Sulla poesia.

di Marco Nicastro

"Il compleanno" di Marc Chagall

“Il compleanno” di Marc Chagall

Non è questione semplice definire cosa sia o non sia poesia; in questo brevissimo contributo proverò a fornire qualche spunto assolutamente personale in merito. Nessuno degli elementi che proverò a indicare può considerarsi fondamentale per la qualificazione di un testo come poetico; di sicuro altri e altrettanto validi potrebbero essere individuati. Ciò che mi preme fin d’ora sottolineare, più che altro, è l’importanza delle combinazioni di questi elementi (più che dell’elemento singolo in sé), alla ricerca di un equilibrio che solo i poeti autentici riescono a raggiungere. Questo modo di mescolare i vari ingredienti di un testo poetico al punto giusto è secondo me qualcosa di magico, quindi di difficile a definirsi in termini logici e razionali. Spero quindi mi si possa perdonare la titubanza ad arrivare ad una definizione particolarmente incisiva dell’oggetto di questo ragionare; data la complessità del problema solo timidamente e senza assolutismi si può provare a dare qualche indicazione su cosa possa dirsi o non dirsi poesia. Continua a leggere

Marco Nicastro, Trasparenze. Poesie. Oèdipus Edizioni, Salerno 2013, pp. 63.

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di Nadia Centorbi

Il segno poetico  che  si  staglia  sullo  sfondo  di  una  numinosità  baluginante,  improvvisa e persino dolorosa nel suo rapido guizzo;  l’attonito  sfolgorio  dell’io che trascende  di  scorcio  una  nebulosità  sonnambulica ,  scortato  dall’attesa  di  una nuova  epifania,  proteso  all’assoluto  eppur  radicato  nell’incanto -disincanto  di  una più  che  heideggeriana  fenomenologia:  questi  i  Leitmotive  dei  versi  raccolti  in Trasparenze,  il  volumetto  di  poesie  di  Marco  Nicastro  pubblicato  da Oèdipus nel  2013.  Versi che sembrano levigati ed essenziali come ciottoli sul letto  di un fiume,  lambiti  ma non segnati dall’imperterrito fluire.  Versi nitidi nella loro essenzialità che tende ad atomizzarsi in una  forma  che  non  rischia  l’ermetismo  per  via  di  una concentrazione  centrifuga,  sempre  protesa  all’analogia  fulminea.  Versi ‘trasparenti’, appunto, irradiati da rivelazioni rapite in attimi estatici e condensate in immagini nebulizzate:  «Trasparenza  dell’essere  /  dinnanzi  al  nudo  sentire;  / squarci improvvisi di luce / lacrimano sulla nostra pace» (Barlume). Continua a leggere

Michele Serra, Gli sdraiati, Feltrinelli, Milano 2013, pagg. 108.

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di Emanuela Catalano

Già Freud sosteneva quanto fosse impossibile esercitare il mestiere di genitore, il quale dal canto suo doveva essere consapevole e convincersi di questa impossibilità. Al di là delle ideologie politiche, dei moralismi o paternalismi, vorremmo leggere l’ultimo libro di Serra per quello che è: un racconto sul travagliato rapporto tra padri e figli che rimane un nerbo scoperto della nostra cultura. Che si sia di destra o di sinistra, dopo le lotte sessantottine, che ne è dell’autorità del padre, o meglio cosa resta del padre, per dirla con Recalcati? Quello che emerge dalla lettura di questo testo è un’amara e al contempo ironica riflessione sulla difficoltà dei padri a capire i propri figli, perennemente interconnessi, con l’iPad, iPhone, pc, tv, cuffie, ecc., stravaccati su un divano in posizione – come recita il titolo – sdraiata. E gli ‘eretti’ cosa fanno nel frattempo? Li guardano, li scrutano, si interrogano in silenzio sul perché di questa mancanza di dialogo, sulla non conoscenza dei propri figli che ci porta a percepirli talvolta come estranei. Continua a leggere

Antonio Scurati, Il sopravvissuto, Bompiani, Milano 2005,pagg. 370.

