Note di lettura a: Mario Galzigna Storia di una passione. Poesie. Il Poligrafo, Padova 2011, pp. 119.

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Il tema assai coinvolgente – lo sviluppo e lo spegnersi graduale di una passione amorosa – della silloge poetica di Mario Galzigna, elegantemente edita dal Poligrafo di Padova, viene efficacemente racchiuso in una forma poetica concettuale, in cui le emozioni, le fantasie, le pulsioni e le intemperanze di una relazione sono lucidamente ricondotti ad un ordine superiore (estetico, formale) che l’autore può a volte trovare nella costanza del verso (sempre endecasillabo), a volte nei riferimenti diretti ad altri autori tramite le note inserite alla fine di ogni componimento. Queste rappresentano i contributi di insostituibili illustri compagni con cui il poeta dialoga, in una sorta di coro immaginario, nei momenti di travolgente passione, di sofferenza, di solitudine e senso di vuoto che la fine di un rapporto d’amore sempre lascia dietro di sé.  Anzi, direi che proprio la presenza di questo tipo di note, assolutamente inusuali nei componimenti poetici, costituisca un elemento di originalità che certamente valorizza la raccolta e che fa parte integrante di essa, fornendo quasi le coordinate letterarie e filosofiche per orientarsi nell’esperienza vissuta dall’autore.

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Sulla poesia.

di Marco Nicastro

"Il compleanno" di Marc Chagall

“Il compleanno” di Marc Chagall

Non è questione semplice definire cosa sia o non sia poesia; in questo brevissimo contributo proverò a fornire qualche spunto assolutamente personale in merito. Nessuno degli elementi che proverò a indicare può considerarsi fondamentale per la qualificazione di un testo come poetico; di sicuro altri e altrettanto validi potrebbero essere individuati. Ciò che mi preme fin d’ora sottolineare, più che altro, è l’importanza delle combinazioni di questi elementi (più che dell’elemento singolo in sé), alla ricerca di un equilibrio che solo i poeti autentici riescono a raggiungere. Questo modo di mescolare i vari ingredienti di un testo poetico al punto giusto è secondo me qualcosa di magico, quindi di difficile a definirsi in termini logici e razionali. Spero quindi mi si possa perdonare la titubanza ad arrivare ad una definizione particolarmente incisiva dell’oggetto di questo ragionare; data la complessità del problema solo timidamente e senza assolutismi si può provare a dare qualche indicazione su cosa possa dirsi o non dirsi poesia. Continua a leggere

Marco Nicastro, Trasparenze. Poesie. Oèdipus Edizioni, Salerno 2013, pp. 63.

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di Nadia Centorbi

Il segno poetico  che  si  staglia  sullo  sfondo  di  una  numinosità  baluginante,  improvvisa e persino dolorosa nel suo rapido guizzo;  l’attonito  sfolgorio  dell’io che trascende  di  scorcio  una  nebulosità  sonnambulica ,  scortato  dall’attesa  di  una nuova  epifania,  proteso  all’assoluto  eppur  radicato  nell’incanto -disincanto  di  una più  che  heideggeriana  fenomenologia:  questi  i  Leitmotive  dei  versi  raccolti  in Trasparenze,  il  volumetto  di  poesie  di  Marco  Nicastro  pubblicato  da Oèdipus nel  2013.  Versi che sembrano levigati ed essenziali come ciottoli sul letto  di un fiume,  lambiti  ma non segnati dall’imperterrito fluire.  Versi nitidi nella loro essenzialità che tende ad atomizzarsi in una  forma  che  non  rischia  l’ermetismo  per  via  di  una concentrazione  centrifuga,  sempre  protesa  all’analogia  fulminea.  Versi ‘trasparenti’, appunto, irradiati da rivelazioni rapite in attimi estatici e condensate in immagini nebulizzate:  «Trasparenza  dell’essere  /  dinnanzi  al  nudo  sentire;  / squarci improvvisi di luce / lacrimano sulla nostra pace» (Barlume). Continua a leggere

Michele Serra, Gli sdraiati, Feltrinelli, Milano 2013, pagg. 108.

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di Emanuela Catalano

Già Freud sosteneva quanto fosse impossibile esercitare il mestiere di genitore, il quale dal canto suo doveva essere consapevole e convincersi di questa impossibilità. Al di là delle ideologie politiche, dei moralismi o paternalismi, vorremmo leggere l’ultimo libro di Serra per quello che è: un racconto sul travagliato rapporto tra padri e figli che rimane un nerbo scoperto della nostra cultura. Che si sia di destra o di sinistra, dopo le lotte sessantottine, che ne è dell’autorità del padre, o meglio cosa resta del padre, per dirla con Recalcati? Quello che emerge dalla lettura di questo testo è un’amara e al contempo ironica riflessione sulla difficoltà dei padri a capire i propri figli, perennemente interconnessi, con l’iPad, iPhone, pc, tv, cuffie, ecc., stravaccati su un divano in posizione – come recita il titolo – sdraiata. E gli ‘eretti’ cosa fanno nel frattempo? Li guardano, li scrutano, si interrogano in silenzio sul perché di questa mancanza di dialogo, sulla non conoscenza dei propri figli che ci porta a percepirli talvolta come estranei. Continua a leggere

Antonio Scurati, Il sopravvissuto, Bompiani, Milano 2005,pagg. 370.

