Dostoevskij Fёdor. Le notti bianche, Mondadori, Milano, pp. 105.

di Emanuela Catalano

I romanzi sentimentali sembrano a volte desueti, passati di moda, roba d’altri tempi o da “femminucce” se è lecito il termine, altre volte ritornano per un breve lasso di tempo; oppure vanno incontro soltanto agli umori e al personale sentire di pochi lettori più inclini ad un certo tipo di sensibilità e di una spiccata tendenza all’introspezione. Eppure sarebbe ora che anche il grande pubblico tornasse ad appassionarsi alla grande letteratura russa, ad un autore in particolar modo che ha ancora molto da dirci e che è capace – come pochi – di toccare quel punto segreto che appartiene alla nostra vera vita, per dirla con Gide. Segnaliamo, a tal proposito, la lettura di un questo breve romanzo che ci sembra particolarmente significativo.

Opera giovanile di Fёdor Dostoevskij – il romanzo è infatti pubblicato nel 1848 quando lo scrittore russo ha soli ventisette anni – risulta a nostro parere uno dei meglio riusciti della sua carriera artistico-letteraria, senza nulla togliere ai fratelli Karamazov. La prosa è sublime, commovente, a tratti malinconica. Narrato per intero in prima persona, il protagonista racconta del suo incontro con una donna bellissima durante una delle sue passeggiate notturne. Il nostro sognatore si avvicinerà a colei che fingerà di “riconoscerlo” nel corso delle quattro notti successive, come dovrebbe accadere agli amanti che si aprono vicendevolmente il cuore e progettano addirittura una vita insieme.

Filo conduttore dell’intero racconto è non tanto la vicenda esterna del protagonista che incontra una donna con la quale intavolerà una vera e propria relazione fatta di dialoghi, scambi di confidenze sino alla stipulazione di un patto di amicizia che sfocerà in un’appassionata dichiarazione d’amore, quanto piuttosto la dimensione interiore, l’intimità del poeta, la sua vita interiore, la prospettiva onirica, i suoi personalissimi “paradisi artificiali”, fatti di illusione e di parvenza di realtà, di nostalgia, di malinconia ma soprattutto di solitudine, il che sembrerebbe aprirgli un insospettato varco di speranza di una possibile via di uscita da quella che risulta essere la sua esistenza grigia, piatta e quotidiana.

Il meccanismo che si aziona nel corso delle quattro notti bianchi pietroburghesi viene bruscamente interrotto quando il giovane si accorge che Natens’ka, la donna da lui amata, appartiene in realtà ad un altro. A voler essere maggiormente precisi, ciò accade nell’istante stesso in cui ricompare l’amante della donna. Quel “vi amerò quasi come lui” scritto dalla donna nella sua ultima missiva infrange definitivamente i suoi sogni, il suo anelito ad una vita felice – condensato nella frase: “Un intero attimo di beatitudine. È forse poco, anche se resta il solo in tutta la vita di un uomo?” – inducendolo ad un repentino e brusco risveglio e ad un ritorno alla realtà che si rivelerà più arduo del previsto, costringendolo a rinchiudersi nuovamente nella sua dimensione di sognatore totalmente avulso dalla realtà.

Il tentativo di abbandonare le vane attese, le illusioni, i sogni fallisce miseramente dinanzi allo scacco delle sue speranze e lo spinge a rinchiudersi inesorabilmente all’interno di quel mondo interiore che costituisce la dimensione unica e  peculiare all’interno della quale si snoda l’intera vicenda. Assieme ai sogni del nostro protagonista ormai disincantato sono anche gli ideali romantici di schilleriana memoria a tramontare ineluttabilmente. Per chi infine volesse cimentarsi con una immedesimazione più immediata e completa di un romanzo palpitante di vita, consigliamo la visione dell’omonimo film di Luchino Visconti.

Dostoevskij Fёdor. Le notti bianche, Mondadori, Milano, pp. 105, € 7,80.

3 commenti su “Dostoevskij Fёdor. Le notti bianche, Mondadori, Milano, pp. 105.