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di Emanuela Catalano

Nel bel romanzo di Scurati – di cui parleremo nelle righe che seguiranno – si districa l’aggrovigliata matassa della vicenda umana del professore Marescalchi; l’arco temporale degli avvenimenti ivi narrati si estende dai tanto temuti Esami di Stato ai primi di settembre, giorni coincidenti con la ripresa delle attività didattiche e la riapertura delle scuole. Immaginiamo il tanto noto e al contempo detestato suono della campanella. È il 18 giugno 2001, giorno in cui, come stabilito da calendario, si sarebbe svolto il primo turno di orali: quella mattina, Vitaliano Caccia si prepara a sostenere per la precisione la sua seconda prova orale. L’ennesima bocciatura è già stata concordata dai docenti, i quali gli hanno assegnato per lo scritto un punteggio irrimediabilmente basso, decretando così le sue sorti. Ma il ragazzo si presenta in ritardo; giunto al cospetto della commissione, estrae una pistola e, senza profferir parola, stermina i suoi professori uno ad uno, a bruciapelo, con un sangue freddo e una lucidità che farebbero rabbrividire chiunque, cambiando il corso di quello che sembrava il suo irreversibile destino. L’unico a essere risparmiato è Andrea Marescalchi, docente di storia e filosofia: contro di lui, Vitaliano non punterà l’arma bensì solo il dito, prima di voltar le spalle e lasciare per sempre il luogo del massacro. Colui che rimane, per l’appunto il ‘sopravvissuto’, si ritrova per così dire sospeso, inerme e impotente, consegnato agli inevitabili e inestricabili dubbi, destinato a ripercorrere i giorni e le settimane trascorse nel corso dell’ultimo anno scolastico, la gita a Parigi, le interrogazioni, le spiegazioni frontali, in cerca di una spiegazione, di una motivazione plausibile dinanzi al gesto apparentemente irrazionale e senza senso di un folle. Ma chi è veramente Vitaliano? Un ragazzo difficile, svogliato, poco propenso allo studio ma estremamente intelligente, esuberante, irruente, impulsivo, un drogato, un bullo, uno forte, uno tosto? L’esempio che tutti vorrebbero emulare, il ragazzo rispettato, odiato, desiderato? Oppure tutte queste sue connotazioni descrivono in realtà un’anima fragile, lacerata tra i primi giovanili amori, l’impellente bisogno di rivalsa degli ultimi, la sete di giustizia fai-da-te? Cosa si cela nelle sfumature dell’animo di questo ragazzo, negli anfratti del suo cuore? Sono queste le domande che si affastellano nella mente dello sventurato insegnante. Continua a leggere

Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, Feltrinelli, Milano 2011, pp.156.


woolf 2di Emanuela Catalano

Vorrei consigliare e proporre la (ri)lettura di un vecchio libro di Virginia Woolf (1882-1941), esponente di spicco dell’epoca vittoriana e autrice di taluni dei più importanti romanzi che hanno segnato in maniera indelebile il modo di pensare la storia della letteratura del secolo passato, e che si intitola Una stanza tutta per sé.

Si tratta di un libro che, attraverso la voce e la parola della scrittrice, infonde un grande coraggio a chiunque voglia fare qualcosa di diverso, a chi vuole seguire strade che non sono ancora state battute, al di fuori del selciato tradizionalmente percorso. Bisogna solo superare l’ostacolo rappresentato dal primo capitolo, che può sembrar un po’ ruvido apparentemente e ostico, specie per chi non è avvezzo alla profondità di pensiero e alla poliedricità, alle infinite sfumature di una figura come quella di Virginia, a chi non ha ancora confidenza con i suoi scritti, con la sua particolarissima modalità di scrittura. Il sesto capitolo invece è un piacere, una sorta di apoteosi dell’estasi della lettura. E poi è un libro piccolo, piccolo, che si legge velocemente.

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Irvin D. Yalom, Il problema Spinoza, Neri Pozza, Vicenza 2012, pagg. 441.

IMG_7625di Giulia Domna

Durante la consueta lettura della quarta di copertina di uno dei tanti romanzi esposti sui banconi della libreria, vengo attirata da questi gradevoli “ingredienti”: un grande filosofo e due periodi storici distanti tra loro ma ugualmente interessanti: il Seicento e il primo Novecento nazista.  Il romanzo in questione è Il problema Spinoza di Irvin D. Yalom (Neri Pozza editore, Vicenza 2012) il terzo che l’autore dedica ad un filosofo, dopo Le lacrime di Nietzsche e La cura Schopenhauer.

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Franco Forte, Il segno dell’untore, ed.Mondadori, Milano 2012, pagg.342.

di Giulia Domna

Una copertina senza dubbio accattivante e ricca di mistero quella de “Il segno dell’untore”, edito da Mondatori nel  gennaio 2012. Un altro bel lavoro dello scrittore Franco Forte, una sorta di sequel de “I bastioni del coraggio” (che non presuppone comunque la lettura del romanzo precedente). Franco Forte oltre che autore di numerosi romanzi storici, ha collaborato come sceneggiatore ad alcune note fiction televisive, come “Distretto di polizia” e “RIS”. E senza dubbio l’attività di sceneggiatore fa capolino in una stesura un po’ “televisiva” di un giallo storico di tutto rispetto, ma con un  taglio narrativo chiaramente contemporaneo: la parte storica ben curata nei dettagli non appesantisce la narrazione, le informazioni storiche e le nozioni tecniche sono distribuite con incredibile naturalezza e coinvolgono pienamente la curiosità del lettore; anche la regia perfettamente studiata ci dà la sensazione di poter seguire -quasi attraverso una telecamera- una scena “zoomata” per cogliere dei dettagli importanti o altrimenti “allargata” per darci delle visioni d’insieme.

