Paolo Quintili, L’illuminismo a fumetti, l’illuminismo inglese e scozzese, Editori Riuniti, Roma 2001.

di Francesco Clemente 

quintiliA distanza di un po’ più di un decennio dalla sua prima uscita, il libro  a fumetti di Paolo Quintili intitolato «L’Illuminismo a fumetti», «l’illuminismo inglese e scozzese» spicca per ironia e spirito innovativo nella trattazione di argomenti storico-filosofici riferiti a più di tre secoli fa. Continua a leggere

Massimo Recalcati, L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento, Einaudi, Torino 2014, pp. 160.

di Emanuela Catalano 

Perché ci si droga? Non lo capisco, ma in qualche modo lo spiego. Ci si droga per mancanza di cultura.
Parlo, s’intende, della grande maggioranza o della media dei drogati. È chiaro che chi si droga lo fa per riempire un vuoto, un’assenza di qualcosa, che dà smarrimento e angoscia. È un sostituto della magia. Ernesto De Martino lo chiama “paura della perdita della propria presenza”; e i primitivi, appunto, riempiono questo vuoto ricorrendo alla magia, che lo spiega e lo riempie.
Nel mondo moderno, l’alienazione dovuta al condizionamento della natura è sostituita dall’alienazione dovuta al condizionamento della società: passato il primo momento di euforia (illuminismo, scienza, scienza applicata, comodità, benessere, produzione e consumo), ecco che l’alienato comincia a trovarsi solo con se stesso: egli, quindi, come il primitivo, è terrorizzato dall’idea della perdita della propria presenza.
In realtà, tutti ci droghiamo. Io (che sappia) facendo cinema, altri stordendosi in qualche altra attività. L’azione ha sempre una funzione di droga. “Che” Guevara si drogava attraverso l’azione rivoluzionaria […]; anche il lavoro che serve a “produrre” è una specie di droga. Ciò che salva dalla droga vera e propria (cioè dal suicidio) è sempre una forma di sicurezza culturale. Tutti coloro che si drogano sono culturalmente insicuri. Il passaggio da una cultura umanistica a una cultura tecnica pone in crisi la nozione stessa di cultura. Vittime di questa crisi sono soprattutto i giovani. Ecco perché ci sono tanti giovani che si drogano. Mancare di certezze culturali, e quindi della possibilità di riempire il proprio vuoto di alienati, se non altro per mezzo dell’autoanalisi e della coscienza (individuale e di classe), vuol dire, in termini banali, anche essere ignoranti. La crisi della cultura fa sì, infatti, che molti giovani siano letteralmente ignoranti. Insomma, che non leggano più, o che non leggano con amore”.

Pier Paolo Pasolini
da “Il Tempo”, 28 dicembre 1968

ora-di-lezioneVoglio prendere spunto da questa citazione di Pasolini per parlare dell’ultimo libro di Recalcati, il quale, in una disamina molto dettagliata e convincente, dipana una questione delicata e di grande attualità che, come tale, ci riguarda tutti: mi riferisco ancora una volta alla scuola, non perché ci lavori e su di esso verta tutta la mia attenzione o perché assorba tutte le mie energie ‘mentali’ ma perché non è possibile prescindere o eludere la questione dell’educazione e istruzione delle nuove generazioni tout court. Continua a leggere

Silvia Vizzardelli, Io mi lascio cadere. Estetica e psicoanalisi, Quodlibet, Macerata 2014.

quodlibetdi Alessandra Campo 

“Non è dato alla natura umana di essere nelle cose ma di cadere in esse”[1].

