Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, Feltrinelli Milano, pp. 299.

 

di Emanuela Catalano

1958. Viene finalmente dato alle stampe Il Gattopardo. Unico, grande, romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Il suo autore – morto l’anno precedente – ci lavorò assiduamente per quasi tutta la vita. Rifiutato da Einaudi e Mondadori, il testo conobbe un singolare destino e dovette aspettare anni perché gli venisse riconosciuto il giusto tributo. Molto tempo dopo la sua pubblicazione, Leonardo Sciascia – che della Sicilia è l’emblema, il lume poetico par excellence – ebbe a confessare: “Quando uscì Il Gattopardo, sentii un impeto di ribellione per il modo in cui l’autore descriveva la Sicilia, un’astrazione geografico-climatica in cui nulla accadeva, nulla poteva cambiare: lui proprio la consacrava alla immobilità. Ora, a distanza di anni, debbo constatare che aveva ragione. Ma il fatto che avesse ragione non mi porta a negare che le idee muovano il mondo. Soltanto alimenta un po’ il mio scetticismo”. Nelle parole pronunciate dal giovane Tancredi, “bisogna che tutto cambi, se vogliamo che tutto rimanga com’è”, è possibile cogliere questo senso di immobilità, assieme alla ferrea volontà a rimanere ancorati ai propri valori, tradizioni, nella consapevolezza che “dopo sarà sì diverso, ma peggiore”. Il Gattopardo rimane al di là di tutto innegabilmente un romanzo storico di alto livello, per dignità pari forse soltanto ai Viceré di De Roberto.

L’immagine che della Sicilia emerge dalla lettura è a dispetto di tutto quella di una Sicilia viva, nell’epoca del tramonto dell’era borbonica; l’inquietudine della fine si riflette nel suo protagonista, il principe di Salina, il quale ha ben chiara la consapevolezza di vivere a cavallo fra due epoche e ciò nonostante non si trova a suo agio in nessuna delle due. Dai “gattopardi” della vecchia classe aristocratica oramai in declino – di cui lo stesso Tomasi è fra l’altro rappresentante – classe da sempre restia alle novità proprio perché poco disposta a rinunciare ai propri secolari privilegi, agli “sciacalli” che li usurperanno dei loro averi e della “roba”, dall’aristocrazia alla borghesia mafiosa per intenderci – è questo il senso storico del romanzo: con tutta la malinconia, il disincanto e lo scetticismo che comporta la visione della fine di una classe sociale, e l’insorgerne di un’altra, altrettanto ingiusta e violenta della prima, ma nella quale dominano le ristrettezze e la miseria a dispetto della ricchezza che andava accumulando, incapace di accedere a quella che Talleyrand chiamava “la dolcezza del vivere”.

Le vicende si dipanano in un arco di tempo che dal 1860 ad arriva ai primi anni del Novecento, con la fine del regno borbonico, l’impresa garibaldina, l’ingresso della Sicilia nel regno d’Italia dei Savoia, in un fitto intrecciarsi di memorie genealogiche ed individuali, dalle inquietudini e nostalgie di un uomo della fine. Tutta la nobiltà siciliana era – all’epoca in cui è ambientato il racconto – concentrata a Palermo e vi risiedeva stabilmente, lasciando i vecchi castelli e le case di campagna agli amministratori, i cosiddetti “collettori”, “gabelloti” o mezzadri, i quali, grazie alle ruberie e alle usure esercitate sui padroni, adulandoli ed impaurendoli al tempo stesso, cominciavano ad emergere e con i quali la Sicilia fino a ieri, se non addirittura fino ad oggi, ha dovuto fare i conti. “Gli sciacalli e le iene”; in sostanza: i Calogero Sedara. Il principe, rifiutata l’offerta di diventare senatore del nuovo regno, proporrà la candidatura del padre di Angelica, il Sedara per l’appunto, tipico esponente gretto e meschino della borghesia in ascesa. Ne Il Gattopardo, l’aristocrazia siciliana trova nonostante tutto degli alibi esistenziali alle proprie colpe e responsabilità. Queste giustificazioni sono date dal clima ad esempio, dal paesaggio, dalla “indifferenza ai beni terreni per assuefazione”, dalla violenza dei sentimenti e delle passioni, dalla contemplazione assidua della morte, che delle passioni è la più estrema e forte, e quindi dall’amore e compassione di sé nei confronti della morte. Ogni speranza storica, ogni idea di migliorare e progredire, ogni ideologia è così definitivamente smarrita: ed è forse proprio in questo – nel crollo delle ideologie cui assistiamo – che possiamo cogliere il messaggio del romanzo. Immutabile è il destino dell’uomo siciliano; immutabile è anche, nell’atroce successione dei fatti che le idee muovono, il destino umano: un destino tutto da contemplare, fuggendo dalla paura della storia, che si accorda con la precarietà della vita ed il senso di infinità della morte.

La Sicilia storica ivi narrata funge dunque da preludio ed anticipazione all’idea di Sicilia come “modo di essere”: allo stesso modo, lo stato d’animo passeggero e cangiante, il paesaggio come trasposizione visuale e fortemente emblematica è segno di una condizione umana, di una storia, di un destino. Se ne può trovare il Leitmotiv in questa fase – in cui il solo trasalire dei personaggi che viaggiano in carrozza allude allo stato deplorevole delle strade siciliane e, al tempo stesso, concede loro una sorta di dondolante dormiveglia, un che di sognato, di onirico, condizione mirabilmente espressa dal principe di Salina, quando afferma che: “In Sicilia non importa far male o far bene: il peccato che noi siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di fare… Il sonno, caro Chevalley, il sonno è ciò che i Siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare, sia pure per portare loro i più bei regali […]. Le novità ci attraggono soltanto quando le sentiamo defunte”. Il guaio è che un simile discorso dimostra a tutt’oggi la propria validità e la sua sconcertante attualità. Quand’è che i Siciliano vorranno finalmente risvegliarsi dal loro sonno letargico e ridesteranno le proprie coscienze intorpidite dai troppi secoli di sonno?? 

Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, Feltrinelli Milano, pp. 299.

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