Peter Brown, Povertà e leadership nel tardo Impero Romano, Laterza 2003

Il recente film dello spagnolo Amenabar, “Agorà”, su Ipazia, ha risvegliato un certo interesse, di nicchia certo, sul mondo che le periodizzazioni storiche catalogano come il “tardo antico”. Un’epoca che ricordiamo, soprattutto, per l’avvento della religio Cristiana a culto dapprima accettato e poi “santificato” dall’Impero Romano. Insieme a quest’elemento o, per meglio dire, in stretta correlazione, ci ricordiamo del periodo che va dal II sec. d.C. al V sec. d.C. per la fine dell’Impero Romano d’Occidente.
Agorà racconta  la storia di Ipazia di Alessandria, filosofa e scienziata pagana del 5° secolo dopo cristo, trucidata barbaramente da una delle tante sette cristiane presenti all’epoca. Ad istigarli fu il vescovo Cirillo, poi fatto santo.
Il film mostra chiaramente il “suo” intento anti-fondamentalista. I parabolani cristiani assomigliano troppo agli odierni talebani e la lapidazione cui è soggetta Ipazia non può non ricordarci tante barbare condanne a morte di donne nelle odierne teocrazie islamiche, solo per citare due elementi ben rappresentati nel film.
Detto ciò credo sia utile, nel momento in cui si cerca di “gettare” uno sguardo sul passato, cogliere quelle differenze che rendono il “già stato” veramente altro da ciò che ci circonda. Detto altrimenti, tali operazioni omologative sono, per principio, scorrette. Le “pratiche” che hanno concorso a disegnare uno qualsiasi degli “avvenimenti” del “già accaduto” sono irripetibili nel loro inter-relazionarsi, per questo riusciamo a cogliere del passato solo frammenti di senso che ri-significhiamo in un processo senza fine. Rappresentare, in altre parole, il Cristianesimo delle origini come un clichè per l’odierno movimento integralista musulmano mi sembra un’operazione retoricamente affascinante ma priva di alcuna valenza epistemologica. Detto questo bisogna ricordare che il film è un’opera d’arte che non necessita di alcun ancoraggio storiografico anche se, probabilmente, il messaggio che veicola agli spettatori acquista valore proprio per i presunti riferimenti storiografici.
Per quanti, invece, volessero cercare di problematizzare alcuni elementi rilevanti della multiforme realtà storica del Tardo Antico segnalo un testo di Peter Brown ancora in catalogo presso le edizioni Laterza: “Povertà e leadership nel tardo Impero Romano”. Il volume nei tre saggi in cui si struttura presenta l’emergere nella tarda società romana dei poveri come classe sociale distinta, nei confronti della quale la Chiesa cristiana dichiara di sentirsi particolarmente responsabile. Attingendo a fonti greche, latine, giudaiche, l’autore descrive la condizione dei poveri in epoca precristiana e la natura delle loro relazioni con la Chiesa. 
La problematica della povertà nel Tardo Antico è, secondo noi, una di quelle che devono essere messe sotto la “lente d’ingrandimento” se si vuol cercare di comprendere alcune delle condizioni che hanno permesso ad un gruppuscolo di sette, spesso in conflitto tra di loro, di unificare sotto un unico credo le genti del Mediterraneo. Un unico credo che, parafrasando Alain Badiou su Deleuze, potremmo dire era Uno per quanto si praticasse, in molteplici modi.
Peter Brown, Povertà e leadership nel tardo Impero Romano, Laterza, 2003, VI-225 p., rilegato, 25,oo euro.

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