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di Emanuela Catalano

Nel bel romanzo di Scurati – di cui parleremo nelle righe che seguiranno – si districa l’aggrovigliata matassa della vicenda umana del professore Marescalchi; l’arco temporale degli avvenimenti ivi narrati si estende dai tanto temuti Esami di Stato ai primi di settembre, giorni coincidenti con la ripresa delle attività didattiche e la riapertura delle scuole. Immaginiamo il tanto noto e al contempo detestato suono della campanella. È il 18 giugno 2001, giorno in cui, come stabilito da calendario, si sarebbe svolto il primo turno di orali: quella mattina, Vitaliano Caccia si prepara a sostenere per la precisione la sua seconda prova orale. L’ennesima bocciatura è già stata concordata dai docenti, i quali gli hanno assegnato per lo scritto un punteggio irrimediabilmente basso, decretando così le sue sorti. Ma il ragazzo si presenta in ritardo; giunto al cospetto della commissione, estrae una pistola e, senza profferir parola, stermina i suoi professori uno ad uno, a bruciapelo, con un sangue freddo e una lucidità che farebbero rabbrividire chiunque, cambiando il corso di quello che sembrava il suo irreversibile destino. L’unico a essere risparmiato è Andrea Marescalchi, docente di storia e filosofia: contro di lui, Vitaliano non punterà l’arma bensì solo il dito, prima di voltar le spalle e lasciare per sempre il luogo del massacro. Colui che rimane, per l’appunto il ‘sopravvissuto’, si ritrova per così dire sospeso, inerme e impotente, consegnato agli inevitabili e inestricabili dubbi, destinato a ripercorrere i giorni e le settimane trascorse nel corso dell’ultimo anno scolastico, la gita a Parigi, le interrogazioni, le spiegazioni frontali, in cerca di una spiegazione, di una motivazione plausibile dinanzi al gesto apparentemente irrazionale e senza senso di un folle. Ma chi è veramente Vitaliano? Un ragazzo difficile, svogliato, poco propenso allo studio ma estremamente intelligente, esuberante, irruente, impulsivo, un drogato, un bullo, uno forte, uno tosto? L’esempio che tutti vorrebbero emulare, il ragazzo rispettato, odiato, desiderato? Oppure tutte queste sue connotazioni descrivono in realtà un’anima fragile, lacerata tra i primi giovanili amori, l’impellente bisogno di rivalsa degli ultimi, la sete di giustizia fai-da-te? Cosa si cela nelle sfumature dell’animo di questo ragazzo, negli anfratti del suo cuore? Sono queste le domande che si affastellano nella mente dello sventurato insegnante. Continua a leggere

Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, Feltrinelli, Milano 2011, pp.156.


woolf 2di Emanuela Catalano

Vorrei consigliare e proporre la (ri)lettura di un vecchio libro di Virginia Woolf (1882-1941), esponente di spicco dell’epoca vittoriana e autrice di taluni dei più importanti romanzi che hanno segnato in maniera indelebile il modo di pensare la storia della letteratura del secolo passato, e che si intitola Una stanza tutta per sé.

Si tratta di un libro che, attraverso la voce e la parola della scrittrice, infonde un grande coraggio a chiunque voglia fare qualcosa di diverso, a chi vuole seguire strade che non sono ancora state battute, al di fuori del selciato tradizionalmente percorso. Bisogna solo superare l’ostacolo rappresentato dal primo capitolo, che può sembrar un po’ ruvido apparentemente e ostico, specie per chi non è avvezzo alla profondità di pensiero e alla poliedricità, alle infinite sfumature di una figura come quella di Virginia, a chi non ha ancora confidenza con i suoi scritti, con la sua particolarissima modalità di scrittura. Il sesto capitolo invece è un piacere, una sorta di apoteosi dell’estasi della lettura. E poi è un libro piccolo, piccolo, che si legge velocemente.

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Irvin D. Yalom, Il problema Spinoza, Neri Pozza, Vicenza 2012, pagg. 441.

IMG_7625di Giulia Domna

Durante la consueta lettura della quarta di copertina di uno dei tanti romanzi esposti sui banconi della libreria, vengo attirata da questi gradevoli “ingredienti”: un grande filosofo e due periodi storici distanti tra loro ma ugualmente interessanti: il Seicento e il primo Novecento nazista.  Il romanzo in questione è Il problema Spinoza di Irvin D. Yalom (Neri Pozza editore, Vicenza 2012) il terzo che l’autore dedica ad un filosofo, dopo Le lacrime di Nietzsche e La cura Schopenhauer.

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