvenga una rivoluzione concettuale decisiva per lo sviluppo del pensiero occidentale. Infatti, con Locke, dall’idea di “anima” si passa a quella di “identità personale”.

Ma cosa comporta questa traslazione?

Il tramonto di una idea metafisico-religiosa, quella di anima, intesa come <<sostrato unitario e indivisibile>> capace di permettere la sopravvivenza delle esperienze dal singolo vissute nell’arco dell’esistenza.

La fine di quell’idea che garantiva la speranza nella sopravvivenza “eterna” ha comportato la necessità di ridurre le pretese ultraterrene in favore di una riduzione immanente che Nietzsche avrebbe identificato quale disposizione fondamentale dell’Übermensch.

E’ questa la posta in gioco, esaurientemente analizzata da Bodei, conseguente la “caduta dell’anima”.

Il concetto di “identità” è il correlato di questa “caduta” traumatica; un concetto che non nascendo da natali illustri non può che portare le stigmate della lacerazione, del distacco, della perdita.

Il testo di Bodei 8foto), che vuole essere una compiuta analisi della parabola compiuta dal concetto di identità nel suo progressivo venire meno, ripercorrendo per molti aspetti il destino dell’anima”, giunge alla frantumazione conclusasi con l’aporia semantica della “personalità multipla”, sorta di ibrida contaminazione tesa tra il molteplice e il singolare.

John Locke, il primo autore menzionato, cercò di garantire un residuo minimo di “sostanzialità”, a questo sostrato, facendo leva sulla memoria. La fondazione, in questo caso, rivela Bodei, sarebbe di tipo orizzontale, e la continuità sarebbe garantita dal permanere dei ricordi. In generale la tradizione anglosassone, cui Locke appartiene, condivide un’idea di coscienza, erede contemporanea dell’anima, come un qualcosa di rischioso, di “aperto”. Gli uomini costruirebbero il proprio sé, con fatica e rischio, nell’arco di un’intera vita. Hume, sempre su tale “scia” ritenne insufficiente l’idea Lockiana di memoria, giungendo ad affermare l’inconsistenza e l’artificiosità dell’idea stessa di identità, ridotta a mero fascio di rappresentazioni sensibili.

Attualmente, Bodei ne fa cenno, esponente di questa tradizione di pensiero è Derek Parfit, secondo il quale l’identità sarebbe un concetto “vuoto”, privo di sussistenza propria, secondo feconde e millenarie intuizioni tipiche delle civiltà indiane e cinesi.

La tradizione menzionata è “fronteggiata” da quella tedesca che ha in Kant uno dei suoi principali fautori. Secondo quest’ultimo, l’identità sarebbe una X, una “cosa in sé” indecifrabile. Fichte e gli altri idealisti si proposero di decifrare questa X.

Riuscire a simbolizzare la “caduta dell’anima” è il compito teoretico che le due tradizioni, da prospettive e secondo elaborazioni distanti, hanno portato avanti con tenacia e con coerenza giungendo a risultati interessanti che Bodei cerca di presentare con sistematica disomogeneità, privilegiando quegli snodi concettuali da lui ritenuti di particolare importanza.

Tra i tentativi che particolare riscontro hanno attualmente vi è quello delle scienze biologiche. Bodei, nella sua panoramica, analizza le configurazioni inerenti a queste costruzioni identitarie, non riducendole a mere coordinate biologiche ma cercando di mostrare come i singoli “stampi” genetici siano stati modellati dai contesti sociali, teorici e culturali. Ogni sostanza identitaria è così colta nel suo farsi, nel suo divenire storico, effetto di senso dalle riflessioni e dalle speculazioni di letterati, medici e filosofi.

Le attenzioni di Bodei sono particolarmente concentrate sulla fase di maggior frammentazione di questo “Io”, cui fanno seguito i tentativi “politici” di ricostruirlo <<rendendolo politicamente compatto e obbediente mediante una violenta invasione e colonizzazione delle coscienze>>.

Particolare attenzione viene dedicata alla fase che da Schopenhauer va alla prima metà del Novecento; durante tale periodo più acuta si registra la considerazione della coscienza quale illusione magmatica, realmente incapace di celare la natura polimorfa e frammentaria di un Io sempre prossimo alla follia. E’ il periodo in cui l’azione sinergica di diversi saperi, esemplificati dalle analisi dei medici-filosofi Ribot, Janet e Binet, nega l’unità della coscienza; a quest’ultima viene sostituita la molteplice pluralità dei diversi poli di coscienza, tutti friabili e sempre in bilico. Le analisi di Bodei si soffermano su alcune figure simbolo: Nietzsche, Bergson, Simmel, Pirandello e Proust; tutte tentano di descrivere questa instabile realtà colta nei suoi aspetti propositivi e tragici.

Questa fase è preludio, come dicevo, al successivo tentativo di addomesticamento delle coscienze, ridotte a meri “pezzi d’assemblaggio” utili alla costruzione del futuro soggetto massificato dell’epoca delle bio-tecnologie. Le Bon, Sorel , Mussolini e Gentile sono le intersezioni problematiche che Bodei ci presenta come paradigmi di questa “prima” fase di “colonizzazione” delle coscienze.

La seconda fase è quella in cui siamo immersi, quella del post-human , un individuo geneticamente modificato, fatto da tante parti intercambiabili, capace così di oltrepassare il destino biologico, correndo così il rischio di una sottomissione supina della coscienza, ridotta a mero software gestibile e configurabile con apposite pratiche di ingegneria sui generis .

Lungo tutte le pagine si coglie una preoccupazione, quella di individuare le modalità attraverso le quali il soggetto della contemporaneità, una volta <<educato alle procedure adottate dagli apparati di coercizione nell’attività di sagomazione>> e reso consapevole di quanto gli stampi anonimi lo costituiscano, può inventare la propria vita, il proprio irripetibile esserci.

Questa ansia, in un certo senso, è il tema che fa da sfondo alla trama dell’opera che, in ultima istanza, cerca di sollevare e interrogare queste preoccupazioni che poi sono quelle dell’epoca in cui viviamo. Bodei, da buon storico della filosofia, sa che le problematiche attuali sono comprensibili anche nel loro farsi, nel loro divenire storico. Un’opera  riuscita che  riesce a tratteggiare la tematica dell’Identità così come si è andata strutturando negli ultimi tre secoli mostrando l’attualità di un tema che sempre più si declina nel suo essere politico.

Remo Bodei, Destini personali. L’età della colonizzazione delle coscienze, Feltrinelli, 2002, pagg. 421, 14 euro.

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