  1. SOLITUDINE SENZA SPERANZA?

    Un uomo solo. La dimensione della solitudine appare l’elemento di spicco del racconto. E’ un libro privo di speranza per certi aspetti. Da un lato si tratteggia la forza dell’isteria: la donna che si pone tra due contendenti, che deve a tutti i costi mantenere la posizone di oggetto desiderato. Non a caso ella sceglie l’uomo che meno ha mostrato debolezze verso lei, ma si è posto come lontano e con un desiderio intermittente. La posizione della donna che ‘non sa cosa vuole’ appare qua immediato.Quello che più mi ha colpito è questa frase: ‘La mia storia! Ma chi vi ha detto che io ho una storia? Io non ho una storia da raccontare…’
    ‘E come avete vissuto se non avete una storia?’
    ‘Senza una storia, ho vissuto per conto mio. Come si dice da noi, completamente solo. Solo…solo…sapete cosa significa?
    ‘ Che non avete mai visto nessuno?’
    ‘Oh no, di persone ne vedo, ma in ogni caso sono solo’.
    Questo passaggio ricorda molto la frase di Trevis , in ‘Taxy driver’:La solitudine mi ha perseguitato per tutta la vita, dappertutto. Nei bar, in macchina, per la strada, nei negozi, dappertutto. Non c’è scampo: sono nato per essere solo. ‘

    Scrivo queste ighe consapevole di come la prospettiva psicoanalitica possa divenire una mordacchia asfissiante.

    Forse i sassi sono solo sassi? Tempo fa iniziai a leggere in modo assetato ‘Paranoia. Passione ‘ di Calleri Maci. UN bellissimo trattato storico e attualizzato sulla paranoia. Mentre procedevo, vedevo enumerati …decine decine di casi clinici, ciascuno fissato nel momento in cui diceva di aver patito, sentito o sospettato un non so quale torto. Ecco, li, giustamente gli autori localizzano il momento paranoico. Su quell’episodio, e quegli episodi, viene letta e ridefinita l’intera vita del soggettO. Arida, secca e spogliata. Quasi che l’uomo possa essere ridotto a due o tre movimenti clinici individuabili, ai quali il resto del suo agire fa da contorno di poco conto. Procedendo ho trovato storie di innamorati, di lotte e passioni, inevitabilmnete ridotti a un uomo che ‘ ad un certo punto, ha iniziato a ritirarsi e vedere nemici’. Ho pensato a Orwell, a Pasolini, ad altre fiugure importanti, come Celinè. Letti così, tutti paranoici con un nucleo di follia, che ordina e riduce a nulla tutto il loro agire. UN pò come qando alcuni analisiti scrvono dissertazioni, a posteriori, su musicisti, scrittori, e altro, individuandone la struttura inevitabilmente psicotica , melanconica o altro. ,
    Quanta aridità, quanta povertà, Quanto a volte l’adesione pura alla teoria clinica ci rende macchine, e ci fa dimenticare quell’umanità che ci tratteggia e distingue.

    Forse Nasten’ka è la donna che tutti avrebbero voluto incontrare, e ‘Le notti bianche ‘ è un meraviglioso affresco di due amori, l’uno sbocciato e l’altro naufragato. Maurizio Montanari

  2. Roberto Agostini scrive:

    Lascio una brevissima impressione. Consapevole che un romanzo è soprattutto il suo farsi (perdurare) nella coscienza del lettore, ho un ricordo fuggevole, appassionante di questo Dostoevskij, ma soltanto come una matassa di immagini sovrapposte, un garbuglio di attese, domande, con poche risposte, o nessuna. Certo sto parlando delle mie “notti bianche” e dell’eterno fantasma della donna che questo scrittore, più dell’altro grande russo Tolstoj, sin dall’esordio non coglierà mai, modernissima rincorsa all’incontro erotico e modernissima delusione continua. Quando ho voglia di cavalcare selvaggio nella natura leggo Tolstoj, quando corro frettoloso sulle strade leggo Dostoevskij, la nostra urbanistica fra lampioni e strani colori alonati.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...