L’ ombra dell’Altro. Note sul concetto di Phantasie in Freud.

di Fabio Milazzo

L’evanescenza di un concetto.

Quello di fantasma è un lemma che ha riscosso un certo successo nel novecento teoretico; introdotto da Freud come “attrezzo concettuale provvisorio” della sua metapsicologia, il termine ha assunto un valore paradigmatico nelle riflessioni di diversi pensatori, oltre a Lacan, il quale nel suo percorso di ritorno a Freud dedicò un intero seminario alla Logica del fantasma[1], solo per citare qualcuno possiamo ricordare le analisi di Derrida, che pensò la sovranità nei termini di un fantasma di onnipotenza[2];  quelle di G. Agamben che in Stanze[3] cercò di dipanare, attraverso alcune istantanee, il legame tra il soggetto e l’oggetto inattingibile (con linguaggio psicoanalitico diremmo il legame “impossibile” con la das Ding sempre smarrita); quelle di S. Zizek che attraverso una rilettura creativa del fantasma lacaniano[4] ha elaborato la concettualizzazione del soggetto vuoto.

Una precisazione: il concetto di fantasma -in tedesco phantasie- ha un legame con gli spettri dell’immaginario popolare solo tangente, riguardando non tanto le apparizioni dei defunti quanto l’universo della produzione fantastica della capacità immaginativa. Il termine utilizzato da Freud, phantasie, ha un significato leggermente meno ambiguo del corrispondente italiano, appunto fantasma, e si presta meno alle confusioni terminologiche. Infatti, nella lingua tedesca, lo spettro semantico del termine contempla i significati di fantasia, immaginazione, capacità immaginativa, ma non quelli di apparizione, chimera, spirito, ombra che vengono altresì resi con il termine  Wahngebilde[5].  Das Phantasieren indica l’attività produttiva della facoltà immaginativa, il suo contenuto e, più in generale, le fantasie come elementi di un ambito non direttamente rispondente al principio di realtà.

Freud nel corso della sua attività utilizzò il termine non chiarendo mai fino in fondo i termini di questa relazione tra la fantasia e ciò che il senso comune identifica con la realtà. Come precisano Laplanche e Pontalis [6], Freud durante la sua carriera si relazionò al concetto di fantasma variando le significazioni e le referenze più volte, segno di un percorso di ridefinizione sempre in atto mirante alla chiarificazione dei termini di un rapporto problematico quale quello tra il soggetto, il proprio universo di fantasie e la realtà. La descrizione di questa relazione tese, sicuramente, a privilegiare in alcune fasi della sua produzione intellettuale  la “rottura” dicotomica tra due ambiti descritti, a tratti, come antitetici -da una parte il mondo delle fantasie, dall’altro quello del principio di realtà- ma in generale il rapporto fu più sfumato, problematico, instabile.  Le fantasie inconsce del soggetto sono all’origine delle sue nevrosi,  ma sono anche “responsabili”, diremmo kantianamente, della sintesi sempre in atto attraverso le quali il soggetto esperisce la realtà. I desideri  inconsci che organizzano la realtà fantasmatica del singolo ne strutturano anche il contatto con quel “fuori” che, lungi dall’essere indifferente e in attesa di essere “scoperto”, è il risultato di un incontro sempre in atto.

