È con un misto di commozione e orgoglio che mi accingo oggi a recensire l’imponente libro di Lucia Barbera, frutto di dura fatica, lungo e meticoloso lavoro di ricerca, innumerevoli notti in bianco, immane passione e dedizione assoluta. L’opera colpisce per il tema trattato, un capitolo troppo spesso e molto volentieri “dimenticato” dalla storiografia tradizionale; non se ne trova infatti traccia né nei manuali di storia del liceo, se non in qualche breve appendice in calce ai capitoli, o ‘moduli’ per usare una terminologia oggi più in voga, né tanto meno l’argomento trattato della Barbera è frutto di studio serio e sistematico, indagine e approfondimento nelle Facoltà universitarie italiane. Fortunatamente numerosi studi e convegni stanno riportando in auge questo tema, specie a livello europeo, nella speranza che la conoscenza e la discussione di queste tematiche possano sensibilizzare la popolazione vis-à-vis di un argomento così delicato.
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Giovanni Arrighi e l’eterno ritorno del Capitale.
di Fabio Milazzo
I Cicli di accumulazione del Capitale.
“Crisi” è uno di quei termini che quotidianamente vengono fatti rimbombare nelle nostre orecchie e che, proprio per questo, spesso diventano “impercettibili” alle nostre strutture cognitive. Assumendo lo statuto di “rumore di fondo” non li si discrimina più percettivamente e cognitivamente.
Porre sotto attenzione questo “silenzio del rumore” equivale a significarlo, a riscoprirlo, ad indagarlo nelle sue componenti troppo spesso celate nelle pieghe dell’abitudine.
Crisi, capitalismo e finanza, sono termini che devono essere tratti fuori da quello stato di invisibilità dovuto alla “troppa visibilità”. Al pari della “lettera” di E.A.Poe queste parole ci si celano proprio perché ci stanno sempre davanti. Continua a leggere
Lucy Riall, Risorgimento. Storia e interpretazioni, Donzelli ed., Roma 2007, pagg. VIII-183.
Lucy Riall è una storica irlandese, insegna al Birkbeck College dell’Università di Londra, dove tiene la cattedra di Comparative History of Europe (19th to 20th centuries). I suoi interessi vertono sulla storia d’Italia, in particolare su quella del Mezzogiorno in epoca “Risorgimentale”. Come tanti altri studiosi prima di lei, pensiamo a H.Bresc, D.Abulafia, M. Aymard, solo per fare dei nomi, ha eletto il Sud d’Italia a baricentro gravitazionale dei propri interessi di storica. A differenza di altri, in mente ho soprattutto il nome di Denis Mack Smith, il suo lavoro non è viziato da quella distorsione concettuale che vizia tanti studiosi che si approcciano ad una galassia per molti versi “troppo” conosciuta ma per lo più attraverso “luoghi comuni” e categorie vacue.
Grado Giovanni Merlo, Streghe, il Mulino, Bologna 2006, pp. 105.
“Correva l’anno 1509…” è il titolo della rievocazione storica, tenutasi nella cittadina di Saluzzo, ai piedi del Monviso, nei giorni scorsi.
[« V’è un sol Monviso sulla terra, un solo gruppo di monti come quello, un solo Pian che s'agguagli di Saluzzo al piano » per dirla col Pellico].
La vicenda di Leonora, arsa viva per stregoneria, mi ha particolarmente colpita riportandomi alla mente un interessante studio del prof. Grado Giovanni Merlo, intitolato, per l’appunto Streghe e ambientato negli stessi luoghi.
La democrazia in Grecia. Storia di un esperimento politico.
di Giulia Domna
Il dibattito su democrazia, legge elettorale e partecipazione popolare è oggi di grande attualità e non credo sia inutile una veloce riflessione proprio sulle radici della democrazia stessa, che tradizionalmente facciamo risalire all’esperienza della città di Atene nel V secolo a.C. .
La democrazia ateniese è stato un esperimento politico unico nella storia, è proprio dalla polis che abbiamo imparato a fare “politica”: ma occorre chiarire subito che non basta dire demokratia (dal greco kratos “potere”, demos “popolo”) per fare paragoni tra ciò che intendiamo oggi per democrazia e quella ateniese.
Giochi di potere. Gladiatori e arte del governo nell’età Antica.
di Giulia Domna
Inoltre se la nona Aurora avrà portato ai mortali
il santo giorno e ricoperto il mondo di raggi,
indirò per i Teucri per prime le gare della flotta veloce;
e chi vale nella corsa a piedi e chi, audace per forze
o si presenta migliore nel giavellotto e nelle frecce leggere
o si fida d’attaccare uno scontro col forte cesto,
tutti sian presenti e s’aspettino i premi della meritata palma
Virgilio, Eneide, V, 65-70
A Drepanum, accogliente città sulla costa occidentale della Sicilia, Enea fa ritorno una seconda volta durante il suo peregrinare per celebrare il primo anniversario della sepoltura del padre Anchise, le cui ceneri e ossa si trovavano proprio in quella terra: il pius eroe celebra, secondo la tradizione, i riti funebri offrendo al padre dei giochi come munus, che significa “dono”, ma anche “dovere” nei confronti del defunto: una regata navale, la corsa a piedi, il pugilato, il tiro con l’arco, una parata equestre. Attraverso i ludi Enea e i compagni scaricano le tensioni accumulate durante il viaggio; l’atmosfera è festosa, la narrazione vivace e ricchi i premi in palio:
[…]tripodi sacri, verdi corone, palme come dono ai vincitori, armi e vesti ricamate di porpora, talenti d’argento e d’oro sacri [1].