Si cade. Per terra, dalle nuvole, tra le braccia di qualcuno o spinti da un demone. Si cade, sul posto, in un punctum, caecum. Punto estetico in cui inizio e fine coincidono e che, secondo il poeta persiano Omar Khayyam, vissuto nel XII secolo, è la vita vera. “C’è un momento in mezzo, tra sobrietà ed ebbrezza”[1], in cui si cade, anzi meglio, si asseconda la caduta. Continua a leggere

Primo Levi, Ad ora incerta. Poesie, Garzanti, Milano 2004.

di Marco Nicastro 

garzanti_levi_adoraincerta_25Sebbene Franco Fortini in una delle note critiche inserite alla fine della raccolta convenga – del resto in accordo con l’Autore – sulla “debolezza” qualitativa e tematica di queste poesie, personalmente sono convinto del contrario: si tratta di veri componimenti poetici, liricamente consapevoli, se intendiamo per poesia e per lirica la capacità di esprimere profondamente la tragicità e l’intensità della vita attraverso un proprio autentico timbro ed una propria peculiare modalità d’espressione (in tal senso la poesia non è strettamente legata al verso e si può essere molto poetici anche scrivendo in prosa; ciò emerge molto chiaramente dagli scritti più ispirati del Levi prosatore).  Continua a leggere

Sergio Benvenuto, Antonio Lucci, Lacan, oggi. Sette conversazioni per capire Lacan, Mimesis, Milano 2014, pagg. 220.

di Fabio Milazzo

[Questa recensione è stata originariamente pubblicata su  Psychiatry On Line Italia – ISSN 1591-0598]

«Lacan, prese le mosse, nel suo “ritorno a Freud”, dalla lettura linguistica dell’intero edificio psicoanalitico,  riassunta da quella che, forse, è la sua formula più nota:

“L’inconscio è strutturato come un linguaggio”. […]

L’inconscio freudiano, infatti, fu motivo di scandalo non tanto per via dell’affermazione secondo cui il Sé razionale è subordinato al ben più vasto dominio dei ciechi istinti irrazionali,

quanto perché esso dimostrò come l’inconscio stesso obbedisca a una grammatica e a una logica sue proprie:

l’inconscio parla e pensa»

Žižek, Leggere Lacan. Guida perversa al vivere contemporaneo, P.25

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Note di lettura a: Mario Galzigna Storia di una passione. Poesie. Il Poligrafo, Padova 2011, pp. 119.

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Il tema assai coinvolgente – lo sviluppo e lo spegnersi graduale di una passione amorosa – della silloge poetica di Mario Galzigna, elegantemente edita dal Poligrafo di Padova, viene efficacemente racchiuso in una forma poetica concettuale, in cui le emozioni, le fantasie, le pulsioni e le intemperanze di una relazione sono lucidamente ricondotti ad un ordine superiore (estetico, formale) che l’autore può a volte trovare nella costanza del verso (sempre endecasillabo), a volte nei riferimenti diretti ad altri autori tramite le note inserite alla fine di ogni componimento. Queste rappresentano i contributi di insostituibili illustri compagni con cui il poeta dialoga, in una sorta di coro immaginario, nei momenti di travolgente passione, di sofferenza, di solitudine e senso di vuoto che la fine di un rapporto d’amore sempre lascia dietro di sé.  Anzi, direi che proprio la presenza di questo tipo di note, assolutamente inusuali nei componimenti poetici, costituisca un elemento di originalità che certamente valorizza la raccolta e che fa parte integrante di essa, fornendo quasi le coordinate letterarie e filosofiche per orientarsi nell’esperienza vissuta dall’autore.

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Jacques Le Goff, La nascita del Purgatorio, Einaudi, Torino 1996.

nascita_del_purgatoriodi Emanuela Catalano

 

 

«Il Purgatorio supera in poesia il cielo e l’inferno,

 in quanto rappresenta un avvenire del quale entrambi sono privi».

Genio del Cristianesimo, F.-R. de Chateaubriand

 

Rileggendo La nascita del Purgatorio (edito da Einaudi nel 1982), uno dei saggi a mio parere più affascinanti e approfonditi sull’argomento, mi rendo conto di quanto le questioni e gli interrogativi che vertono sul destino dell’anima o, meglio, sulle sue sorti dopo la morte del corpo siano state da sempre oggetto di indagine, di riflessione e di preoccupazione da parte dei più ma anche più semplicemente di mera fascinazione e curiosità. Continua a leggere