Già dal periodo di studi con Breuer, Freud mostrò un particolare interesse per la nozione di phantasie  relazionandolo alla genesi delle nevrosi[7]:  queste ultime si organizzerebbero sulla base di un canovaccio che ne dislocherebbe le possibilità e gli sviluppi.  Il soggetto è consapevole di una verità, quella che si narra dandosi un “posto nel mondo”, che si struttura  sulla base di alcune linee guida a lui sconosciute; in questa fase Freud parla di “sogni diurni” per significare questa verità che il soggetto  si “costruisce” inconsapevolmente.  Quella fantasmatica (siamo nel 1895) è però una dislocazione che serve a Freud per spiegare l’onto-genesi di alcuni stati disfunzionali quali quelli nevrotici. Ancora all’epoca del Die Traumdeutung : Freud relaziona, in maniera piuttosto ambigua, il fantasma alle fantasie inconsapevoli che, però, adesso pensa nei termini di “sogni diurni”[8], di “immagini oniriche fatte ad occhi aperti”.  L’elemento che, pur nella chiara ambiguità semantica, sembra contraddistinguere le elucubrazioni freudiane sul fantasma riguardano quel nucleo inaccessibile che sembra, in qualche modo, dislocare e pre-ordinare le modalità di esperienza soggettiva della realtà.  Con le parole di Zizek possiamo dire: ”il fantasma, al suo livello più elementare, diviene inaccessibile al soggetto. E’ questa inaccessibilità a rendere il soggetto, come Lacan lo caratterizzava, <<vuoto>>.[9]

Il nocciolo indigeribile.

Come ben precisano Laplanche e Pontalis[10], Freud varia diverse volte gli accenti caratterizzanti la definizione concettuale di phantasie :  in alcuni casi sembra privilegiare la dimensione subliminale, in altri quella inconscia, in altri ancora quella conscia. Il fantasma, riguardando il nucleo inaccessibile delle fantasie strutturanti l’essere dell’esserci, sfugge sempre alla dimensione descrittiva della dimensione ontica; sembra invece più corretto legare la nozione al piano etico, quello che, secondo il Lacan dei “Quattro concetti fondamentali della psicoanalisi”, riguarda la produzione sempre in atto di quel nucleo impossibile (leggasi “inscrivibile”) che è l’inconscio.

Nella dimensione del sogno, il lavoro del fantasma sembra riguardare tanto la produzione desiderante che origina il processo onirico sulla base di fantasie primordiali, il nucleo inconfessabile, direbbe Zizek,  dei segreti indicibili e quindi rimossi, quanto l’ordito narrativo che anima e dipana i fili del processo secondario. Correttamente Laplanche e Pontalis precisano che le due dimensioni dell’operare fantasmatico chiudono, quasi a tenaglia diremmo, gli estremi del sogno. In questa lettura il processo onirico è rivestito e originato dall’economia fantasmatica[11].

Nel 1915, Freud fornisce una delle rare chiarificazioni concettuali sul fantasma affermando che: ” da un lato le (fantasie) sono altamente organizzate, non contraddittorie (…). Dall’altro lato sono inconsce e incapaci di diventare coscienti (…). La loro origine resta l’elemento decisivo del loro destino.[12] Paradossalmente la dimensione fantasmatica da una parte organizza l’immaginazione conscia secondo una logica non troppo dissimile da quella tipica dei processi secondari, dall’altra cerca di raggiungere il livello di consapevolezza attraverso il travestimento continuo in immagini, sogni (diurni e notturni), fantasie che plasmano l’essere del soggetto. Una duplice dimensione che non può essere descritta proprio perché origine originante del processo di scrittura attraverso il quale il soggetto esperisce la realtà.

La vita del soggetto nevrotico sembra essere organizzata da un nucleo di fantasie che, rivestite di significati consci, di natura secondaria, lo guidano nell’esperienza di tutti i giorni; questa la tesi che organizza il procedere di Freud, come abbiamo visto, almeno dai primi lavori sull’isteria realizzati con Breuer. La novità delle successive, ambigue, timide elaborazioni teoretiche sul fantasma riguardano il ruolo rivestito nell’organizzazione psichica del soggetto “comune”, quello che “risponde” al “principio di realtà” nelle condotte quotidiane. Anche questo soggetto nelle dinamiche di “tutti i giorni” sembra essere guidato da un canovaccio di cui è inconsapevole, una sorta di “organizzazione silente” che lo plasma chiudendolo a “tenaglia”: da una parte c’è l’ordito narrativo entro il quale si depongono le immagini, i pensieri, le scelte che organizzano il procedere quotidiano; dall’altra c’è l’economia libidica che si dipana intorno al tentativo delle fantasie inconsce di raggiungere il livello di consapevolezza secondo un moto impossibile che molto fa pensare ad un “eterno ritorno” dell’impossibile. Un processo che si attua nella vana ricerca di una via d’uscita impossibile e che cerca di esprimere un contenuto  raggiungendo la superficie, insistendo, vien da dire con un verbo spesso utilizzato da Deleuze in “Logica del Senso”[13],  divenendo altro da sé.