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Ross King, I delitti della biblioteca scomparsa, Sylvestre Bonnard 2002, pagg.428.

di Giulia Domna

La copertina è quella di colore nero opaco della collana che l’editore Sylvestre Bonnard ha dedicato ai gialli bibliofili: in effetti fin dalle prime pagine facciamo la conoscenza di un modesto libraio londinese del 1660, Isaac Inchbold: quarantenne, vedovo e senza figli, pacificamente abitudinario, in buona salute (ha una buona pancia, quasi tutti i capelli e soprattutto tutti i suoi denti!), vive nella zona di London Bridge dove si trova Nonsuch House, la sua casa e negozio-bottega che divide col servo fedele Monk; la vita scorre placida tra gli ordinati scaffali dei suoi amati libri, il nostro Mr Inchbold difficilmente esce o si sposta al di là dei quartieri londinesi per mischiarsi a quel mondo così caotico e pieno di pericoli. A prima vista non è certo il protagonista ideale di una complicata serie di intrighi delittuosi, ma è più facile trovare un labirinto, scrive Comenio, che una via maestra; e se non sei tu a cercare i guai, saranno ugualmente i guai a trovare te.

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Hans Tuzzi, Il Maestro della testa sfondata, Ed. Sylvestre Bonnard, Milano 2002, pagg. 275.

di Giulia Domna

Hans Tuzzi è lo pseudonimo di Adriano Bon, scrittore e saggista milanese, consulente editoriale e docente presso l’Università di Bologna, già noto al mondo della critica letteraria con diversi importanti saggi pubblicati tra gli anni ‘70 e ’90; ha poi esordito come “Hans Tuzzi” (nome preso a prestito da un personaggio dell’Uomo senza qualità di Musil) con il volume Collezionare libri antichi, rari, di pregio pubblicato da Sylvestre Bonnard nel 2000, che mostra tutta la sua indiscutibile competenza nel campo della bibliofilia antiquaria. Sempre con la stessa casa editrice, nel 2002 ha dato inizio a una serie di romanzi gialli che vedono protagonista il commissario Melis, un uomo tutto d’un pezzo (e per la gioia del suo autore anche discretamente colto a giudicare dalle citazioni e allusioni letterarie che impreziosiscono -senza troppe pretese- alcuni suoi interventi); originario della Sardegna (isola che i suoi hanno lasciato da tre generazioni), porta ancora con sé un sano orgoglio “del sud”, ma sa raccontare alla perfezione la Milano fine anni ’70. Il Maestro della testa sfondata, romanzo d’esordio, crea un perfetto incontro tra il crimine e il mondo del collezionismo librario.

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Pablo De Santis, Lettere e filosofia, Sellerio, Palermo 2000, pagg.237.

di Giulia Domna

Pablo De Santis, scrittore argentino nato a Buenos Aires, ha iniziato come sceneggiatore di fumetti e ha proseguito dedicandosi alla letteratura per l’infanzia, racconti per giovani, ma anche a romanzi polizieschi, come questo “Lettere e filosofia” pubblicato in Italia nel 2000, un giallo non privo di piacevole intellettualismo. Protagonista è Esteban Mirò, un giovane che stancamente trascina la sua tesi di dottorato, da poco assunto come bibliotecario (più per le amicizie e l’interessamento della madre invadente che per intraprendenza personale) presso l’Istituto di Letteratura Argentina dell’emerito professor Conde.

Una facoltà di Lettere e filosofia fatiscente, pareti e soffitti praticamente in rovina e soggetti a frequenti crolli a causa di continue perdite d’acqua dalle tubature; un misterioso “Quarto piano” che ospita, nel più totale abbandono alle tenebre e ai topi, interminabili pile di libri e quaderni, montagne impossibili da scalare, ricoperte da spesse coltri di polvere, che formano cunicoli dai quali è difficile tornare indietro: solo rare “spedizioni archeologiche” di ricercatori hanno osato sfidare questi luoghi impervi e accessibili solo al silenzioso, burbero  “Guardiano notturno”. Continua a leggere