Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, Feltrinelli, Milano 2011, pp.156.


woolf 2di Emanuela Catalano

Vorrei consigliare e proporre la (ri)lettura di un vecchio libro di Virginia Woolf (1882-1941), esponente di spicco dell’epoca vittoriana e autrice di taluni dei più importanti romanzi che hanno segnato in maniera indelebile il modo di pensare la storia della letteratura del secolo passato, e che si intitola Una stanza tutta per sé.

Si tratta di un libro che, attraverso la voce e la parola della scrittrice, infonde un grande coraggio a chiunque voglia fare qualcosa di diverso, a chi vuole seguire strade che non sono ancora state battute, al di fuori del selciato tradizionalmente percorso. Bisogna solo superare l’ostacolo rappresentato dal primo capitolo, che può sembrar un po’ ruvido apparentemente e ostico, specie per chi non è avvezzo alla profondità di pensiero e alla poliedricità, alle infinite sfumature di una figura come quella di Virginia, a chi non ha ancora confidenza con i suoi scritti, con la sua particolarissima modalità di scrittura. Il sesto capitolo invece è un piacere, una sorta di apoteosi dell’estasi della lettura. E poi è un libro piccolo, piccolo, che si legge velocemente.

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Irvin D. Yalom, Il problema Spinoza, Neri Pozza, Vicenza 2012, pagg. 441.

IMG_7625di Giulia Domna

Durante la consueta lettura della quarta di copertina di uno dei tanti romanzi esposti sui banconi della libreria, vengo attirata da questi gradevoli “ingredienti”: un grande filosofo e due periodi storici distanti tra loro ma ugualmente interessanti: il Seicento e il primo Novecento nazista.  Il romanzo in questione è Il problema Spinoza di Irvin D. Yalom (Neri Pozza editore, Vicenza 2012) il terzo che l’autore dedica ad un filosofo, dopo Le lacrime di Nietzsche e La cura Schopenhauer.

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Franco Forte, Il segno dell’untore, ed.Mondadori, Milano 2012, pagg.342.

di Giulia Domna

Una copertina senza dubbio accattivante e ricca di mistero quella de “Il segno dell’untore”, edito da Mondatori nel  gennaio 2012. Un altro bel lavoro dello scrittore Franco Forte, una sorta di sequel de “I bastioni del coraggio” (che non presuppone comunque la lettura del romanzo precedente). Franco Forte oltre che autore di numerosi romanzi storici, ha collaborato come sceneggiatore ad alcune note fiction televisive, come “Distretto di polizia” e “RIS”. E senza dubbio l’attività di sceneggiatore fa capolino in una stesura un po’ “televisiva” di un giallo storico di tutto rispetto, ma con un  taglio narrativo chiaramente contemporaneo: la parte storica ben curata nei dettagli non appesantisce la narrazione, le informazioni storiche e le nozioni tecniche sono distribuite con incredibile naturalezza e coinvolgono pienamente la curiosità del lettore; anche la regia perfettamente studiata ci dà la sensazione di poter seguire -quasi attraverso una telecamera- una scena “zoomata” per cogliere dei dettagli importanti o altrimenti “allargata” per darci delle visioni d’insieme.

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Ross King, I delitti della biblioteca scomparsa, Sylvestre Bonnard 2002, pagg.428.

di Giulia Domna

La copertina è quella di colore nero opaco della collana che l’editore Sylvestre Bonnard ha dedicato ai gialli bibliofili: in effetti fin dalle prime pagine facciamo la conoscenza di un modesto libraio londinese del 1660, Isaac Inchbold: quarantenne, vedovo e senza figli, pacificamente abitudinario, in buona salute (ha una buona pancia, quasi tutti i capelli e soprattutto tutti i suoi denti!), vive nella zona di London Bridge dove si trova Nonsuch House, la sua casa e negozio-bottega che divide col servo fedele Monk; la vita scorre placida tra gli ordinati scaffali dei suoi amati libri, il nostro Mr Inchbold difficilmente esce o si sposta al di là dei quartieri londinesi per mischiarsi a quel mondo così caotico e pieno di pericoli. A prima vista non è certo il protagonista ideale di una complicata serie di intrighi delittuosi, ma è più facile trovare un labirinto, scrive Comenio, che una via maestra; e se non sei tu a cercare i guai, saranno ugualmente i guai a trovare te.

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Hans Tuzzi, Il Maestro della testa sfondata, Ed. Sylvestre Bonnard, Milano 2002, pagg. 275.

di Giulia Domna

Hans Tuzzi è lo pseudonimo di Adriano Bon, scrittore e saggista milanese, consulente editoriale e docente presso l’Università di Bologna, già noto al mondo della critica letteraria con diversi importanti saggi pubblicati tra gli anni ‘70 e ’90; ha poi esordito come “Hans Tuzzi” (nome preso a prestito da un personaggio dell’Uomo senza qualità di Musil) con il volume Collezionare libri antichi, rari, di pregio pubblicato da Sylvestre Bonnard nel 2000, che mostra tutta la sua indiscutibile competenza nel campo della bibliofilia antiquaria. Sempre con la stessa casa editrice, nel 2002 ha dato inizio a una serie di romanzi gialli che vedono protagonista il commissario Melis, un uomo tutto d’un pezzo (e per la gioia del suo autore anche discretamente colto a giudicare dalle citazioni e allusioni letterarie che impreziosiscono -senza troppe pretese- alcuni suoi interventi); originario della Sardegna (isola che i suoi hanno lasciato da tre generazioni), porta ancora con sé un sano orgoglio “del sud”, ma sa raccontare alla perfezione la Milano fine anni ’70. Il Maestro della testa sfondata, romanzo d’esordio, crea un perfetto incontro tra il crimine e il mondo del collezionismo librario.