Laplanche e Pontalis, molto puntualmente, legano la dimensione fantasmatica alla natura desiderante del soggetto. Quest’ultimo a seguito delle prime esperienze di soddisfacimento organizzerebbe il proprio vissuto psichico ricercando “in qualche modo” la mitica e irraggiungibile das Ding  perduta. Questa esperienza allucinatoria fornirà al soggetto gli elementi per la messa in opera di una struttura organizzante la dimensione trascendentale del soggetto: immagini e fantasie si organizzeranno lungo i binari di questa “prima, mitica, traccia”. Lo precisiamo: nessuna ripetizione intenzionale di una ricerca mitica che vede ai due poli un soggetto e un oggetto, bensì una rappresentazione immaginifica iniziale che porrà in essere il calco entro il quale si dipanerà la vita psichica del soggetto. Freud, come detto, non chiarì ulteriormente il concetto di phantasie , molto probabilmente per la natura non ontica del termine.

Ma quali gli ingredienti di questa vita fantasmatica ? Cosa pone in essere questa dimensione sfuggente dell’animo umano?

Una delle risposte più interessanti date da Freud a tali interrogativi riguarda la non derivazione di queste strutture fantasmatiche da accadimenti reali incorsi durante l’esistenza dell’infante: proprio in ragione di ciò,  abbiamo sopra fatto riferimento ad uno “smarrimento mitico”.  La genesi  spuria viene individuata da costellazioni che trascendono la dimensione individuale e che vengono trasmesse transgenerazionalmente, cioè attraversando genealogicamente nuclei parentali diversi[14]. Freud non postula l’esistenza di strutture mitiche o di archetipi generanti l’inconscio singolo quanto il passaggio, la trasmissione di “costellazioni di senso” che attraversano le generazioni. Freud, a partire dal 1915, parlerà di Urphantasien[15], le fantasie primarie che attraversano le ramificazioni parentali strutturando il vissuto psichico. Tra queste fantasie le più note sono quelle che riguardano la castrazione, il coito genitoriale, il possesso della madre. Questi “eventi” appartengono al vissuto della specie, vengono inconsciamente trasmessi in quanto costellazioni strutturanti e vengono dall’infante utilizzate come immagini utili per colmare i buchi di memoria riguardanti fasi pre-discorsive.

Molto interessante è la ripresa della problematica di questi schemi transgenerazionali così come fatta da Abraham e Torok . I due autori ritengono che, in definitiva, la ricerca di Freud sia un’analitica dei “lutti mancati”[16]: secondo questa lettura l’Altro, nella sua dimensione perturbante, è maggiormente responsabile della strutturazione identitaria del soggetto quanto più quest’ultimo ha incorporato frammenti di senso derivanti da un oggetto (Altro) quale “morto vivente” di cui non è stato elaborato il lutto. Questi fantasmi incorporati alterano in divenire i confini di un io che tende a strutturarsi lungo linee perimetrali continuamente soggette a sfumare in confini labili, evanescenti. Con un’immagine plastica resa famosa da Michel Foucault in “Le parole e le cose” diremmo: come quei volti disegnati sulla sabbia che il mare, nel suo incedere, continuamente cancella.