Peter Englung, La bellezza e l’orrore. La Grande Guerra narrata in diciannove destini, Einaudi, Torino 2012, pagg.586.
Sin dagli anni immediatamente successivi alla fine del primo conflitto mondiale si andarono raccogliendo documenti, fonti, testimonianze relativamente agli eventi bellici appena conclusi. Giornalisti, politici, analisti e storici si diedero da fare per raccogliere un materiale immenso, una biblioteca borgesiana che spaziava dalle testimonianze di “prima mano” ai resoconti delle diplomazie, al fine di illuminare ogni aspetto del terrificante conflitto che aveva appena squassato il globo. Da allora, anche grazie a questo materiale, gli studi sulla Grande Guerra si sono accumulati nelle biblioteche offrendo, potenzialmente, un ritratto a tutto tondo di un’esperienza traumatica come poche per la civiltà mondiale.
La dittatura del Baronaggio. Nobiltà e Questione Meridionale in Sicilia.
di Fabio Milazzo
Lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d’infamare col marchio di briganti.
Antonio Gramsci, L’Ordine Nuovo, 1920.
La recente rievocazione del processo unitario nazionale ha avuto il solito seguito di polemiche relative alle modalità attraverso le quali il Regno Sabaudo ha realizzato l’Unità. Tra le polemiche, scontata quella sulla colonizzazione del Sud d’Italia. Libri, convegni e articoli hanno cercato di ridisegnare il fenomeno “unitario” contrassegnandolo attraverso la categoria “colonizzazione”. Il Meridione d’Italia sarebbe stato annesso al Regno governato dai Savoia e trattato né più né meno che una “colonia” abitata da individui ignoranti, incivili e incapaci di una vita sociale degna di questo nome. Questo perché, di fatto, la Sicilia risultava essere “un paradiso abitato da diavoli” (per citare Benedetto Croce ripreso da un bel libro di Nelson Moe). Questa la tesi di fondo dei tanti presunti revisionisti, poco informati storiograficamente e molto interessati al sensazionalismo.
Chiara FRUGONI, LA VOCE DELLE IMMAGINI. Pillole iconografiche dal Medioevo, Einaudi, Torino 2010, pagg. 328, euro 35.
di Fabio Milazzo
Qualche tempo addietro entrando in una chiesa in stile “romanico” del XV secolo mi trovavo ad osservare alcuni affreschi venuti alla luce dopo recenti lavori di restauro. Vi erano rappresentate scene di caccia, e tanti personaggi: frati, arcieri, soldati, mendicanti. Un tipico panorama medioevale. Colori sgargianti e luminosi: rosso, cobalto, indaco, porpora, bianco, nero.
Quella che riluceva davanti ai miei occhi era la scenografia che faceva da contorno alle funzioni religiose di un qualsiasi individuo del Quattrocento.
Riflettevo su quanto queste rappresentazioni potessero “occupare” l’universo mentale del paradigmatico contadino medievale venuto ad ascoltare la funzione religiosa. Considerando la lingua latina in uso durante le celebrazioni e l’analfabetismo medio dei tempi, non è difficile immaginare il ruolo “pedagogico” e formativo svolto dai cicli e dagli affreschi come quello dispiegato davanti ai miei occhi.
David Abulafia, Federico II. Un imperatore medievale, Einaudi, Torino 1990, pagg. 401.
di Fabio Milazzo
Un’Isola ricca di datteri, cotone, pelli, zucchero, seta e frumento duro. E poi terrazze, giardini, fontane, fiori e frutti. Da qui bisogna partire per cercare di capire l’enorme attrattiva della Sicilia medievale. Una terra contesa e desiderata.
David Abulafia, storico inglese autore di fondamentali studi sul Regno di Sicilia intorno al XII secolo, partendo da queste condizioni cerca di spiegare l’enorme e viscerale legame tra un “uomo del nord dai capelli rossi” e un’isola bollente al centro del Mediterraneo: Federico II e la Sicilia.
Su entrambi gli attori abbiano una ben solida tradizione che ha reificato l’immagine e la semantica.
Da una parte l’imperatore che “stupì il Mondo”, dall’altra l’Eden della convivenza.
Abulafia, nel pregevole saggio che recensisco, smonta e ri-significa buona parte di questa tradizione.