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Pablo De Santis, Lettere e filosofia, Sellerio, Palermo 2000, pagg.237.

di Giulia Domna

Pablo De Santis, scrittore argentino nato a Buenos Aires, ha iniziato come sceneggiatore di fumetti e ha proseguito dedicandosi alla letteratura per l’infanzia, racconti per giovani, ma anche a romanzi polizieschi, come questo “Lettere e filosofia” pubblicato in Italia nel 2000, un giallo non privo di piacevole intellettualismo. Protagonista è Esteban Mirò, un giovane che stancamente trascina la sua tesi di dottorato, da poco assunto come bibliotecario (più per le amicizie e l’interessamento della madre invadente che per intraprendenza personale) presso l’Istituto di Letteratura Argentina dell’emerito professor Conde.

Una facoltà di Lettere e filosofia fatiscente, pareti e soffitti praticamente in rovina e soggetti a frequenti crolli a causa di continue perdite d’acqua dalle tubature; un misterioso “Quarto piano” che ospita, nel più totale abbandono alle tenebre e ai topi, interminabili pile di libri e quaderni, montagne impossibili da scalare, ricoperte da spesse coltri di polvere, che formano cunicoli dai quali è difficile tornare indietro: solo rare “spedizioni archeologiche” di ricercatori hanno osato sfidare questi luoghi impervi e accessibili solo al silenzioso, burbero  “Guardiano notturno”. Continua a leggere

Dostoevskij Fёdor. Le notti bianche, Mondadori, Milano, pp. 105.

di Emanuela Catalano

I romanzi sentimentali sembrano a volte desueti, passati di moda, roba d’altri tempi o da “femminucce” se è lecito il termine, altre volte ritornano per un breve lasso di tempo; oppure vanno incontro soltanto agli umori e al personale sentire di pochi lettori più inclini ad un certo tipo di sensibilità e di una spiccata tendenza all’introspezione. Eppure sarebbe ora che anche il grande pubblico tornasse ad appassionarsi alla grande letteratura russa, ad un autore in particolar modo che ha ancora molto da dirci e che è capace – come pochi – di toccare quel punto segreto che appartiene alla nostra vera vita, per dirla con Gide. Segnaliamo, a tal proposito, la lettura di un questo breve romanzo che ci sembra particolarmente significativo.

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Massimiliano Verga, Zigulì. La mia vita dolceamara con un figlio disabile, Mondadori, gennaio 2012, pp. 186.

di Emanuela Catalano

Sbirciando tra gli scaffali di una libreria, un volume colpisce la mia attenzione, non tanto per il colore – un rosso fuoco sgargiante – o la casa editrice, né per l’autore, che non conoscevo fino a quell’istante; il titolo in sé mi ricorda vagamente un qualcosa che ben si accorderebbe con la mia infanzia, ma si tratta di altro: è piuttosto il sottotitolo a rapirmi, quasi interamente direi: “La mia vita dolceamara con un figlio disabile”.

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Angoscia e punizione nel regno del capriccio. L’appello al padre.

di  Maurizio Montanari

“ Dalla tua poltrona dominavi il mondo. Solo il tuo punto di vista era giusto.

Tu eri per me misura delle cose.

Ai miei occhi  assumevi l’aspetto enigmatico  dei tiranni, la cui

Legge si fonda  sulla loro persona, non sul pensiero

Franz Kafka, Lettera al padre

 

L’epilogo de “Il Verdetto” è tale da rendere  questo racconto un’ eccezione nell’opera letteraria kafkiana, che ha nell’angoscia il proprio asse portante.  In tutta  la sua produzione un elemento compare con regolare costanza, tanto da costituire il tratto distintivo del suo narrare: l’incombere di  un destino segnato, una condizione di ostaggio non riscattabile  che si traduce,  nei romanzi più celebri,  in una condanna enigmatica che il protagonista deve subire obtorto collo. L’Altro è sempre lontano, intangibile, enigmatico. Senza mai manifestarsi direttamente, manda a dire ai protagonisti, tramite emissari,  che si vuole qualcosa da loro, senza  mai specificare cosa.

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Dave Eggers e Foster Wallace. Una conversazione.

Dave Eggers e Foster Wallace. Presentarli è inutile. Quella che posto di seguito è un’intervista-dialogo in cui i due scrittori “narrano” i propri mondi.

Come sanno i lettori di questo “spazio” riteniamo l’intervista un canale d’accesso privilegiato per esplorare le esistenze, i singoli esser-ci.

Questa ne è un valido esempio.

L’intervista a The Believer

Dave Eggers e Foster Wallace conversano  di molte cose: dell’infinito, di matematica, della divulgazione scientifica, ma anche di politica, metodi di scrittura e delle disastrose conseguenze del tabagismo… L’intervista è apparsa sulla prestigiosa rivista mensile di Dave Eggers The Believer. Per gentile concessione di minimum fax .

Quello che segue è uno scambio di e-mail con Wallace, anche se non è andata proprio così. Le domande sono state spedite per mail a Wallace, che poi se le è portate a casa, ha scritto le risposte sul suo computer – che non ha la connessione a Internet – ha stampato le sue risposte e le ha spedite. Come vedrete, l’intervista avrebbe potuto e forse dovuto essere più lunga. Nelle settimane precedenti la stampa di questo numero, sia Wallace che il suo intervistatore erano sempre in viaggio, quindi abbiamo fatto del nostro meglio. Credo siano più o meno seimila parole. È una buona lunghezza.

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