Da questa intuizione, riprendendo il lavoro di I.Hermann  sull’unità duale[17], i due autori elaborano il concetto sintagmatico di unità trans-generazionale che riguarda la trasmissione fantasmatica  attraverso le generazioni di un “lutto universale”: la perdita della madre. Ogni relazione bambino-madre è attraversata da questo “lutto” riguardante il portato traumatico di una “perdita sempre presente”, per l’appunto quello della madre. Questa mancanza, secondo i due autori, è una struttura universale che si trasmette di inconscio in inconscio nei termini di una “lacuna fantasmatica” che plasma le fantasie inconsce del soggetto[18]  . Il fantasma è il prodotto della rimozione dell’inconscio parentale e della continua trasmissione del significante/fantasma di madre in figlio secondo dinamiche che possiamo avvicinare a quelle organizzanti la logica del significante in Lacan. L’io è a tutti gli effetti l’Altro, essendo quest’ultimo il nucleo fantasmatico del primo. Una tesi, quella dei due autori ungheresi, che apre la dimensione fantasmatica alla dimensione trans-storica, oltre-Edipica della contaminazione e che ci sembra avvicinare, per una via non scontata, le intuizioni eretiche sull’inconscio macchinico di un’altra coppia: Deleuze e Guattari. Ma questa è un’altra storia.


[1] Cfr. J.lacan, Livre XIV. La logique du fantasme (1966-1967).

[2] Cfr. J.Derrida, La bestia e il sovrano, vol.1 (2001-2002), Jaka Book 2009, p. 269-270.

[3] Cfr. G.Agamben, Stanze.la parola e il fantsma nella cultura occidentale, Einaudi 2011.

[4] Cfr. tra l’altro il terzo capitolo di S.Zizek, Leggere Lacan.Guida perversa al pensiero contemporaneo, Bollati Boringhieri 2009.

[5] Cfr.  le corrispondenti voci nel Dizionario italiano-tedesco Larousse, 2002

[6] Cfr. Laplanche e Pontalis, Fantasma originario, fantasma delle origini, origine del fantasma, Il Mulino 1988.

[7] Cfr.S.Freud, Studi sull’isteria, OSF vol.1, Bollati Boringhieri 1966.

[8] Cfr. S.Freud, L’interpretazione dei sogni, OSF vol. 3.

[9] Cfr. S.Zizek, Leggere Lacan. Guida perversa al vivere contemporaneo, Bollati Boringhieri 2009, p.73.

[10] Cfr. Laplanche e Pontalis, Enciclopedia della psicoanalisi, Laterza 2007, p. 182

[11] Cfr. Ivi, p. 183.

[12] Cfr. S. Freud, OSF, vol. 8 p.74-75.

[13] Cfr. G.Deleuze, Logica del senso, Feltrinelli 1975.

[14] Cfr. Laplanche e Pontalis, Enciclopedia…, cit., p.181.

[15] Cfr. S.Freud, Introduzione alla psicoanalisi in OSF, vol. 8 p.526.

[16] Cfr. N.Abraham e M.Torok, La scorza e il nocciolo, ed. Borla 2009, p.IX.

[17] Cfr. I.Hermann, L’istinto filiale, Feltrinelli 1974.

[18] Cfr. Abraham e Torok, La scorza…, cit. pp.337-370

3 commenti su “L’ ombra dell’Altro. Note sul concetto di Phantasie in Freud.

  1. Metheny scrive:

    Articolo avvincente, pur nella sua insistita contaminatio concettuale fra diveri autori e scuole. Una piccola nota grammaticale che non capisco: al 9° rigo si legge “la” das Ding. Perchè reiterare l’articolo? ‘Das’ è già l’articolo (neutro) tedesco che sta per “la”. O scriviamo “das Ding” o “la Ding”. E’ come dire “il the week-end”.

    • sentierierranti scrive:

      Grazie, quello della contaminatio è una prerogativa della scrittura che prediligo. Sulla “questione grammaticale” della “das Ding” ho reiterato l’uso di diversi traduttori italiani che riferendosi a “la cosa” (das ding, per l’appunto) trattano il sintagma come un’unità in maniera simile a quanto avviene a la lalingua. Detto questo la tua puntualizzazione è grammaticalmente ineccepibile.

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